


Le parole di Bonaccini sul voto dei meno istruiti e di chi sta peggio rivelano la distanza tra la sinistra e le classi popolari che vorrebbe riconquistare. In trent’anni, il baricentro si è spostato dal lavoro all’identità culturale, dalle fabbriche alle università. Il popolo è diventato un oggetto di analisi, mentre la destra ne ha raccolto il consenso e imposto il linguaggio del dibattito.
Stefano Bonaccini interviene ad Albenga il 27 agosto 2026 con un obiettivo preciso: spiegare come il centrosinistra possa recuperare il voto delle classi popolari. Operai, periferici, chi sta peggio economicamente. Il popolo che la sinistra ha perso e che vorrebbe riconquistare.
Poi apre la bocca.
Il voto alla destra, da Trump alla Brexit, da Le Pen a Meloni e Vannacci, «è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e di chi sta peggio economicamente».
Avete mai visto una forza politica che tenta di recuperare un elettorato insultandolo? Adesso l’avete vista.
Il dato è vero. Il problema è come viene usato.
Bisogna avere l’onestà di dirlo: la correlazione che Bonaccini cita esiste. I dati CISE analizzati da Bidimedia confermano che alle europee del 2024 il 54% di chi ha la licenza media ha votato per un partito di centrodestra, contro il 27% dei laureati. La dinamica opposta si registra a sinistra. Tecnicamente Bonaccini non ha sbagliato i numeri.
Ma, come già spiegava Pagella Politica analizzando un episodio analogo nel 2019 – quando Gianni Cuperlo si stupiva che i sardi poco istruiti votassero Lega -, la correlazione non implica causalità e la stratificazione sociologica del voto è enormemente più complessa di qualsiasi titolo di studio.
Ogni partito che vince con ampi margini avrà per forza la più alta percentuale di elettori con licenza media tra i suoi sostenitori, semplicemente perché in Italia chi ha solo la licenza media è strutturalmente più numeroso dei laureati.
Attribuire il voto di destra alla scarsa istruzione significa confondere una correlazione statistica con una spiegazione causale. E farlo in pubblico, davanti a un microfono, mentre si dichiara di voler riconquistare quegli stessi elettori, è un cortocircuito comunicativo di proporzioni notevoli.
Ma il problema più grave non è la parte sugli studi. È la frase completa: «di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e di chi sta peggio economicamente».
Chi vive nelle aree interne, nelle periferie, chi sta peggio: sono esattamente le categorie che la sinistra italiana ha storicamente rappresentato e che oggi non rappresenta più. Bonaccini non le stava insultando nel senso letterale: stava descrivendo una realtà sociologica.
Ma nel farlo ha commesso un’ammissione che nessuna retromarcia successiva può cancellare: la sinistra ha abbandonato le periferie. Ha abbandonato le aree interne. Ha abbandonato chi sta peggio. E quando prova a parlarne, lo fa con il tono di chi osserva un fenomeno da lontano invece di riconoscere una responsabilità.
Trent’anni di distanza
Quello che Bonaccini ha detto ad Albenga non è nato il 27 agosto 2026. È il prodotto di una deriva trentennale che vale la pena raccontare con la precisione che merita.
La sinistra italiana ha presidiato la cultura per decenni – dalle università ai giornali, dalle istituzioni al cinema, dalla narrativa al teatro. Lo ha fatto consapevolmente, costruendo quella che Gramsci chiamava egemonia culturale: il controllo non del potere formale, ma delle categorie attraverso cui il potere viene pensato e legittimato.
Le élite erano il veicolo di questa egemonia – intellettuali, docenti, giornalisti, dirigenti di partito. Ma le campagne elettorali si rivolgevano al popolo. Agli operai di Sesto San Giovanni, ai braccianti della pianura padana, ai minatori della Sardegna.
La doppia presenza era consapevole e funzionava: si governava attraverso le élite culturali, si vinceva con i voti del lavoro.
Poi qualcosa si è rotto. Non in un giorno, ma in trent’anni di trasformazioni successive, ciascuna delle quali ha spostato il baricentro della sinistra un po’ più verso l’alto e un po’ più lontano dal basso.
