

Dal telegramma di Lenin a Penza alle purghe staliniane, la violenza rivoluzionaria non fu solo una deviazione successiva. Fu anche metodo di governo, linguaggio politico e pedagogia della paura. Una storia che attraversa l’URSS e arriva agli antifascisti italiani finiti nei gulag.
«Impiccate — e fate in modo che la gente lo veda — non meno di cento kulaki, ricchi, sanguisughe note». Poche righe, secche, burocratiche, quasi amministrative. Eppure dentro quelle parole, contenute nel celebre telegramma inviato da Lenin a Penza l’11 agosto 1918, vi è già in embrione uno dei sistemi di terrore politico più giganteschi della storia contemporanea.
Non si tratta soltanto di un ordine repressivo dettato dall’emergenza della guerra civile. In quelle frasi vi è qualcosa di più profondo: la trasformazione della violenza in metodo di governo, del terrore in strumento pedagogico, della paura collettiva in tecnica politica.
Lenin non si limita a ordinare arresti o repressioni. Chiede esplicitamente che le impiccagioni siano pubbliche, visibili, esemplari. «Che la gente veda, tremi e sappia». È una formula impressionante, perché rivela una concezione teatrale del potere rivoluzionario: il terrore non deve soltanto eliminare i nemici, ma educare psicologicamente la popolazione attraverso l’angoscia.
Il sangue diventa messaggio politico. L’esecuzione diventa comunicazione di massa.
Molti decenni di propaganda culturale occidentale hanno cercato di presentare tutto ciò come una degenerazione successiva, attribuendo ogni responsabilità esclusivamente a Stalin. Ma il problema storico è più complesso e più scomodo.
Certamente Stalin portò il sistema repressivo sovietico a livelli mostruosi e paranoici senza precedenti; tuttavia i principi fondamentali del terrore politico erano già presenti nel leninismo della guerra civile. Il decreto sul “Terrore Rosso” del settembre 1918 non nasce nel vuoto. Nasce da una logica già formulata, già teorizzata, già praticata.
Questo non significa ignorare il contesto storico. La Russia del 1918 era devastata dalla guerra civile, dalle invasioni straniere, dal collasso economico, dalle rivolte contadine e dal rischio concreto di crollo del nuovo potere bolscevico.
Ma proprio qui emerge il punto decisivo: le situazioni di emergenza rivelano spesso la vera natura dei sistemi politici. E il leninismo mostrò allora una disponibilità alla violenza sistematica che sarebbe poi diventata struttura permanente dello Stato sovietico.
L’idea stessa del “nemico di classe” contribuiva infatti a dissolvere ogni limite morale tradizionale. Se il nemico non è semplicemente un avversario politico, ma un ostacolo storico al progresso dell’umanità, allora contro di lui tutto diventa lecito.
La violenza non appare più come tragedia, ma come necessità scientifica della storia. Ed è precisamente questo uno degli aspetti più inquietanti delle ideologie totalitarie moderne: la capacità di trasformare l’eliminazione fisica degli uomini in atto moralmente giustificato, perfino virtuoso.
Fu dentro questo clima politico e mentale che, negli anni successivi, maturò la tragedia degli antifascisti italiani rifugiatisi in Unione Sovietica. Molti di loro erano fuggiti dall’Italia proprio per sottrarsi alla violenza fascista. Credevano sinceramente di raggiungere il paese della giustizia sociale, della liberazione operaia, dell’uguaglianza.
Invece finirono progressivamente intrappolati in un sistema che aveva ormai trasformato il sospetto in principio universale di governo.
Negli anni Trenta, durante le grandi purghe staliniane, circa duecento comunisti e antifascisti italiani vennero arrestati, deportati, fucilati o lasciati morire nei gulag. Le accuse erano quasi sempre assurde: spionaggio, trotskismo, sabotaggio, complotti inesistenti contro il socialismo.
Ma nei sistemi totalitari le accuse servono raramente ad accertare la verità; servono piuttosto a produrre paura, conformismo e obbedienza assoluta.
La storia di Vincenzo Baccalà è una delle più simboliche. Sindacalista e dirigente comunista, aveva trovato rifugio nell’URSS dopo l’avvento del fascismo. Per anni lavorò all’interno dell’Internazionale Comunista. Era dunque un uomo del sistema, non un oppositore.
Eppure nel 1937 venne arrestato durante il culmine delle purghe. Come migliaia di altri, sparì nel meccanismo repressivo sovietico e fu riabilitato soltanto decenni dopo.
Ancora più tragica appare la vicenda di Emilio Guarnaschelli, giovane giornalista comunista approdato a Mosca pieno di entusiasmo rivoluzionario. Nel 1937 fu accusato di attività controrivoluzionaria e deportato a Vorkuta, uno dei luoghi più terribili dell’universo concentrazionario sovietico.
Morì nel gulag nel 1939. La sua storia è quella di un’intera generazione europea che aveva identificato l’Unione Sovietica con la speranza storica e si trovò invece schiacciata da una macchina impersonale di sospetto e repressione.
Vi fu poi Alfonso Leonetti, fondatore del Partito Comunista d’Italia, che riuscì a salvarsi ma comprese progressivamente la natura del sistema sovietico. In seguito divenne uno dei principali testimoni della tragedia dei comunisti italiani perseguitati da Stalin.
Le sue testimonianze risultano oggi preziose proprio perché mostrano la distruzione interna del movimento rivoluzionario da parte del totalitarismo stesso.
Ettore Reina, altro dirigente comunista italiano rifugiatosi in URSS, venne anch’egli inghiottito dal Grande Terrore. Per anni il suo destino rimase avvolto nel silenzio e nell’incertezza, come quello di migliaia di persone scomparse senza traccia nel sistema concentrazionario sovietico.
