

Angelo Badalamenti mi ha introdotto nel mondo della musica ed è stato questo che mi ha dato il permesso di entrarci, anche se non sono un musicista. Per me è una cosa puramente intuitiva.
La meditazione è un tuffo nel profondo, al di là del pensiero, fino alla fonte del pensiero e alla pura coscienza. Ogni volta che trascendi, il contenitore si espande.
David Lynch
Ho sempre una domanda fondamentale: cosa vuoi che il tuo pubblico provi? Vuoi spaventarli a morte? Farli agitare sulla sedia? Farli sentire bene? E il modo in cui rispondono a questa domanda mi dà indicazioni su come lavorare. Io traduco le loro parole in musica.
Angelo Badalamenti

Ripercorrere le colonne sonore di Angelo Badalamenti per i film di David Lynch, musiche a cui il regista ha spesso partecipato come compositore, significa esplorare una visione estetica precisa di un artista che è stato forse l’ultimo eco dell’avanguardia surrealista partita nel 1924 con il manifesto di André Breton. Lynch però non è stato solo questo. Poliedrico e misterioso, ha guardato con rara purezza al paesaggio americano, alle figure marginali che lo popolano e ne sono a loro modo il fondamento, ha amato il cinema ossessivamente come un’amante da cui si è incapaci di separarsi. Un uomo profondo che si è spinto oltre la superficie dell’animo umano, creando un’estetica che unisce lo sguardo surrealista e la disillusione contemporanea in una miscela sincera e amara, ma mai rassegnata o compiaciuta, anzi ironica e compassionevole.
Il mistero per David Lynch non abita le storie, la narrazione di eventi immaginari o reali, ma le persone e gli oggetti come presenze inspiegabili ed eccessive ontologicamente. Lynch ha guardato ai mostri come in “Elephant Man” o ai morti che non sanno d’esserlo come in “Mulholland Drive” nel loro essere inspiegabili costitutivamente e il suo sguardo ha saputo comunicarcelo con rara forza. Ma chi sono i mostri o i morti inconsapevoli alla ricerca di un’identità perduta? Siamo noi, è la condizione umana a cui siamo costretti, l’ineffabile destino imperante ben oltre qualsiasi apparente libero arbitrio, che genera storie e le trancia qua e là come in “Cuore Selvaggio” o in “Strade Perdute”. In tutta la sua filmografia gli eventi si abbattono sui personaggi.
Lynch cerca negli occhi dei suoi attori, come dentro un guardaroba alla ricerca di un vestito, di un indizio, di un profumo, di umanità autentica al di là di qualsiasi vicenda spicciola. Il finale di “Straight Story” è fatto solo di sguardi commossi e attoniti verso l’assurdo e il tragico dell’orizzonte umano, quello della classicità greca, eterno, ma senza dimenticare il poetico, il bello, il misericordioso, il meraviglioso, l’infinito e il sovraumano. Lynch lo fa con consapevolezza cancellando ogni retorica spiccia e appiccicosa, ogni didascalia conciliante. Angelo Badalamenti con le sue note apocalittiche e con atmosfere scure crea atmosfere da thriller, ma qual è il giallo? Torniamo sempre lì: il giallo è lo srotolarsi di diversi destini come in “Inland Empire”. Il thriller è l’animo umano e il suo scorrere nel tempo, un tempo spesso non lineare.
Lynch è anche meditazione nelle scuole e nelle carceri, promossa per anni con rara determinazione come rieducazione e resurrezione, il tornare della mente alla coscienza come all’originario, al principio, all’inizio di sé, al di là del tempo e dello spazio. La meditazione come “igiene” per avere una chiave di lettura dell’assurdo e del tragico costitutivi dell’umano e del suo tormentato destino, della sua ferocia come in “Twin Peaks” della sua follia come in “Blue Velvet” e in “Eraserhead”. Anche per i suoi personaggi più crudeli Lynch ha sempre uno sguardo compassionevole, proprio perché si rifà a questo inizio, alla meditazione trascendentale, per cui si è impegnato anche con una fondazione a suo nome. La coscienza all’inizio non è infatti “coscienza di”, presenza individuale, esserci di Tizio o Caio: è altro. David Lynch prossimo al sacro senza mai esplicitarlo. Il tutto vissuto con un’ironia travolgente, tenendosi alla larga da ogni compiacimento, come dimenticare i suoi “weather forecast” guardando fuori dalla finestra? La poesia abitava quest’uomo.
Al di là di queste “Strade Perdute”, Lynch è stato una mente complessa, capace di fondare un’estetica ereditata anche da altri artisti, estetica radicata nel surrealismo, ma con sviluppi e mutazioni chiaramente frutto della modernità, ricca e declinata non solo nel cinema. Penso solo per fare un esempio rilevante tra i tanti possibili al grande fotografo Gregory Crewdson. Badalamenti ha avuto l’abilità di coglierne la poetica, muovendosi tra paesaggi cupi a cui ha contrapposto con abilità atmosfere sognanti come per la soundtrack di “Straight Story”. Così ascoltare queste musiche è immergersi con la mente nei paesaggi urbani e agricoli del grande regista americano, ripercorrerne con uno sguardo interiore le visioni, come in una “meditazione ad occhi aperti” sulla sua opera. Con David Lynch abbiamo perso un grande artista e un uomo colto e compassionevole. Non sono qualità comuni nella tempesta di superficialità in cui siamo costantemente immersi.
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Bello bello! Un tributo strameritato ad entrambi gli interpreti della settima arte, ma anche della quinta!