La fine del PCI, la nascita del PDS, i DS, il PD: ogni passaggio ha portato con sé una progressiva coincidenza tra élite ed elettori. Il pubblico di riferimento è cambiato – dal conflitto economico all’identità culturale, dalla fabbrica all’università, dal salario ai diritti civili.
Non è una critica ai diritti civili: è una constatazione politica. Nel momento in cui una forza smette di parlare principalmente di lavoro e sicurezza e comincia a parlare principalmente di diritti identitari, cambia il suo pubblico. E il pubblico che abbandona trova altri interlocutori.
Il risultato è che oggi l’elettore tipo della sinistra italiana è il laureato urbano, il professionista progressista, il lettore di Repubblica. Non più l’operaio di Sesto San Giovanni o il bracciante della pianura padana. Élite ed elettori quasi coincidono.
E quando coincidono, accade qualcosa di preciso: la distanza dal popolo non viene più percepita come un problema politico da risolvere, bensì viene naturalizzata come dato sociologico da descrivere. È esattamente quello che ha fatto Bonaccini ad Albenga.
Nel suo ecosistema, quella frase suonava come un’analisi. Fuori dal suo ecosistema, suonava come quello che era: la conferma che il popolo è diventato un oggetto di studio invece che un soggetto da rappresentare.
Trent’anni fa un operaio che votava a destra era un’anomalia che richiedeva spiegazione. Oggi è una statistica che viene catalogata. E la differenza tra le due posture dice tutto su quanto sia cambiata la sinistra. E su quanto poco se ne sia accorta.
Il disastro comunicativo
Tutto questo si inserisce in un quadro comunicativo che il centrosinistra non riesce a invertire e che la frase di Bonaccini sintetizza con involontaria precisione.
Il centrodestra italiano ha costruito negli anni un campo semantico dominante: sicurezza, identità, confini, merito, periferie abbandonate, popolo tradito. Sono parole che evocano immediatamente un universo di valori e di paure riconoscibili.
Il centrosinistra non ha costruito un campo semantico alternativo: ha reagito dentro quello altrui, difendendo posizioni invece di definire terreni, rispondendo ad accuse invece di porre domande. E il risultato è che nel dibattito pubblico italiano le parole della destra sono diventate le parole della politica tout court.
Meloni non si avvia a essere il presidente del Consiglio più longevo della Repubblica nonostante la comunicazione, ma anche grazie ad essa. Ha governato il campo semantico con una coerenza che l’opposizione non ha mai saputo replicare.
Ogni volta che il centrosinistra ha tentato di costruire un frame alternativo, qualcuno ha aperto la bocca nel momento sbagliato. E ogni volta che qualcuno ha aperto la bocca nel momento sbagliato, il centrodestra ha semplicemente copiato e incollato.
Bonaccini ad Albenga ha fornito una settimana di titoli gratuiti. Meloni non ha dovuto fare nulla. Ha risposto con una citazione e un post. Quello che mesi di opposizione non riescono a costruire, il presidente del PD lo ha regalato in un caldo pomeriggio agostano.
Le varie forme dello stesso fenomeno
Quello di Bonaccini è soltanto uno degli episodi di una lunga sequenza, una fotografia quasi perfetta di un fenomeno che ha assunto, nel corso degli anni, forme sempre più variegate.
Il ritratto sociologico dell’elettore di destra come soggetto da analizzare anziché da convincere, la superiorità morale che affiora ogni volta che la guardia si abbassa, il moralismo come sostituto della politica concreta, la pedagogia al posto della rappresentanza.
La sinistra non ha smesso di avere opinioni sul popolo, ha fatto di peggio: ha smesso di avere un rapporto con esso. E la differenza tra le due cose è esattamente la distanza tra chi governa e chi viene governato, tra chi spiega e chi ascolta, tra chi osserva le periferie da lontano e chi ci va a raccogliere voti.
Ogni tanto quella distanza affiora in una frase – «chi ha poco studiato», «chi vive nelle aree interne», «chi sta peggio». Parole pronunciate con il tono di chi descrive un fenomeno, non di chi riconosce una responsabilità.
E ogni volta che affiora, qualcuno si chiede perché la sinistra continua a perdere il popolo. La risposta è sempre lì, nella frase appena pronunciata. Ma non viene mai sentita.
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