

Tra influencer del gusto, icone del Novecento e dandismi più o meno riusciti, una riflessione sull’eleganza maschile che conta davvero: non quella dei formulari rigidi, ma quella che nasce da fantasia, misura e coraggio. Perché lo stile autentico non si copia, e soprattutto non si insegna.
Dopo varie puntate della rubrica “Inoltre con stile” dedicate ad argomenti seri e scottanti, consone alla situazione che stiamo vivendo, un momento disimpegnato di divagazione mi è sembrato opportuno.
Lo spunto me lo hanno dato dei personaggi che appaiono a più riprese su vari social, TikTok in particolare: si tratta di influencer che, per pura passione o per promozione di attività commerciali, danno lezioni di stile e buon gusto nel vestire maschile, ambito nel quale mi considero, forse illudendomi, autorevole.
Alcuni sono obiettivamente credibili, altri velleitari e improvvisati. Tutti, però, sono accomunati dal desiderio di fornire canoni rigidi e irrinunciabili nel definire l’eleganza maschile, commettendo a mio avviso un errore di fondo perché, sempre a mio avviso, l’eleganza che colpisce deriva da tre elementi: la fantasia, l’inventiva e il coraggio di osare.
Non si tratta dunque di eleganza codificata, ma di un equilibrio instabile e personale, in cui ogni scelta, anche la più apparentemente minima, diventa espressione di carattere. È questo che distingue lo stile dalla semplice correttezza.
Credo che alcuni esempi di uomini molto ben vestiti, di varie epoche e di differente ambiente e professione, chiariscano bene il mio pensiero. Non tutti sono uomini stimabili e alcuni sembrano eleganti, ma o sono anonimi o sono eccessivi, a volte fino al ridicolo.
Quelli che menzionerò sono coloro che hanno saputo fondere i tre elementi che ho indicato e rappresentano modelli famosi e non imitabili, soprattutto perché incarnano una perfetta amalgama di abbigliamento, fisico e modo naturale di indossare: un fortunato equilibrio che riesce a pochissimi.
Re Carlo III d’Inghilterra è forse l’uomo più naturalmente elegante della nostra epoca, sia quando è vestito nelle circostanze formali, sia quando veste in modo rilassato e sportivo nelle occasioni private, nei weekend o in vacanza.
Si nota chiaramente che ha appreso la lezione del suo prozio, il duca di Windsor, che a suo tempo primeggiò per l’impeccabile foggia e il coraggio nella scelta dei tessuti dei suoi abiti e delle camicie, oltre al famoso nodo alla cravatta che porta il suo nome.
Certo, le scelte di vita del duca non sono proprio difendibili, dalla rinuncia al trono per amore fino a simpatie filohitleriane.




Ma il mio preferito è Fred Astaire, con quel suo fisico asciutto, una modernità in anticipo sui tempi, una fantasia sfrenata e una capacità fuori del comune nell’accostare i colori e nella scelta degli accessori, riuscendo a rendere naturale anche ciò che su altri sarebbe apparso eccentrico.
Cary Grant era invece un maestro dello chic impeccabile: comunque abbigliato, dal formale al casual, era sempre perfetto e a posto, come i suoi capelli immobili anche durante la folle corsa tra le curve della Croisette, a fianco di Grace Kelly alla guida di una spider Sunbeam Alpine, nella mitica scena di “Caccia al ladro” di Alfred Hitchcock.
C’è poi un’eleganza più sottile e quasi anonima, ma non meno accattivante: un esempio su tutti Marcello Mastroianni, dietro le cui scelte si celava il sarto romano Bruno Piattelli, uomo di grande classe e cultura con cui ho collaborato negli anni di lavoro.
Tra gli indubbiamente eleganti, ma senza guizzi, citerei Luca Cordero di Montezemolo e Marco Tronchetti Provera: niente a che vedere con l’eleganza assertiva e fuori dagli schemi di Gianni Agnelli, osannato in vita come uno pseudo re d’Italia e criticato post mortem per alcuni aspetti della sua vita privata.
Suo nipote Lapo Elkann, incappato in varie vicissitudini giovanili, è il classico esempio di dandismo esagerato e acrobatico, con i suoi doppiopetto gialli, verdi mela e rossi; ma in fondo il suo sprezzo del pericolo in fatto di colori lo rende simpatico.





Da non considerare una certa tipologia di epigoni berlusconiani, un po’ tristanzuoli, che si vestono indossando delle divise dai canoni fissi: un piattume di abiti blu, cravatte a pois a punta di spillo e camicie azzurrine dal collo dall’orribile pizzo indefinibile, non italiano, non francese, non button-down.
C’è infine una massa di poco noti o anonimi che osservo con interesse, a volte misto a invidia, incontrandoli per strada o in luoghi pubblici: persone naturalmente eleganti di ogni classe sociale, che spesso non spendono cifre assurde per essere “alla moda”.
E forse è proprio lì che si nasconde la vera eleganza: non nei manuali, non nei canoni, ma in una naturalezza che non si può insegnare e, soprattutto, non si può imitare.

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