

Il dibattito costituente sull’articolo 1 rivela un compromesso alto ma non privo di ambiguità. Al centro, la critica di Bruno Trentin: il lavoro come fondamento rischia di restare una promessa, se non è la libertà — e i diritti che si autoaffermano — a rendere effettiva la democrazia.
Assemblea costituente, seduta del 22 marzo 1947: si apre il dibattito sul primo comma dell’art. 1. Vengono presentate tre diverse formulazioni. La prima dai comunisti, con l’appoggio dei socialisti: “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori”. La seconda dai democristiani: “[…] fondata sul lavoro”. La terza dai repubblicani: “[…] fondata sui diritti di libertà e del lavoro”. I relatori sono, rispettivamente, Giorgio Amendola, Amintore Fanfani e Ugo La Malfa.
L’emendamento proposto da La Malfa fu bocciato perché i deputati comunisti scelsero di votare a favore dell’emendamento proposto da Fanfani. Come disse Palmiro Togliatti: “Di fronte all’alternativa che adesso si presenta, devo dichiarare a nome del gruppo al quale appartengo che noi preferiamo la formula proposta dall’onorevole Fanfani. Il motivo mi sembra evidente: prima di tutto, la formula del collega Fanfani è quella che più si avvicina a quella che noi avevamo presentato; per questo semplice motivo mi sembra che noi avremmo il dovere di votarla. Per la sostanza, la formula ‘Repubblica fondata sul lavoro’ si riferisce a un fatto di ordine sociale, e quindi è la più profonda”.
Il dibattito sul primo articolo della Costituzione fece emergere chiaramente le differenze valoriali dei partiti rappresentati all’interno dell’Assemblea costituente, ma dimostrò anche la loro capacità di trovare un compromesso “alto”. Lo stesso si può dire per le discussioni che portarono alla stesura dell’art. 4:
“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”
Nel corso degli anni non sono mancate le riserve critiche espresse da esponenti della cultura liberale sull’incipit della Carta del 1948. Qui mi piace ricordare anche quelle di Bruno Trentin, un “comunista eretico” di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.
Per lui non era in discussione il suo altissimo valore simbolico, che costituiva la base di legittimazione della dignità e del riscatto delle classi subalterne. La questione che sollevava era un’altra, e riguardava un’idea centrale nella cultura politica della sinistra italiana postbellica: l’idea, cioè, che i diritti sociali possano essere solo figli della democrazia, cioè del suffragio universale, della separazione dei poteri, del principio di maggioranza.
Trentin ribalta questo schema. Infatti, per lui sono i diritti che si “autoaffermano”, anzitutto nel campo del lavoro, in quanto decisivo ai fini dell’identità personale, a rendere democratico l’esercizio della sovranità popolare. Si spiegano così le sue perplessità sul testo dell’art. 1 della Costituzione, laddove il diritto al lavoro resta una promessa che solo lo sviluppo economico e la “democrazia progressiva”, per usare la formula di Togliatti, avrebbe potuto mantenere.
Del resto, i Padri costituenti erano assillati dal dramma della disoccupazione di massa negli anni della Ricostruzione. Per diritto al lavoro intendevano qualunque impiego che assicurasse un reddito, sia pure minimo. In altri termini, il diritto al lavoro era concepito come diritto a una piena occupazione di impronta keynesiana, più che come un diritto di libertà, di relativa autonomia nel rapporto di lavoro.
In questo senso, la libertà di cui parla Trentin è una libertà di autodeterminazione vicina a certe elaborazioni del liberalismo filosofico. Non fortuitamente era solito rettificare il vecchio adagio del socialismo riformista, secondo cui non c’è libertà senza democrazia, in quello secondo cui non c’è democrazia senza libertà. E non fortuitamente il titolo del suo ultimo libro, una sorta di testamento politico, recita: La libertà viene prima.
Pubblicato nel 2005, in quello scritto ce n’è un po’ per tutti. Per il movimento sindacale, irresoluto di fronte al problema della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende. Per i Ds, che preparavano voluminosi documenti programmatici, ma poi preferivano decidere sentendo l’aria che tira. Per l’esercito degli ideologi che vedevano la “fine del lavoro” nelle grandi trasformazioni subite dagli assetti produttivi con il crollo del fordismo.
E ancora, per la variopinta area del massimalismo politico e dei suoi intellettuali d’assalto, che contavano di dare una spallata al sistema con il “più uno” delle rivendicazioni salariali, e che continuavano ad agitare le bandiere della protesta e slogan intransigenti, negando le trasformazioni del lavoro e rifiutandosi di governarle per non sporcarsi le mani.
Una polemica, quella dell’ultimo grande leader della Cgil, animata dalla costante preoccupazione di essere coerenti tra il dire e il fare, per dare corpo alle esigenze e alle iniziative dei lavoratori subordinati, per realizzare il loro diritto, sì, al lavoro, ma anche alla conoscenza e al sapere, che sono i veri motori dell’innovazione.
Qualche volta, dalle parti del “campo largo”, sarebbe utile ricordarselo.
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Ricordo che anche Calamandrei da giurista esprimeva perplessità sul fatto che il diritto al lavoro non gli pareva tale visto che non era azionabile. Togliatti citando Dante gli disse che andava inteso come l’indicazione per quelli che verranno sostanzialmente quindi ne riconosceva il carattere di principio morale non di diritto