Ma forse l’aspetto più impressionante di tutta questa vicenda è il lungo silenzio che la circondò in Italia. Per decenni, gran parte della cultura politica e giornalistica italiana evitò accuratamente di affrontare il tema.
La dirigenza del PCI, compreso Palmiro Togliatti, conosceva almeno in parte quanto stava accadendo. Eppure prevalse la ragion di partito, il timore che denunciare apertamente i crimini staliniani potesse danneggiare il mito sovietico presso le masse occidentali.
È qui che il problema storico diventa anche problema culturale contemporaneo. Ancora oggi esiste infatti una curiosa sproporzione nella memoria pubblica occidentale. Alcuni totalitarismi vengono — giustamente — studiati, denunciati, raccontati continuamente.
Altri vengono spesso trattati con una cautela quasi imbarazzata, come se il loro carattere “progressivo” o “rivoluzionario” imponesse infinite attenuanti interpretative.
Naturalmente nessuno storico serio dovrebbe usare queste tragedie per minimizzare i crimini del fascismo o del nazismo. La storia non è una gara tra orrori. Ma proprio per questo dovrebbe valere un principio elementare: tutte le vittime meritano memoria, indipendentemente dall’ideologia che le ha perseguitate.
E le vittime innocenti di ogni ideologia — specialmente quando si tratta di civili inermi in tempo di pace — dovrebbero essere computate come uno dei frutti salienti della sua visione del mondo e della società.
E invece, ancora oggi, milioni di italiani conoscono nei dettagli ogni simbolo, ogni gerarca, ogni slogan del fascismo, ma ignorano quasi completamente le vicende dei comunisti italiani finiti nei gulag. Molti studenti non hanno mai sentito nominare le isole Solovki, Vorkuta, la Kolyma o le purghe del 1937.
Eppure si tratta di eventi centrali del Novecento europeo.
Una parte dei media e della cultura italiana continua inoltre a raccontare il comunismo storico attraverso una narrazione fortemente selettiva: grande attenzione agli ideali proclamati, molto meno alle conseguenze concrete prodotte dai regimi che pretendevano di incarnarli.
È una deformazione culturale che impoverisce la comprensione storica e rende impossibile una vera memoria condivisa.
Perché il nodo essenziale non riguarda soltanto il passato sovietico. Riguarda il rapporto tra ideologia e realtà, tra utopia e violenza, tra potere assoluto e distruzione dell’individuo.
Ogni volta che un sistema politico pretende di possedere la verità definitiva della storia, ogni volta che considera il dissenso non un diritto ma una malattia morale, ogni volta che trasforma gli uomini in strumenti sacrificabili di un progetto superiore, il rischio del terrore riappare.
Il telegramma di Lenin dell’agosto 1918 non è dunque soltanto un documento storico. È un simbolo inquietante della rapidità con cui una rivoluzione può trasformare la promessa di liberazione in pedagogia del terrore.
E le vite spezzate degli antifascisti italiani morti nei gulag restano ancora oggi una delle prove più dolorose di quella trasformazione.
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Leggere questo articolo mi ha ricordato una pagina delle memorie del dissidente cattolico slovacco Silvester Kr?méry, in cui racconta come un ex alto funzionario della StB (la polizia politica del regime comunista), finito poi anche lui in cella, spiegava cosa ci fosse realmente dietro quel bisogno assoluto di terrorizzare il prossimo. Cito traducendo al volo dallo slovacco:
“Alcuni pensano che il nostro scopo fosse reprimere i nostri principali nemici. Certo, anche quello. Ma il nostro obiettivo principale era la conquista totale del potere. Se avessimo arrestato e liquidato soltanto coloro che lavoravano contro di noi, che raccoglievano armi e ricetrasmittenti, gli altri si sarebbero protetti, avrebbero avuto la certezza che niente poteva colpirli. Ma quello non era il nostro obiettivo principale! Noi volevamo che tutti gli altri, anche gli innocenti, tremassero di paura giorno e notte, che non avessero alcuna garanzia di sopravvivere a quest’epoca. Anche se si fossero comportati in modo irreprensibile ed avessero scrupolosamente evitato qualsiasi resistenza politica o di potere e qualsiasi opposizione. Volevamo essere qui i dominatori e i padroni assoluti.
Il potere assoluto non ammette limitazioni. Avere tutti in proprio potere richiedeva che tutti tremassero nell’incertezza e cercassero di conquistarsi il nostro favore; che chiunque voglia salvarsi denunci ogni segno di dissenso e di opinione diversa; che tutti ci temessero e nessuno potesse fidarsi di nessuno. Per questo dovevamo sempre arrestare e liquidare anche molti innocenti, e persino la nostra stessa gente. Affinché preferissero denunciare in anticipo – persino il proprio padre, fratello, marito – pur di salvarsi almeno loro stessi.”
Esatto, la conquista totale del potere con un controllo capillare delle coscienze, in modo da ridurre al minimo l’utilizzo di strumenti coercitivi. Ciò nonostante, questo minimo è stato elevato, cinico e sanguinario
Esatto, la conquista di un potere totale attraverso un controllo capillare delle coscienze, anche allo scopo di ridurre al minimo il ricorso a strumenti coercitivi. Ciò nonostante, tale minimo e stato elevato, cinico e sanguinario.
Meglio usare l’espressione più cautelativa, perché non sono in grado di verificare se Togliatti sapesse tutto o in parte e soprattutto se concordasse o almeno in parte subisse le decisioni di Mosca.
Io veramente sapevo che Togliatti collaborava in pieno, e che le condanne a morte degli italiani erano approvate da lui, non che “conosceva almeno in parte” quello che succedeva.