
Le manifestazioni di questi giorni in Ucraina, per le loro dimensioni e per ciò che rappresentano – cioè uno straordinario esercizio di democrazia di un popolo in guerra – meritano di essere raccontate, perché dicono molto dell’eccezionalità del processo di “nation building”, che il paese sta affrontando sin dalla disgregazione dell’Unione Sovietica e con una netta accelerazione negli ultimi 20 anni.
Ma anche se la sensazione è che la reazione popolare all’approvazione della legge che priva dell’indipendenza due delle strutture anti-corruzione, abbia incrinato quel patto non scritto che in questi tre anni e mezzo di conflitto ha di fatto tenuto al riparo la leadership da manifestazioni pubbliche di questa portata, va detto che la delega che la cittadinanza ha concesso a chi si è trovato a governare questa fase cruciale della vita della nazione, non è mai stata in bianco.
La vivacità del dibattito pubblico, alimentato da organi di stampa liberi, intellettuali, artisti e da un’opposizione vera – sebbene non all’altezza delle sfide che l’Ucraina affronta – si è spesso tradotta in critiche dirette al governo. Ma proprio questo, insieme all’intransigenza collettiva nel non voler barattare la sicurezza con concessioni su democrazia e stato di diritto, rappresentano il limite reale alle mire espansionistiche di Mosca, il confine che Putin sa di non poter attraversare, anche col più potente degli eserciti.
Piaccia o no a chi in queste ore si sfrega le mani, prefigurando la caduta del mito di Zelensky, il leader ucraino, con tutti i limiti che un essere umano può (e deve) avere, è quello che più di tutti ha plasmato con le sue scelte il presente e il futuro dell’Europa. La frase “non voglio un passaggio, datemi armi”, pronunciata nel febbraio 2022, con i carri armati di Mosca alle porte di Kyiv è destinata a finire sui libri di storia.
Perché non era affatto scontato che nel momento più complicato della sua vita e di quella del suo paese, un ex comico alto 1,68, si rivelasse un gigante sullo scacchiere internazionale, capace di schierare un’intera nazione in difesa di un Occidente sonnecchiante e talvolta persino colluso con l’invasore, ma anche di sfidare la Russia sul terreno che le era più familiare, quello della comunicazione della propaganda.
Dovendo affrontare innanzitutto il problema di istituzioni, partiti e forze di sicurezza pesantemente infiltrati, che rischiavano di paralizzare l’Ucraina nel momento in cui era più necessario correre. In questo senso, le scelte fatte su NABU e SAPO, i due enti anti-corruzione riformati e resi meno indipendenti, non nascono dal nulla. Il 21 luglio scorso, il Servizio di Sicurezza (SBU) e l’Ufficio del Procuratore Generale hanno condotto 70 perquisizioni presso le loro sedi facendo accertamenti su circa 15 dipendenti.
Le accuse principali riguardano, appunto, presunte infiltrazioni russe, tradimento, commercio illegale con la Russia e atti di corruzione a beneficio di oligarchi. Tra gli accusati c’è Oleksandr Skomarov, capo di un’unità investigativa del NABU. Si è scoperto che nel 2022, la moglie di Skomarov ha attraversato il confine in un’auto appartenente alla moglie di Fedir Khrystenko, deputato in fuga dal partito ora bandito “Piattaforma di Opposizione – Per la Vita”, identificato come una figura chiave in questa rete. Secondo l’SBU, Khrystenko sarebbe un agente di alto livello dell’FSB russo incaricato di aumentare l’influenza russa sul NABU e avrebbe mantenuto contatti con la leadership del NABU.
Durante le perquisizioni sui contatti di Khrystenko, sono stati trovati materiali di procedimenti penali del NABU, inclusi documenti sulla sorveglianza segreta dei sospettati e dettagli personali di detective del NABU, indicando una potenziale influenza russa e fughe sistematiche di informazioni dall’agenzia. A Khrystenko sarebbe legato anche Ruslan Mahamedrasulov, capo di uno dei dipartimenti investigativi interregionali del NABU.
Il funzionario è stato arrestato con l’accusa di aver condotto affari con la Russia e di aver avuto contatti con rappresentanti russi. In particolare, è sospettato di aver agito da intermediario nella vendita di canapa industriale coltivata da suo padre (cittadino russo) alla Repubblica del Dagestan in Russia. L’SBU sta indagando sui suoi possibili legami con i servizi speciali russi, sostenendo che avesse “stretti contatti” con il deputato fuggitivo. Un altro dipendente dell’unità d’élite e segreta “D-2” del NABU è stato arrestato a Kyiv con l’accusa di spionaggio per l’intelligence russa (FSB).
Si sostiene che abbia trasmesso informazioni classificate a Dmytro Ivantsov, ex vice capo della sicurezza dell’ex presidente Viktor Yanukovych, che lo avrebbe aiutato a fuggire in Russia nel 2014. L’SBU ha documentato almeno 60 casi di trasmissione di informazioni riservate.
A tutto questo si aggiungono anche le accuse, ampiamente rilanciate dalla stampa e condivise dalla popolazione di lungaggini nelle indagini, di incapacità nel riuscire a colpire i “pezzi grossi” e di sostanziale insuccesso nel recupero dei denari illecitamente guadagnati attraverso la corruzione.
Celebrare la natura profondamente democratica delle proteste di piazza in difesa dell’indipendenza di ufficio e procura speciale anti-corruzione non deve quindi essere interpretata come la volontà di esaltare una presunta volontà popolare di colpire Zelensky o di minare la coesione sociale del paese, che è qualcosa che nessuno dei manifestanti vuole.
Il popolo in Ucraina fa semplicemente quello che ha sempre fatto, ricordare a chi governa che il patto di fiducia reciproca si basa sull’irreversibilità del processo democratico ed europeo e che ogni attività finalizzata a ripulire enti indipendenti dalle influenze russe non può prescindere da questo obiettivo. Zelensky non smetterà di essere l’eroe anche di quella piazza, soprattutto se alla piazza presta ascolto, come si è detto disponibile a fare.
E, per quanto gli agenti del Cremlino soffino sul fuoco delle proteste, non ci sarà una nuova Maidan della quale la Russia possa approfittare per destabilizzare un paese che, proprio per le ragioni per le quali è sceso in strada con cartelli improvvisati e sfidando il coprifuoco, non intende concedere un solo centimetro di terra al suo criminale invasore.
Questo è il quadro in cui tutto si tiene. Questa la ragione per la quale tacere la “bellezza” di questo momento di democrazia significherebbe non rendere giustizia ad un popolo che merita rispetto ed ammirazione ed al suo leader, cui non solo il suo paese ma anche il resto d’Europa deve gratitudine.
Fossi nei panni dei suoi avversari, peraltro, ci andrei piano con l’esultanza per un possibile calo di popolarità. Churchill, nel 1945, perse le elezioni in patria, ma prima sconfisse il regime più sanguinario e pericoloso dell’epoca e seppellì il dittatore che lo guidava. Un tiranno che aveva iniziato a prendersi pezzi dell’Europa con il pretesto di proteggere popolazioni oppresse per via della lingua.
E quando penso a questo, ho sempre la sensazione che mi ricordi qualcuno…
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Da sottolineare soprattutto la chiosa finale.
Putin, fatte le debite differenze dovute ai 90 anni di distanza, è il nuovo Hitler.
Ottime osservazioni. Nessun paragone con le democrature che piacciono tanto ai nostri pacifisti putiniani.