Dopo l’attentato a Donald Trump la partita per la Casa Bianca è definitivamente chiusa? Non ne sono certo. Ovviamente, adesso il tycoon newyorkese cercherà di incassare il ricco dividendo politico che la sorte gli ha regalato. Il suo braccio alzato che incita la folla alla lotta dopo lo scampato pericolo è un’immagine forte (l’uomo non è privo di una consumata perizia da teatrante televisivo). Quella del leader che cerca nuovamente di calamitare gli umori yankee avversi alla “power élite”, che mette in riga l’establishment con il sostegno del popolo. Una missione per cui la fedeltà al partito può entrare in contrasto con la fedeltà al paese, incentivando la corruzione, la rapacità clientelare, le menzogne della stampa, la passione smodata per il potere. Questo potenziale conflitto risale addirittura agli albori della rivoluzione americana. Lo storico Arnaldo Testi vi ha dedicato pagine magistrali, che oggi meritano di essere rilette anche per evitare abbagli clamorosi nell’analisi del “trumpismo” (“Trionfo e declino dei partiti politici negli Stati Uniti, 1860-1930”, Otto editore, 2000).
Nel suo “Farewell Address” (discorso di commiato) del 1796, già il primo presidente George Washington (1789-1797) aveva ammonito i suoi concittadini sugli effetti perniciosi di quello spirito partigiano che indebolisce l’amministrazione, fomenta rivolte e insurrezioni, agita la comunità con gelosie laceranti, apre la strada all’influenza straniera. Altrettanto chiaro era stato Thomas Jefferson nel 1789, quando aveva definito la dipendenza da un partito come “l’ultima degradazione di un agente libero e morale”. Anche il secondo presidente degli Stati Uniti, John Adams (1797-1801), bisnonno di Henry, considerava la divisione della repubblica in due grandi partiti, ognuno guidato da un proprio capo, “come la più grande calamità politica sotto la nostra costituzione”.
Non tutti i padri fondatori della repubblica, in verità, erano della stessa opinione. James Madison, l’estensore della Carta costituzionale, anch’egli presidente (1809-1817), riteneva che nella società esistessero interessi in conflitto tra loro, e che ciò avrebbe inevitabilmente portato alla formazione di partiti con diverse basi sociali, diverse visioni dei problemi e diverse ricette per risolverli. La regolamentazione di questi contrastanti interessi, scrisse nel 1787 in un celebre passaggio di un celebre opuscolo (“Federalista”, n.10), “costituisce il compito principale di una moderna legislazione, e comprende lo spirito di partito e di fazione nel necessario e ordinario funzionamento del governo”. Madison, quindi, non pensava che l’esistenza dei partiti fosse un bene, ma un male da tenere sotto controllo. In questo senso, la funzione essenziale del governo era quella di impedire il predominio di una fazione maggioritaria, in grado di imporre la sua volontà al resto del paese. Per questo si era battuto per una costituzione imperniata sulla separazione dei poteri e sul federalismo.
Durante l’età jacksoniana (il periodo che va dagli anni Trenta alla guerra civile del 1861-1865, e che prende il nome dal presidente Andrew Jackson), nei comizi dei politici, negli editoriali dei giornali e negli slogan elettorali iniziano ad essere esaltate le virtù di una vigorosa competizione tra partiti, programmi e principi contrapposti. Anche la fedeltà al partito viene proclamata come un valore positivo e eticamente edificante. L’alternativa era rappresentata dalla volubilità del voltagabbana, non degna di un cittadino. Era l’apatia piuttosto che l’ambizione personale il nemico da sconfiggere, ed era il conflitto piuttosto che l’armonia a garantire un “commonwealth” vitale e ben governato.
Questi principi erano considerati poco meno che satanici dagli intellettuali liberali della élite colta e patrizia, settentrionale e metropolitana. Storicamente repubblicani, dopo la guerra civile -nelle cui ragioni si erano identificati- si considerarono sempre più degli “indipendenti”. Di fronte agli scandali che avevano segnato le due amministrazioni di Ulysses Grant (1869-1877), cominciarono a chiedersi quale nazione fosse uscita da quella guerra sanguinosa, e la loro risposta fu un brivido di orrore. I Liberal Reformers, come erano chiamati, avviarono così una critica radicale della democrazia di massa, in cui proliferavano politici di professione semianalfabeti e volgari, e burocrazie di partito dedite al saccheggio delle risorse pubbliche, che stritolavano -attraverso lo “spoils system”- i cittadini onesti con la loro avidità di cariche pubbliche e di prebende di vario tipo.
Erano gli anni in cui Mark Twain raffigurava Washington come una città nella quale i membri del Congresso avevano una fama talmente desolante che gli affittacamere pretendevano il pagamento anticipato della pigione. The Gilded Age (1873), il suo romanzo satirico scritto in collaborazione con Charles Dudley Warner, diventò il simbolo beffardo di un’intera epoca: non dell’oro, ma falsamente dorata. Anche un poeta come Walt Whitman, il cantore del “sogno americano”, non nascose la sua inquietudine per “lo spettacolo allarmante dei partiti che usurpano il governo, partiti selvaggi e voraci”. Fino a lanciare, in Democratic Vistas (1871), un appello accorato: “Disimpegnatevi dai partiti. Sono stati utili, e in qualche misura lo rimangono; ma sono [….] gli agricoltori e gli impiegati e i lavoratori i padroni dei partiti, [….] sono loro di cui abbiamo più bisogno, ora e nel futuro. Conviene non mettersi nelle mani di nessun partito, non sottomettersi ciecamente ai loro dittatori”. Il linguaggio di Whitman era diverso da quello dei riformatori liberali, che per lui erano “dilettanti e damerini”, ma il rimedio suggerito era identico.
