

Come ho già avuto modo di approfondire nell’articolo La liquefazione del pensiero, siamo immersi in una “pandemia silenziosa” che ha reso il pensiero un “Blob gelatinoso”, privo di consistenza.
Questa liquefazione non è solo un problema intellettuale, ma la causa prima di una nuova patologia sociale: il Vittimismo Relativista.
Se, come scrivevo, viviamo in un “effetto Dunning-Kruger collettivo” dove “meno si sa, più si è certi di sapere”, la conseguenza naturale è l’incapacità assoluta di accettare il fallimento. In questo “brodo primordiale della mediocrità”, le strutture solide della responsabilità individuale si sono sciolte.
Se volessimo scomodare i giganti, nessuno meglio di Umberto Eco ha saputo spiegare questa dinamica. Eco ci ha insegnato che la psicologia del complotto – e quindi del vittimismo – nasce da un bisogno fondamentale del fallito: trovare un colpevole esterno.
Ne Il pendolo di Foucault, il concetto è cristallino: l’idea che ci sia una macchinazione ai nostri danni è l’alibi perfetto.
È la certificazione di una mutazione antropologica: il cartesiano “Cogito, ergo sum” (Penso, dunque sono) è stato soppiantato dal ben più comodo e redditizio “Piango, ergo sum”. Non esisto più in quanto essere pensante, ma esisto solo in quanto vittima che reclama attenzione.
Il vittimismo relativista funziona esattamente così: costruire un nemico (la società, il sistema, i giornalisti, il meteo) serve a liberarsi dall’angoscia della propria mediocrità. Eco direbbe che costoro non cercano la verità, ma una giustificazione: se fallisco non è perché non ho studiato o lavorato abbastanza, ma perché “loro” mi hanno ostacolato. È la vittoria della consolazione sulla responsabilità.
Questa dinamica non è nuova, ha solo cambiato abito. È illuminante rileggere le parole del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che nel 1976 fotografava con chirurgia sociologica il concetto di “sicilianismo”.
Lo definiva non solo come linfa vitale del potere mafioso, ma come un “sentimento intenso e confuso di solidarietà… fondato su un radicato vittimismo di massa” unito alla pretesa di “eccezionalità”.
Siamo vittime, dunque siamo speciali. Siamo perseguitati, dunque abbiamo ragione a prescindere.
È qui che si innesta quel concetto che definisco, con una provocazione lessicale, “in stile palestinese”.
Non parliamo di geopolitica da bar, ma di una precisa meccanica comportamentale: l’atto di aggredire o compiere un’azione distruttiva (l’attacco), subire le inevitabili conseguenze del fallimento (la reazione), e immediatamente rifugiarsi nell’angolo della vittima sacrificale, invocando la pietà del mondo e accusando l’altro di crudeltà.
E il Vittimismo Relativista è trasversale. È il tuo cane, che devasta il divano in un raptus di onnipotenza predatoria e, un attimo dopo, ti guarda dalla cuccia con quegli occhi lucidi da martire, come se fosse stato il cuscino ad aggredirlo.
Siamo noi stessi, quando dobbiamo farci perdonare dalla moglie e trasformiamo la nostra mancanza in una richiesta di affetto, manipolando la narrazione finché la colpa non diventa quasi sua che “non ci comprende”.
Ma è soprattutto, oggi, la cifra stilistica della politica e del giornalismo. L’immagine che ci arriva dai social (come il tweet di Francesca De Benedetti che lamenta la risposta “infarcita di attacchi” – alla conferenza stampa del venerdì scorso – della presidente Meloni) è l’emblema di questo cortocircuito.
È la perfetta rappresentazione di quella “colonizzazione del linguaggio” di cui parlavo: si pretende di attaccare, ma si esige che la risposta rientri in un codice di “purezza” che ci garantisca l’immunità.
Il giornalista attacca (è il suo lavoro, o dovrebbe esserlo), il politico risponde a tono (spesso attaccando a sua volta), e scatta l’indignazione: “Come osi difenderti mentre io ti accuso?”.
Chi fa domande pungenti dovrebbe accettare risposte taglienti. Invece, si cerca la “safe space” anche nell’arena pubblica. Se la risposta non ci piace, non è una divergenza politica: è un “attacco alla democrazia”, un sopruso, una violenza.
Il vero danno sociale di questo atteggiamento è la paralisi. “Se – come ho scritto su X in risposta alla giornalista De Benedetti – vali poco o nulla, le colpe dei tuoi fallimenti sono solo degli altri”, allora nessuno cercherà mai di valere di più.
Molti concittadini sguazzano felici in questa anomia: l’assenza di regole condivise permette di puntare il dito sempre fuori dal proprio giardino. È la morte del merito e la vittoria dell’alibi.
Riconoscere il “Vittimismo in stile palestinese” (o sicilianista, o relativista che dir si voglia) è il primo passo per smettere di essere cani bastonati dalla vita e iniziare a essere padroni del proprio destino. O, per dirla come nel mio precedente editoriale, per smettere di essere “Blob” e ricominciare a essere esseri pensanti.

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