
Da circa un anno, fin dall’inizio del conflitto in corso in Medio Oriente di cui tutti sappiamo, si è riattivato il non inedito paragone tra Israele e il nazismo, avanzato con un ossessivo ritornello da accademici, giornalisti e attivisti militanti. Pochi giorni fa, sul Foglio, Guido Vitiello ha stigmatizzato, a mio avviso più che doverosamente, la malizia sottesa a tale equiparazione. “Non c’è assolutamente nulla di male nel criticare il governo di Israele – ha scritto Vitiello – i suoi ministri, le sue scelte; anzi, in certi casi è quasi inevitabile farlo. E lo si può fare anche in toni accesi, barricaderi, sovreccitati, ci mancherebbe (…). E nulla vieta, nel criticare un governo, di ricorrere a dei paragoni con altri governi, con altri episodi, con altre storie. Però. Però. Però – ed è un però grande quanto una casa – se tra tutti gli esempi storici a disposizione, dalle guerre puniche alla guerra angloboera, dall’Impero romano all’Impero ottomano, tu mostri guarda caso un particolare accanimento nel voler cercare corrispondenze tra Israele e lo Stato nazista, e il Lebensraum, e il ghetto di Varsavia, e lo sterminio industriale degli ebrei d’Europa, stai rivelando qualcosa di te”.
Se è chiara la strumentalità ideologica di certe operazioni concettuali, va pure evidenziato come queste trovino terreno in cui attecchire grazie a un uso superficiale, e dunque pericoloso, del linguaggio e della logica che lo intrama, al quale molti partecipano con differenti gradi di assenso consapevole. A tal proposito – e tanto per restare nel perimetro già richiamato – sarebbe interessante riandare a un libro prezioso: LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, di Victor Klemperer (1881-1960). L’autore, vittima lui stesso della persecuzione degli ebrei nella Germania hitleriana, annota nel testo la progressiva degradazione della lingua tedesca durante il nazismo. Tra le osservazioni di Klemperer, si può ricordare anzitutto la denuncia dell’avvicinamento, operato dagli ingegneri della propaganda nazista, tra linguaggio scritto e lingua parlata, e la commistione tra registro dotto e registro popolare, tra tono riflessivo e tono predicatorio. Il risultato fu un linguaggio che rendeva più ostica la riflessione critica, e favoriva l’imbonimento emotivo delle folle, attraverso una lingua semplificata, meccanizzata, pronta per essere leva di mobilitazione politico-sentimentale della massa, una sorta di manopola che, mossa con maestria, avrebbe ottenuto il livello di eccitazione di volta in volta desiderato dai gerarchi di regime.
Quanto raccontatoci da Klemperer ci aiuta a comprendere come la similitudine Israele-nazismo, naturalmente destituita di ogni fondamento, sia frutto anche di una degradazione del linguaggio – dal momento che l’analogia è una funzione fondamentale nella costruzione dei nostri discorsi – che meriterebbe maggiore preoccupazione da parte di tutti, poiché “le parole – sentenzia ancora Klemperer – possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico”. Naturalmente, giova chiarirlo, non si sta auspicando una stretta poliziesca sul pubblico linguaggio (esistono già norme che ne sanzionano eventuali usi illeciti), quanto semmai una più responsabile autodisciplina e un uso più morigerato delle iperboli, dei superlativi, delle enfatizzazioni, delle estremizzazioni.
Non abbiamo visto, durante la pandemia, persone sfilare contro i provvedimenti restrittivi del governo, vestiti da deportati di Auschwitz? E cosa dire dei giornalisti e dei sindacati dei docenti che, dieci anni fa circa, per mesi definirono “deportati” gli insegnanti del Mezzogiorno costretti ad accettare la cattedra lontano dalla propria regione, all’interno del piano di assunzioni dell’allora governo? Per andare, poi, all’uso che facciamo dei termini “nazista” o “fascista”, il cui significato è spesso indebitamente esteso fino a comprendere praticamente ogni tipo di comportamento irrispettoso verso l’alterità. Sembra quasi siano scomparsi dal mondo i villani, gli oltranzisti, i prevaricatori, gli arroganti, gli intolleranti, i violenti o i fanatici: ci sono solo fascisti e nazisti (al massimo mafiosi). Quanto ci sarebbe da riflettere, infine, su tutte le volte in cui si usa il termine “regime” non solo come sinonimo di “dittatura” (che è un errore), ma anche e soprattutto per stigmatizzare quasi ogni comportamento dell’autorità in carica che si percepisce, a torto o a ragione, nocivo rispetto ad alcune libertà, individuali o collettive. A tal proposito – mi concedo una brevissima postilla – proprio certi intellettuali o accademici, giustamente gelosi della propria autonomia, dovrebbero secondo me preoccuparsi di un utilizzo più preciso del vocabolario (se non loro, chi?): “fascista”, “regime”, “democratura”, e altri termini, vanno adoperati con cautela, proprio perché un loro uso troppo disinvolto, alla lunga, rischia paradossalmente di diminuire il pensiero critico. Questo non toglierebbe nulla alla difesa della propria libertà, anzi: la denuncia linguisticamente puntuale è più efficace dell’invettiva eccedente, purché, naturalmente, si abbia fiducia nelle parole. Ma se un intellettuale, mi chiedo, non ha fiducia nella precisione delle parole, allora in cos’altro dovrebbe credere e cosa lo distingue dal propagandista?
L’ampiezza e la profondità del nostro mondo sono perlomeno pari a quelle del nostro dizionario: più quest’ultimo è ristretto più è facile trovare servi sciocchi (volontari o meno) dell’ultimo agit-prop che passa il convento.
Il deterioramento del linguaggio è insieme impoverimento dei concetti, e va a tutto vantaggio dei demagoghi di turno, i quali possono approfittare della situazione per vincere un’elezione o per mostrificare questo o quello Stato in ragione delle proprie ossessioni ideologiche, passando da una legittima critica politica, anche dura, all’intolleranza verso un popolo. Se, come ha scritto Primo Levi, nel lager “la morte incomincia dalle scarpe”, tra di noi può darsi che incominci dal linguaggio. A proposito di analogia.
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Un bel contributo. Assolutamente bello! E il riferimento al grande libro di Klemperer è davvero centrato. Applausi.