

Quando l’università di Sheffield Hallam ha deciso di archiviare una ricerca sui campi di lavoro nello Xinjiang, non è stata una scelta scientifica, ma una resa strategica. Non al rigore metodologico, bensì alle pressioni esterne tanto evidenti quanto preoccupanti. Il personale dell’ateneo con legami in Cina è stato minacciato, l’accesso ai siti web dell’università è stato oscurato dalle autorità cinesi, e l’ateneo ha cominciato a temere ripercussioni anche sul piano del reclutamento studentesco. Il contenzioso riguardava uno studio sul lavoro forzato degli uiguri, firmato da Laura Murphy, docente specializzata in schiavitù moderna. Una ricerca delicata, certo, ma fondata su fonti verificate e in linea con la missione accademica.
Eppure, la decisione è arrivata: progetto sospeso, pubblicazione bloccata, e indicazione formale alla docente di cessare ogni attività di ricerca legata alla Cina. A pesare sulla scelta, una causa intentata da una società cinese citata nello studio e, soprattutto, le evidenti interferenze da parte di Pechino. Il caso ha attirato l’attenzione delle autorità britanniche, al punto che la polizia antiterrorismo è stata coinvolta per sospette attività di spionaggio. Ma mentre le indagini si muovono, il punto politico resta: la libertà accademica in Regno Unito è diventata negoziabile.
Quello di Sheffield non è un episodio isolato. Poco tempo prima, all’University College London, un’altra docente — Michelle Shipworth — si era trovata sotto attacco per aver discusso in aula del tema della schiavitù contemporanea in Cina. Una studentessa si era detta “offesa”, e da lì era partita una reazione a catena. Lettere, proteste, pressioni sul rettorato. Risultato: modulo didattico sospeso, e rientro possibile solo a patto di non trattare più argomenti legati alla Cina. Un compromesso che assomiglia a una censura.
Il quadro che emerge è chiaro: in alcune università britanniche, affrontare apertamente temi scomodi legati alla Cina comporta rischi concreti. E non sono pochi gli atenei che, per evitare grane, preferiscono aggirare l’ostacolo. La spiegazione è tanto semplice quanto inquietante: una questione di soldi. Con la Brexit e la conseguente fuga di studenti europei, molti istituti hanno colmato il vuoto attirando studenti extra-UE, in particolare dalla Cina. Nel solo anno accademico 2021-22, le tasse universitarie versate dagli studenti cinesi hanno superato i 2,3 miliardi di sterline, per poi salire a 2,5 miliardi nel 2024. In alcune università, come Sheffield o Southampton, i cinesi rappresentano fino al 70% delle entrate post-laurea.
In cambio di questi flussi finanziari, le università britanniche sembrano sempre più disposte a chiudere un occhio di fronte alle pressioni del governo cinese. Le intrusioni sono ormai sistemiche. Ambasciatori accolti come ospiti d’onore nei campus per ammonire gli studenti alla “fedeltà patriottica”. Conferenze annullate, eventi su Taiwan o Hong Kong ostacolati, docenti silenziati. Gli Istituti Confucio, formalmente centri di promozione culturale, operano da anni in diversi atenei sotto l’ombra lunga di un’agenda politica ben definita: promuovere un’immagine addomesticata della Cina, evitando ogni discussione su argomenti sgraditi al Partito comunista.
Ma il controllo non si ferma alla narrazione culturale. Secondo Human Rights Watch, Pechino finanzia e invia all’estero studenti selezionati non solo per studiare, ma anche per sorvegliare i propri connazionali. È una rete informale ma efficace: chi si espone criticando il regime può vedere le conseguenze ricadere su amici e parenti rimasti in patria. Un sistema di sorveglianza che si estende anche all’aula universitaria, dove certi temi non si affrontano più con libertà, ma con cautela — o si evitano del tutto.
Nel frattempo, anche la didattica si adatta. Con l’espansione dei corsi online, le università hanno cominciato a differenziare i materiali in base alla provenienza geografica degli studenti. Gli stessi contenuti possono variare tra uno studente a Londra e uno connesso da Pechino. Alcune lezioni vengono semplificate o filtrate per conformarsi alle normative cinesi: niente riferimenti al Tibet, nessun accenno al massacro di Tiananmen, linguaggio neutro sulla questione uigura. Di fatto, si creano due versioni della verità. Una per l’Occidente, una per la Cina.
Non è più solo una questione di equilibri diplomatici. Si tratta di capire se le università britanniche siano ancora luoghi in cui la ricerca e l’insegnamento possano svolgersi senza condizionamenti. Per ora, il segnale è tutt’altro che rassicurante. Il prezzo della dipendenza finanziaria sta diventando la rinuncia alla libertà accademica. E quando la verità diventa negoziabile, l’università smette di essere un’istituzione e diventa un compromesso.
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(Daniela Martino)
È una situazione che evoca un sorriso amaro. Chi avrebbe mai pensato che i successori dei grandi esploratori, scienziati e cartografi britannici sarebbero finiti a censurare le proprie mappe e i propri studi per non offendere un governo straniero? L’establishment scientifico e culturale britannico si trova a fare i conti non con i limiti della scienza, ma con i limiti imposti dal bilancio. È l’ironia della storia.
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Sono stati accomodanti per anni nei confronti dei russi e ora lo sono con i cinesi.
La lezione non è stata appresa e meno male che dovevano fare prima gli interessi britannici di quelli europei con la brexit. In più hanno problemi con gang islamiche e infiltrazioni fondamentaliste. Certi progressisti e anche conservatori affamati di soldi facili a furia di essere tolleranti con tutti finiranno col divenire una minoranza sgradita e oppressa da quelli che volevano tutelare e agevolare. Altro che ritorno dell’impero.
bruttissimo segnale! giorni fa è stato menzionato il soft power “sporco”, mi pare che questo ne sia un ulteriore esempio. e in italia come stanno le cose? possiamo considerarci immuni?