
Da mesi attorno ad Alessandra Libutti si è sviluppato qualcosa che va ben oltre un’ordinaria polemica intellettuale. Il dissenso sui suoi articoli, espresso con la solerzia dei sacerdoti dell’ortodossia auto-certificata, è progressivamente scivolato in un attacco personale ricorrente, con toni sempre più aggressivi e con una crescente tendenza alla caricatura.
Preciso che non sempre le mie opinioni coincidono con quelle di Alessandra. Succede, ed è normale che succeda. Ma proprio per questo InOltre non è — e non sarà mai — una caserma dove tutti devono marciare allo stesso passo o ripetere la stessa linea. Non esiste un’ortodossia da custodire né uno scriba incaricato di stabilire cosa sia consentito pensare e cosa no. Non è una scelta indolore, soprattutto per gli equilibri e gli umori interni al nostro magazine. Ma tant’è. E spero perdonerete questo momento di “autocoscienza”.
In passato non abbiamo risposto a polemiche all’indirizzo di InOltre. Sono ovviamente legittime, ma spesso segnate da modalità e toni tali da non consentire, è la nostra opinione, un confronto costruttivo. In questo caso faccio un’eccezione, perché mi sembra che l’attacco personale, costruito con il solo scopo di colpire — e con pervicacia — l’integrità intellettuale di una persona, sia francamente intollerabile.
A InOltre scegliamo le persone che ci convincono per la loro buona fede, per la loro competenza, per la loro intelligenza e per la loro capacità critica. È questo il criterio, non l’allineamento preventivo delle opinioni. Chi scrive su InOltre condivide alcuni valori di fondo, certo, ma le posizioni non devono coincidere sempre su tutto. Non è questo lo scopo.
Una rivista vive proprio di questo: di convergenze, ma anche di differenze, di discussioni, talvolta di dissensi. Pretendere il contrario significherebbe trasformarla in qualcosa che InOltre non è e non ha alcuna intenzione di diventare. Chi vorrebbe un luogo dove le opinioni debbano essere tutte perfettamente allineate (tendenzialmente alle proprie…) probabilmente sta cercando qualcos’altro — e ce ne faremo una ragione.
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Ecco perché ritengo giusto rimarcare come un conto sia discutere nel merito delle opinioni e un altro sia attaccare una persona ricorrendo ad argomenti pretestuosi o a paragoni costruiti per delegittimarla.
È esattamente ciò che è accaduto quando si è tirato in ballo Tucker Carlson. Un accostamento che non è soltanto ridicolo: è volutamente infamante.
Carlson, giornalista americano antisemita e propagandista putiniano, rappresenta un universo politico e culturale che chiunque abbia anche solo una minima familiarità con ciò che Alessandra Libutti ha scritto sa essere agli antipodi di ciò che lei ha sempre sostenuto e rappresentato.
Fa sorridere poi che, per arrivare a un accostamento così improbabile come quello tra Libutti e Carlson, ci si sia presi la briga di scrivere addirittura un saggio breve. Tanto impegno argomentativo per un insulto, con il piglio di coloro che scambiano la decostruzione per intelligenza. La decostruzione, quasi sempre, non è altro che un espediente retorico: si smonta artificialmente una posizione, si isolano alcuni elementi, li si ricompone in modo arbitrario e si presenta il risultato come una rivelazione critica. Un vecchio trucco da sofisti.
Ma più di ogni altra cosa non comprendo tutto questo insensato livore. Non capisco questa ostinazione nel deformare posizioni, costruire accostamenti improbabili, trasformare un articolo nel pretesto per colpire proprio una persona come Alessandra Libutti in un modo così insistito e personale.
Tucker Carlson? Ma per favore.

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