

La reazione sorpresa di qualcuno davanti all’assalto pro-Pal alla redazione de La Stampa di tre giorni fa rivela una distorsione che il circuito mediatico italiano ha colpevolmente ignorato.
Partiamo da una constatazione di fatto: dallo scoppio della guerra di Gaza in poi, gran parte dei media ha rincorso con pervicacia la narrativa secondo cui Israele stava compiendo un genocidio a Gaza. Una narrativa senza prove fattuali, senza requisiti giuridici, basata in gran parte sulla propaganda di Hamas, che ha finito per sovrapporsi ai bias più profondi e sedimentati dell’opinione pubblica: quelli in cui la critica politica si confonde con la delegittimazione identitaria, e dove il cosiddetto antisionismo cela maldestramente forme più o meno esplicite di antisemitismo. Chi nega questa evidenza, è opinione di chi scrive, lo fa in perfetta malafede.

Questo irresponsabile tentativo di assecondare un clima emotivo già acceso – anche quando esso incorpora pulsioni distorte o pregiudizi antiebraici – alimenta dinamiche che in qualche caso sfuggono al controllo. La radicalizzazione del dibattito pubblico non distingue tra interlocutori: ingloba tutto e tutti. È già accaduto.
Chi manifesta sorpresa per il fatto che un giornale “schierato dalla parte” dei manifestanti sia stato comunque preso di mira dimostra solo di non comprendere che l’adozione di una certa linea editoriale (in questo caso aver dato enfasi alla tesi di Israele Stato genocidiario) non garantisce alcuna protezione né salvacondotti da derive violente.
L’estremismo non riconosce alleanze editoriali, né premia la consonanza di toni o di lessico. E chi immagina che basti intercettare gli umori della piazza per evitare di diventarne bersaglio compie un errore di valutazione grave.
Lo abbiamo scritto in numerose occasioni su queste pagine, con riferimento alla sottovalutazione imperdonabile della deriva antisemita che la criminalizzazione di Israele (basata su una menzogna quale il “genocidio di Gaza”) portava con sé. La responsabilità del discorso pubblico richiede rigore, soprattutto quando si affrontano termini come “genocidio”, che appartengono alla sfera più delicata del diritto internazionale e della memoria storica.
Usarli con leggerezza significa contribuire a un ambiente nel quale l’estremismo trova terreno fertile. L’assalto alla redazione ne è stata una delle possibili conseguenze non un incidente imprevedibile.
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Certo è che se giochi con il fuoco, alta la probabilità di scottarsi!!
Gne gneeee. Abbiamo scritto quello che volevate, vi abbiamo sostenuti… e ora ci fate questo??? Gne gne
Se questo è il giornalismo, siamo rovinati
Deprimente e desolante dover apprendere che la principale preoccupazione della redazione del giornale in questione fosse quella di doversi giustificare con i delinquenti dell’assalto perché ha pubblicato ciò che secondo quest’ultimi andava scritto, non importa se non confermato e verificato. E’ l’ennesimo frutto amaro del populismo che spesso sfocia in violenza, dove non importano i fatti reali ma seguire e riportare su giornali e media la corrente della frustrazione e del pregiudizio di una parte del popolo, spacciandolo per giornalismo.
Chissà che non sia loro di “monito”?
È fantastico vedere l’improvviso risveglio delle redazioni che nonostante avessero scritto in prima del GENOCIDIOHH si ritrovano così, veramente il libro dei sogni