All’indomani della guerra civile, in “A True Republic” (1879) Albert Stickney propose addirittura l’eliminazione del sistema dei partiti, e la sua sostituzione con assemblee locali e rappresentanti del popolo senza scadenza di mandato, revocabili solo in caso di cattiva condotta. Queste suggestioni utopiche furono accolte con freddezza dai riformatori liberali che, sotto la guida di Henry Adams, Robert R. Bowker e Theodore D. Woolsey, si erano impegnati in campagne memorabili contro quel “partito-macchina” che intrappolava la libertà di scelta dell’elettore. La sfida alle sue burocrazie e ai suoi boss poteva contare sull’appoggio di periodici influenti come “The Atlantic Montly” e di quotidiani come il “New York Times”. Essa, inoltre, godeva del favore di politici autorevoli, come il repubblicano Rutheford B. Hayese e il democratico Grover Cleveland.
Conservatori per mentalità ed estrazione sociale a dispetto del loro nome, gruppo di pressione sui vertici del partito repubblicano che però rifiutava la disciplina di partito, per diffondere i propri programmi i Liberal Reformers avevano creato anche di una fitta rete di circoli, associazioni, leghe, agenzie. Una febbre organizzativa coronata da qualche successo, come il tentativo di limitare il suffragio universale (auspicato dalla Commissione Tilden nel 1877) nei grandi centri urbani, “regno delle classi pericolose”.
Con la fine del vecchio Sud schiavista, scrisse “The Atlantic” nel 1879, gli Stati Uniti avevano conosciuto l’industrializzazione e l’immigrazione di massa. In questa nuova realtà, aveva avvertito Charles F. Adams, “il suffragio universale può solo voler dire, in parole povere, il governo dell’ignoranza e del vizio: di un proletariato europeo, soprattutto celtico, sulla costa atlantica; di un proletariato africano sulle rive del Golfo; e di un proletariato cinese sulle rive del Pacifico”. Anche suo fratello Henry non aveva dubbi in proposito: con il regime democratico era tramontato l’antico ideale ciceroniano del “governo dei migliori”,e si era affermata una generazione di politicanti i quali avevano costruito “una macchina che solo essi erano in grado di gestire”, e ai quali i “migliori” avevano delegato il lavoro sporco.
All’inzio del Novecento, gli stessi progressisti si servirono di alcune di queste critiche per sferrare un duro attaco contro i “politicians”. Per uomini come i senatori Robert La Follette del Wisconsin (uno degli inventori delle elezioni primarie dirette) e George Norris del Nebraska, che erano stati gli architetti delle scissioni del partito repubblicano nel 1912 e nel 1924, la conquista dell’autonomia dagli apparati di partito era una bandiera e perfino una ragione di vita. Nati poco dopo la metà dell’Ottocento nelle aree rurali del Middle West, la loro formazione politica era stata influenzata dalle battaglie dei Muguwups. Attivisti scarsamente inclini alle riflessioni teoriche, costruttori essi stessi di poderose macchine politiche, avvocati di provincia che avevano trovato nel partito repubblicano un mezzo di ascesa sociale e di realizzazione personale, non esitarono a definire “penoso” il loro distacco dall’antica fede.
Di avviso opposto era invece un altro repubblicano progressista, Theodore Roosevelt. Di famiglia aristocratica, educato nella New York multietnica e ad alta concentrazione di immigrati, aveva maturato una diversa sensibilità, se non un vero e proprio disincanto, verso le forme più discutibili della politica popolare. Giunse quindi alla conclusione, come ricorda nella sua autobiografia, che “c’è spesso molto di buono nel tipo del boss, specialmente nelle grandi città, che assume nei confronti della gente del suo distretto, in maniera abile e rozza, la posizione di amico e protettore. [….] Ad alcuni dei suoi elettori rende favori legittimi, e ad altri favori illegittimi; ma con tutti conserva relazioni umane”. Fu in questo clima che il boss si trasformò gradualmente da mascalzone in benefattore sociale, e la sua figura smise i panni del “villain” per indossare quelli del “folk hero”, dell’eroe -per esempio- del bestseller di Edwin O’Conor “The Last Hurrah” (1956).
Secondo il reporter Lincoln Steffens, divenuto celebre per le sue inchieste sulla corruzione nel mondo finanziario, il boss era un dirigente naturale del popolo venuto dal popolo. Il suo peccato consisteva nell’aver tradito, nell’essersi venduto per denaro agli uomini d’affari, nell’aver acconsentito alla degenerazione della democrazia americana in una plutocrazia. La sua colpa, inoltre, era quella di alimentare una “idiota devozione a una macchina che è usata per portarci via la sovranità”, che trasferisce “a un partito la lealtà dovuta agli Stati Uniti”. E tuttavia non faceva mistero di detestare profondamente quei riformatori “upper class”, petulanti ed elitari, paternalisti e sostanzialmente indifferenti ai bisogni degli umili, avvolti nell’ipocrita mantello della loro rettitudine morale e alterigia intellettuale (“The Shame of the Cities”, 1904). C’era una volta in America….
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