Il sistema economico della Russia è diventato una macchina al servizio dell’apparato militare-industriale e i primi a dirlo sono i funzionari del governo degli Stati Uniti e i principali esperti di economia russa. A
confermarlo è però lo stesso Vladimir Putin, che in una riunione con i principali tecnocrati del Paese ha detto che «nei prossimi sei anni la politica economica dovrebbe essere finalizzata al completamento con successo dell’operazione militare speciale», incluso il «rafforzamento della base economica per le esigenze dell’esercito».
Alla riunione hanno partecipato i ministri di settore e i vertici della Banca centrale russa. L’ordine del giorno era l’orizzonte economico fino al 2030. Putin ha elogiato la performance russa. L’anno scorso il Pil è cresciuto del 3,6% e per quest’anno si prevede una crescita superiore al 3%, mentre a giugno il tasso di disoccupazione è crollato al minimo storico del 2,4%.
Un boom economico trainato dalla guerra: rispetto al 2022 la produzione del comparto militare è aumentata del 60% e le imprese del settore militare-industriale sono triplicate, da 2mila a 6mila, arrivando a impiegare 3,5 milioni di addetti. Negli ultimi due anni almeno 500mila lavoratori sono passati dal settore civile a quello militare, con gli stipendi che sono aumentati del 20-60%.

Quello che Putin non ha detto è che per i prossimi anni la Banca centrale prevede un brusco rallentamento della crescita (stimata tra l’1,5% e lo 0,5% nel 2025); che il tasso di disoccupazione è così basso per carenza di forza lavoro (a causa della guerra e dell’emigrazione di circa un milione di russi); che l’output industriale del settore civile è stagnante; che il continuo aumento degli stipendi alimenta un’inflazione che ormai sfiora la doppia cifra (9,1% a giugno).
Ma tutto questo a Putin non importa, il suo unico obiettivo è il successo della guerra in Ucraina, una scelta motivata da valutazioni che ancora oggi gli analisti fanno fatica a interpretare e dal cui esito probabilmente dipende la sopravvivenza stessa del regime.
Secondo Elina Ribakova, economista della Kyiv School of Economics (Kse), la militarizzazione dell’economia russa ha raggiunto una portata tale da rappresentare un ostacolo alla fine della guerra. Lo spostamento verso attività legate alla produzione bellica infatti non è più una misura ciclica di breve termine, è diventata strutturale. Pertanto invertire gli investimenti per tornare a uno stato di normalità è una sfida che diventerà sempre più onerosa con il passare del tempo.
Gli orribili attacchi contro l’Ucraina delle ultime 48 ore sono l’ennesima dimostrazione che Mosca dispone ancora di abbastanza strumenti per vendicarsi se subisce umiliazioni, come l’incursione nella regione di Kursk, e che la guerra continuerà finché Putin sarà in grado di portarla avanti, non quando avrà deciso che è arrivato il momento di negoziare.
Oltre che a fiaccare la popolazione, l’obiettivo di Mosca sono le infrastrutture energetiche della rete elettrica, da mettere fuori uso in vista dell’inverno per piegare la volontà di resistere degli ucraini e costringere Kyiv a firmare un trattato di pace alle condizioni del Cremlino. Una strategia che non ha funzionato nell’inverno del 2022-2023 né in quello successivo.
Ciò nonostante Putin ci riprova, colpisce nello stesso punto seminando morte, distruzione e i semi di un rancore che durerà per generazioni, senza rendersi conto che l’agonia che sta prolungando non è quella dell’Ucraina ma della Russia.
Articolo pubblicato su LA RAGIONE del 28 agosto 2024
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praticamente un discorso da Stalin allo scattare dell’Operazione Barbarossa. Con la minima differenza che l’Operazione Barbarossa fu lanciata da Hitler CONTRO la Russia, e quindi la Russia stava difendendosi. Quindi al paragone aveva migliori ragioni Stalin che Putin, ed è tutto dire.