


Il nome di Mario Draghi torna a circolare in vista del Quirinale, tra indiscrezioni, incontri politici, baristi loquaci e silenzi eloquenti. Ma, più degli altri possibili candidati, Draghi resta un caso a parte: l’uomo che non chiede mai nulla e che, forse proprio per questo, continua a essere cercato.
C’è una regola non scritta della politica italiana: quando si comincia a parlare del Quirinale, prima o poi salta fuori il nome di Mario Draghi. È successo nel 2022. Sta accadendo di nuovo, a quasi tre anni dall’elezione del prossimo capo dello Stato.
È bastato un incontro con Elly Schlein, raccontato dai retroscenisti, in primo luogo da «Il Foglio», per riaprire un romanzo che sembrava chiuso. Il colloquio tra la segretaria del Pd e l’ex presidente del Consiglio è stato letto nei modi più diversi. C’è chi vi ha visto un confronto sul futuro dell’Europa, chi un tentativo di rassicurare l’elettorato moderato, chi addirittura il primo tassello di una possibile corsa al Quirinale.
Il «Fatto Quotidiano» ci ha costruito sopra un articolo all’insegna dell’umorismo. Del resto, quando si parla del Colle, l’ironia è spesso la sorella delle indiscrezioni.
A riaccendere davvero la discussione, però, non sono state soltanto le voci di corridoio. Ci ha pensato anche Giorgia Meloni, osservando che sarebbe arrivato il momento di un presidente della Repubblica proveniente dalla destra. Una frase che vale più di molte ricostruzioni, perché certifica che la partita per il Colle è già cominciata.
Come sempre, i nomi si moltiplicano: Alfredo Mantovano, Guido Crosetto, Raffaele Fitto. E ancora Antonio Tajani e Ignazio La Russa. Sul fronte opposto Pier Ferdinando Casini, Paolo Gentiloni, Walter Veltroni. E naturalmente Mario Draghi.
Nel gennaio del 2022 sembrava tutto scritto. Dopo aver guidato il governo di unità nazionale e restituito credibilità internazionale all’Italia in una fase delicatissima, l’approdo naturale per molti sembrava il Quirinale. Poi arrivarono i franchi tiratori, gli equilibri parlamentari, il Mattarella bis.
Una vicenda che lasciò più di uno strascico e che continua ancora oggi ad alimentare interpretazioni e racconti. Perfino i baristi, in questa storia, sono diventati inconsapevoli personaggi in cerca d’autore.
Nel 2021 il titolare del bar davanti alla casa romana dell’allora premier raccontò una confidenza ricevuta dalla signora Serenella Cappello: il marito, disse, sarebbe andato al Quirinale, anche se questo avrebbe significato rinunciare alla tranquillità di Città della Pieve.
Draghi, raggiunto dai cronisti, evitò accuratamente di rispondere nel merito. Preferì correggere un dettaglio: «Mai Aperol, bevo Campari». Del Quirinale, nemmeno un accenno. Una risposta perfettamente draghiana: parlare dello Spritz per non parlare del Colle.
È uno dei pochi protagonisti della politica italiana capace di alimentare il dibattito più con ciò che non dice che con ciò che dice.
Qualche settimana fa, stando a una nuova indiscrezione giornalistica, la scena si sarebbe in qualche modo ripetuta. Ancora una confidenza attribuita alla signora Cappello. Ancora un barista. Ancora il Quirinale sullo sfondo.
Con un particolare in più: la famiglia Draghi trascorrerebbe ormai molto più tempo nella casa di viale Bruno Buozzi, nel cuore della capitale, che a Città della Pieve. Indizi? Suggestioni? Nel grande romanzo del Colle anche i dettagli finiscono per assumere un significato.
Del resto Serenella Cappello è già entrata, suo malgrado, nella piccola storia della comunicazione draghiana. Nel 2018, all’uscita dal seggio, si lasciò sfuggire una risposta ai cronisti sul futuro del marito. Draghi la interruppe con un sorridente ma deciso: «Dai, stai zitta». Un siparietto rimasto nella memoria, che oggi viene inevitabilmente riletto alla luce di tutto ciò che è accaduto dopo.
C’è però un aspetto che distingue Draghi dagli altri nomi evocati per il Quirinale. Crosetto, La Russa o Gentiloni sono uomini di partito e vengono valutati come possibili candidati al Colle. L’economista romano, invece, continua a riemergere pur restando ai margini della politica.
Per tutta la carriera Mario Draghi ha coltivato un’arte rara: ottenere senza chiedere. Governatore della Banca d’Italia, presidente della Bce, presidente del Consiglio: ogni volta è sembrato che fossero gli altri ad andare a cercarlo.
Il Quirinale del 2022, però, sembra aver rappresentato un’eccezione. Non perché si possa sapere con certezza cosa desiderasse davvero Mario Draghi. Ma perché, almeno agli occhi dell’opinione pubblica, quella fu la prima occasione in cui l’uomo delle decisioni razionali apparve coinvolto anche sul piano personale.
La celebre battuta del «nonno al servizio delle istituzioni», i silenzi, le ricostruzioni successive, perfino alcune testimonianze raccolte negli anni hanno contribuito a far emergere questa percezione. E sarebbe difficile stupirsene.
Anni fa Mario Draghi raccontò una barzelletta che fece sorridere la stampa estera. Un medico, dovendo scegliere per il trapianto di un suo paziente tra il cuore di un venticinquenne e quello di un banchiere centrale ottantaseienne, opta per il secondo. «Perché non è mai stato usato», è la risposta.
Autoironia allo stato puro. Eppure, se c’è una vicenda che sembra smentire quella battuta, è proprio quella del Quirinale. A giudicare dai silenzi, dalle parole misurate e da quella partita del 2022, Draghi non sarebbe il candidato ideale per quel trapianto. Perché il cuore diventa uno sconsiderato quando desidera davvero qualcosa. E quello di un banchiere centrale non fa eccezione.
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I primi nomi sono destinati a essere bruciati. Speriamo che le forze che contano se lo stiano tenendo per tirarlo fuori quando i giochi si faranno seri
È il desiderio di tutte le persone pensanti con la testa e col cuore, amanti dell\’Italia e del bene comune. Ma non voglio sperarci troppo, perché, ogni volta che mi appassiono ad una causa, la causa perde. Comunque, grazie Draghi. Nadia Mai
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