


Un viaggio ironico nell’epoca della percezione assoluta, dove l’identità diventa un atto creativo e il reale un dettaglio fastidioso. Tra autodeterminazioni paradossali, social network in piena trance narcisistica e il trionfo dell’“io mi sento, dunque è”, l’autore gioca con le derive culturali del relativismo contemporaneo, mostrando come il confine tra satira e cronaca sia ormai liquido — o meglio, fluido come il genere del giorno.
Viviamo nell’epoca d’oro dell’autopercezione, il tempo in cui la biologia è diventata un’opinione e il dato di fatto un’offesa discriminatoria alla creatività personale. In questo rutilante Luna Park dell’intersezionalità, dove il genere è fluido come un bicchiere d’acqua e la realtà è un optional negoziabile, ho finalmente compreso la Verità: io non sono chi sono, ma chi ho deciso di essere in questo preciso istante.
Perché limitarsi alla banale distinzione maschio/femmina quando si può ambire all’infinito? Se la società capitalistica e patriarcale ha fallito, io rispondo con l’autodeterminazione del sé a geometria variabile.
Stamattina, ad esempio, mi sono svegliato e, quando ho aperto l’app di X sul mio iPhone, ho scoperto che un amico ha scelto di essere l’Amministratore Delegato di Unicredit: si è recato in sede con la ferma intenzione di deliberare un aumento del suo massimale, convinto che rifiutare questa sua identificazione fosse un atto discriminatorio e offensivo della personalità: “se qualcuno avesse osato eccepire – sostiene l’utente di X “alter ego”! – che non ho i titoli, avrei risposto con un sorriso: nell’era della percezione, il mio diploma magistrale preso alla Scuola Radio Elettra vale quanto una laurea in ingegneria nucleare”, basta sentirsi fisicamente capaci di scindere l’atomo tra un caffè e l’altro.
E io non sono stato con le mani in mano. Perché ho intuito che la fluidità non conosce confini temporali o storici. Così, forte di questo sostegno giuntomi dal social, anche io stamattina ho deciso di rivendicare la mia identità di Giordano Bruno. Al netto delle persecuzioni e della combustione – dettagli trascurabili della narrazione egemonica – sono andato ad ammirare la “mia” statua a Campo de’ Fiori, con quella fierezza che solo un’immensa bellezza spirituale può conferire. E chi mai potrebbe negarmi l’identificazione? Se un ventenne può sentirsi Che Guevara vittorioso a Santa Clara, io posso tranquillamente essere il filosofo nolano, pur chiedendo la rimozione di quelle immonde bancarelle che deturpano la mia aura intersezionale.
Viviamo in un mondo dove un nessuno che vive in un nulla della penisola italica può diventare presidente del Consiglio e sentirsi il più grande statista della storia repubblicana. È l’apoteosi del mimetismo: siamo tutti Donald Trump vestiti da Papa, icone pop di un’autogenesi circolare illimitata dove vince chi la spara più grossa con il tono più solenne.
Quindi, se domani mi vedrete sfilare rivendicando la mia natura di entità astratta, slegata da derive fasciste e sioniste, non osate contraddirmi. Sono solo l’ultimo prodotto di questa società che ha sostituito il “penso, dunque sono” con il “mi sento, dunque è politicamente corretto che tu ci creda”.
In fondo, in questo mare di relativismo, l’unica cosa che resta davvero solida è la nostra capacità di riderci sopra. O almeno, io mi sento molto capace di farlo. E tanto vi basti.
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C’è un bellissimo video che mostra un tizio che va all’ospedale per dei controlli, e lì pianta su un casino dell’altro mondo perché pretende di essere registrato come donna e di essere appellato coi pronomi femminili e partono discussioni a non finire coi due medici. Poi viene sottoposto a vari esami fra cui una TAC o risonanza. Alla fine arriva il referto e i due medici si guardano… “E adesso come glielo diciamo che ha un cancro a un testicolo?”
Bellissimo pezzo.
Nel 2026 l’identità non si scopre più allo specchio, ma nella bio dei social.
Il “cogito ergo sum” è diventato “mi sento, dunque pretendo che tu mi riconosca… e mi metta like”. L’autogenesi circolare funziona alla perfezione… finché non arriva la bolletta della luce. Lì anche lo statista da tastiera o il guru quantistico scopre che il contatore è ostinatamente binario, concreto e del tutto indifferente ai suoi pronomi.
Una volta il matto che si credeva Napoleone veniva rinchiuso in manicomio. Sarebbe stato più utile riformare drasticamente i manicomi invece di chiuderli.
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Una volta il matto che si credeva Napoleone veniva rinchiuso in manicomio.
Forse i manicomi sarebbe stato utile riformarli drasticamente invece di chiuderli.