Riceviamo e volentieri pubblichiamo
di Stefano Piperno
Scrivere da ebreo di ebrei è come camminare su un’asse d’equilibrio attraversata da corrente. Siamo di nuovo agli ebrei come categoria, esattamente quello che da sempre li ha posti nella condizione di essere perseguitati. Credo sia un’impresa impossibile contrastare la bolla mediatica che avvolge Israele e gli ebrei, un mood che, sotto le mentite spoglie dell’antisionismo, è una forma attualizzata di antisemitismo.
Hezbollah e Hamas sono accreditati come movimenti che guidano una rivoluzione anticolonialista, col diritto di colpire chi occupa indebitamente una terra, trovando consenso nelle giovani generazioni in lotta con le proprie origini, soggiogate dalla “woke culture”. Lo slogan liberare la Palestina dal fiume al mare ignora il contesto nel quale avvenne la fondazione dello Stato di Israele, ratificata dal diritto internazionale.
La causa scatenante dell’attuale conflitto, cioè il pogrom del 7 ottobre, è scomparsa del panorama mediatico. Ciò dipende dalla peculiarità del rapporto tra il resto del mondo e gli ebrei, così apparentemente uguali, ma al contempo diversi, separati, chiusi nella gelosa difesa dei propri valori.
Un retaggio di avversione millenaria, che ha alimentato le persecuzioni fino alla realizzazione su scala industriale dell’annientamento che va sotto il nome di Shoah, fatto unico nella storia del genere umano che mai ha riguardato un altro popolo.
Non sono risparmiati gli ebrei laici ed integrati, ma desiderosi di conservare le proprie origini. Soprattutto costoro, definiti con spregio “assimilati” dagli ortodossi più integralisti, hanno inciso in tutti i campi negli ultimi due secoli, malgrado il loro esiguo numero.
Oggi purtroppo l’antisemitismo è alla sua acme, alimentato dalla reazione di Israele, giudicata ingiustificata o sproporzionata, senza indicarne i limiti. Da Israele si è passati agli ebrei nella loro totalità, considerati, astratta categoria e non individui. Naturalmente non è la prima volta, basti solo ricordare l’inizio dell’odio, cioè l’accusa di deicidio di stampo cristiano e l’ultimo tentativo di annientamento ad opera del nazismo. Di converso, è differente la considerazione di molte icone di origine ebraica, il loro successo deriva dall’essere espressione del modo di vivere occidentale, niente di più.
Ecco il punto fondamentale, la dicotomia tra l’ebreo noto, ammirato, imitato, e la categoria degli ebrei ricchi e dominanti. Tutto ciò è parzialmente vero, ma non in senso negativo, bensì per ragioni storiche, che chiariscono come la sperequata percentuale di ebrei di successo sia un mix di cause.
Steven Spielberg, nel suo film “The Fabelmans” dà conto della vita degli ebrei nell’America degli anni ’60, fortemente discriminati, in certi alberghi, club, condomini e scuole i supposti potentissimi ebrei non erano ammessi.
Attualmente gli ebrei nel mondo sono 15 milioni, 5 in meno di prima della Shoah, nonostante la popolazione mondiale sia quasi raddoppiata. Molti si ostinano a non considerare casuale il contributo di persone di origine ebraica al modello occidentale, qualcosa che fa parte di tutti noi, in generale sono gli odiatori del trinomio USA, Israele, società democratiche. Tra miliardi di individui, come avrebbero potuto pochi milioni raggiungere il potere che viene loro attribuito?

Per non ricorrere a insulse convinzioni, tipo la superiorità intellettuale o l’esistenza di una consorteria, bisogna partire da lontano, limitandoci a sintetici elementi di riflessione. Gli ebrei sono il popolo del Libro, la Torah, il cui studio obbligatorio li ha resi alfabetizzati in un mondo di analfabeti per secoli.
A seguire una circostanza non meno importante: forzati esuli dalla loro patria, non possedevano terra da coltivare o su cui far pascolare armenti, giocoforza hanno dovuto far ricorso ad arti e mestieri che impegnavano la mente, l’uso sviluppa l’organo.
Oppure esercitare il misero commercio degli stacci, unico consentito quando furono rinchiusi nei ghetti. Ma commerciando si impara a far di conto e a risparmiare, spesso convertendo il denaro in preziosi, pronti a fuggire da un luogo all’altro con oggetti di scambio non legati a una moneta. Dal risparmio è scaturita la finanza, soprattutto perché la chiesa bollava il prestito a interesse come sterco del diavolo. Solo gli ebrei erano disponibili ad esercitare il credito, ipocritamente utili, il che li rese più ricchi di chi non apparteneva alle classi nobiliari o alle corporazioni codificate.
Ai due elementi suddetti se ne aggiunge un terzo fondamentale: l’incontro del popolo del Libro con la Rivoluzione francese, che sdoganò la borghesia, creando i presupposti della moderna società aperta e affluente. Un vero colpo di fortuna, che trovò gli ebrei pronti e attrezzati.
Cultura che produce curiosità intellettuale, la capacità commerciale, la conoscenza di varie lingue: quella del luogo di residenza, l’ebraico, l’yiddish e il ladino, l’abitudine alla precarietà.
Tutto questo ha reso gli ebrei primi borghesi internazionalisti.
Bisogna parlare al massimo di milieux ambientali e culturali, la messa a fattor comune del sostantivo ebrei è arbitraria. Gli individui di origine ebraica, che hanno inciso nel nostro modo di vivere, sono persone assai diverse, nati in paesi lontani tra loro, in maggioranza di prima emigrazione in un paese straniero, religiosi, atei, capitalisti e rivoluzionari, più che di ebrei erranti, bisogna parlare di ebrei in fuga.
Tra loro ci sono anche ladri, furfanti, spie e stupratori, perché gli individui esprimono sé stessi e non agiscono a causa delle proprie origini. Nemmeno quando un’etnia diviene stato, sono attribuibili responsabilità comuni, semmai sono i governi ad averne. Si pensi alla Germania che è stata di nuovo accolta nel consesso delle nazioni civili dopo l’esperienza hitleriana.
Gli ebrei non sono un monolito; dalla loro apparizione nella storia sono stati sempre vivacemente in polemica tra loro, sul piano religioso: askenaziti e sefarditi hanno riti diversi, in Israele hanno due capi del rabbinato distinti, nelle convinzioni politiche, dialettici e cocciuti nello spaccare il capello.
Detto ciò, ognuno è libero di trarre da questi pensieri il succo che vuole, fermo restando che il principale nemico della verità è il pregiudizio.
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