C’è una questione che mi frulla per la testa. Ora vi spiego. Chi scrive crede fermamente nella meritocrazia e detesta la discriminazione in ogni sua forma; per tanto non ama le quote di partecipazione o le corsie preferenziali. La discriminazione resta discriminazione anche quando mirata a ripristinare un equilibrio. La giustizia non può avere come presupposto un’ingiustizia.
Ecco qui che però ora entriamo in un’area grigia, una matassa così ingarbugliata che ognuno pensa di avere la sua ricetta per sbrogliare: quella della “mentalità dell’homo italicus“. Quella che talune cercano di scardinare proponendo quote o gridando alla rivoluzione grammaticale, mentre altre contrastano invitando alla logica, alla consapevolezza o al semplice buonsenso.
Che cos’è? La “mentalità dell’homo italicus” è un po’ tante cose, è una forma mentis che cavalca le generazioni e che si tramanda più per forza d’inerzia che per altro. Si tratta della pigrizia di non soffermarsi mai sui propri pregiudizi di base e di scalzarli anzi (quasi fossero, quelle di chi te li fa notare, delle strane forme d’isteria); di non mettersi mai in discussione e di fare di ogni estremismo un’arma di difesa. Mi spiego: le trasfemministe gridano al patriarcato e accusano tutti gli uomini di fare parte della cultura patriarcale dello stupro? Boom! Chi, io? Io sarei un patriarca stupratore? Certo che no. Il che, in nome del buon senso e un minimo di logica, ci sta tutto. Ma ecco che quella cosa sibillina chiamata “mentalità” affila la lama e comincia ad intessere una serie di sillogismi che non reggerebbero a innanzi ad un elementare test logico, ma poiché raramente vengono eviscerati verbalmente non possono essere combattuti. Eccoveli qui: non tutti gli uomini sono stupratori, ergo la cultura patriarcale non esiste, ergo il patriarcato non esiste, ergo c’è la parità di diritti, ergo non esistono problemi e così via. Insomma, “mentalità” è quell’elaborato processo tutto interiore dell‘homo italicus del XXI secolo che si crogiola nei deliri transfemministi per non doversi mai mettere in discussione.
D’altra parte, la “mentalità” è invisibile e intangibile. Per questo può essere non solo ignorata ma anche occultata e negata. E mentre impera nel subconscio del maschio italiano (che arriva così ad auto-convincersi di essere “progressista”, addirittura “femminista”) crea una sorta di schermo protettivo contro le radiazioni delle obiezioni delle donne: chiamiamolo l’UV maschile, il quale trova in quel frangente un’unità transpartitica che abbraccia tutti gli uomini, dall’estrema destra all’estrema sinistra, è un UV anti-ideologico per eccellenza; uno schermo che impedisce anche solo di guardare un attimo più in là del proprio naso e appurare che no, la parità è ancora una chimera, basta guardare l’Istat.
Per chi, come la sottoscritta, crede che il modo migliore per combattere la “mentalità dell’homo italicus” sia quella del metterlo davanti ad uno specchio, non ci sono occasioni migliori della trasmissione di Bruno Vespa sull’aborto. Perché sì, eccola lì la “mentalità” in tutto il suo splendore: quella così occulta e inconsapevole, negata e rinnegata dell’homo italicus che gli fa fare uno scivolone grosso come una casa e (cosa più plateale) neanche se n’è accorto. Quella che vede riuniti 7 uomini a discutere della questione dell’aborto senza che nessuno di loro ci trovi alcunché di strano.
Qui, signore e signori miei, non si tratta di quote di partecipazione o par condicio, si tratta di semplice, chiaro e umano buon senso che è venuto a mancare. È sul “perché” sia venuto a mancare che la questione si fa seria. Intendo, clinicamente seria. Perché intendiamoci, non stiamo parlando dei mullah della Repubblica islamica per i quali in fondo è scontato che di “questioni serie” possano discuterne solo gli uomini, specialmente se le “questioni serie” riguardano le donne. No, stiamo parlando di maschi “femministi” italiani.
Allora ecco, tornando alla questione che mi ponevo in avvio e a quel mistero insondabile che è la “mentalità dell’homo italicus“, ci domandiamo quale meccanismo recondito alla base della loro forma mentis ha reso invisibile a quegli uomini una cosa così lapalissiana? Insomma, se non vogliamo congetturare malafede, siamo davanti ad una questione psichiatricamente rilevante.
L’invito naturalmente è che se lo domandino gli stessi protagonisti, se non altro per capire se sia necessario il supporto medico oppure magari si tratta semplicemente del fatto che, nel processo di trasformazione della società, hanno saltato un upgrade.
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Non posso che applaudire una così chiara e corretta analisi
Grazie.