

Chi avrebbe mai potuto prevedere, qualche anno fa, che una delle ultime e più note testimoni viventi della Shoah e vittima della barbarie nazi-fascista, la senatrice a vita Liliana Segre, a novantaquattro anni sarebbe diventata ospite sgradita alle celebrazioni del Giorno della Memoria e avrebbe dovuto difendersi da attacchi provenienti esclusivamente da sinistra?
La risposta esatta è: chiunque non abbia contezza della cultura politica della sinistra italiana del secondo dopoguerra in rapporto agli ebrei e all’ebraismo politico.
In Italia sono stati molti, dall’inizio del ‘900, i politici e gli intellettuali di sinistra ebrei, sia tra i comunisti che tra i socialisti e anche l’ideale del sionismo nacque e si sviluppò in buona parte nel campo della cultura egualitaria della II Internazionale, pur nell’evidente tensione tra un’istanza di emancipazione sociale internazionalista e la rivendicazione di un’identità e sovranità nazionale ebraica.
Dopo l’approvazione delle leggi razziali, ebrei e antifascisti social-comunisti trovarono un naturale terreno di unità nella sfida comune all’antisemitismo nazi-fascista, malgrado anche nella tradizione della sinistra ricorressero motivi classicamente antisemiti – a partire dal saggio di Marx “Sulla questione ebraica” che qualificava l’ebraismo come religione del denaro e del profitto – decisamente problematici sul piano politico-culturale per una vera e stabile alleanza.
Il rapporto tra ebraismo e sinistra cambiò in Italia dopo la fondazione dello stato di Israele. La sua creazione, appoggiata anche dall’Urss, non vide contraria la sinistra, ma dopo la prima guerra arabo-israeliana il blocco social-comunista virò abbastanza radicalmente su una posizione non solo ideologicamente, ma politicamente antisionista.
Israele, in particolare per il PCI, diventò, come recitava la propaganda sovietica, un avamposto del capitalismo internazionale e dell’imperialismo americano: una semplice proxy, insomma, del vecchio colonialismo che la sinistra italiana sentiva di dovere combattere in Medio Oriente come parte del proprio impegno internazionalista.
Se nel PSI questa posizione cambiò leggermente negli anni ’60, per tornare pregiudizialmente filopalestinese e filoarabacon Bettino Craxi nella seconda metà degli anni ’70, nel PCIper l’essenziale non cambiò mai e tale rimase nella sostanza in tutti i partiti formatisi a sinistra dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della Prima Repubblica.
Si può dire con buona approssimazione che dalla Guerra dei sei giorni in poi la posizione della sinistra italiana sia stata più vicina al blocco dei nemici di Israele che a Israele e più sensibile alle supposte violazioni di diritto da parte dello stato ebraico, che alla vera tutela dei diritti del popolo palestinese. Come diceva il leader radicale Marco Pannella – che sulla difesa di Israele ebbe sempre scontri durissimi con tutti i partiti della sinistra comunista e post-comunista – per la sinistra italiana “un arabo, un palestinese diventa un uomo solo se ha la fortuna di incontrare una pallottola israeliana”.
A consolidare la posizione antisionista della sinistra fu anche la convergenza sostanziale con la DC, la cui politica estera, formalmente fedele al quadro atlantico, era scopertamente filopalestinese, e culminò nel famoso “Lodo Moro”, con cui all’inizio degli anni ’70 fu assicurato un salvacondotto alle operazioni logistiche del terrorismo palestinese in Italia, in cambio dell’immunità del territorio italiano dagli attentati terroristi.
Insomma, nel secondo dopoguerra il rapporto della sinistra con la questione ebraica (e quindi con l’antisemitismo) è stata inglobata nella questione, politicamente ben più centrale, del supporto alla causa palestinese e della lotta al cosiddetto colonialismo israeliano.
Quindi non solo a sinistra hanno potuto trovare legittimazione – allora, non solo oggi – posizioni “from the river to the sea”, ma hanno trovato spazio anche le generalizzate imputazioni agli ebrei di fare attraverso lo stato ebraico ai palestinesi ciò che i nazisti avevano fatto loro. Il tutto, ovviamente, a prescindere da una lettura storicamente obiettiva del conflitto e della sua scaturigine: l’indisponibilità da parte araba all’accettazione di uno stato ebraico a fianco di uno stato palestinese.
Anche il 7 ottobre è stato inquadrato da larghissima parte della sinistra in questo schema: come un massacro doloroso, certo, ma non come un pogrom nato da un progetto di distruzione di Israele e dall’egemonia culturale e militare che Hamas aveva conquistato nel campo palestinese, bensì come un prodotto di risulta della violenza israeliana, come un fallo di reazione di un popolo (a Gaza?) occupato dalle truppe nemiche. A sinistra per lo più si pensa quel che disse il segretario generale dell’Onu Guterres: che “il 7 ottobre non viene dal nulla”, cioè è in fondo responsabilità di Israele.
Così si arriva all’oggi: nel momento in cui Liliana Segre cessa di apparire agli occhi antisionisti semplicemente un’ebrea deportata ad Auschwitz e un simbolo della ferocia nazi-fascista, e assume le sembianze di una apologeta dello stato ebraico, del suo progetto coloniale e della sua guerra genocida, diventa sic et simpliciter una traditrice, visto che – come dimostrano le grottesche polemiche dell’ANPI – l’antisionismo, più o meno dissimulato, è diventato a sinistra un corollario del conformismo antifa.
Così purtroppo – sembra pazzesco, ma è drammaticamente coerente – si spiega tutto: anche le sceneggiate dei Gay Pride judenfrei e delle transfemministe pro Hamas e ora, a furor di popolo, il ripudio politico di Liliana Segre. Sono fotografie che appartengono tutte all’album di famiglia della sinistra italiana da tre quarti di secolo.
In questo quadro, vale la pena di accennare – solo accennare, anche se il tema meriterebbe una riflessione più estesa – alla riconversione in senso filo-israeliano della destra post-fascista, che pur essendo stata storicamente un ricettacolo di cliché antisemiti (quando non para-nazisti) e di posizioni apertamente filo-palestinesi, adesso è invece schierata radicalmente a difesa dello stato ebraico.
Ad avvicinare la destra italiana a Israele sono stati diversi fattori: la rielaborazione severa e sincera del “male assoluto” dell’antisemitismo di regime culminato nelle leggi razziali, imposta da Gianfranco Fini ai tempi della svolta di Fiuggi; la convergenza oggettiva e strumentalmente enfatizzata sul tema della minaccia islamica; il tradizionalismo cultural-religioso centrato sulla difesa delle “radici ebraico-cristiane”dell’Europa; last but not least, una percepita affinità con quelle posizioni di nazionalismo ebraico, quando non direttamente messianico sempre più caratteristiche della destra israeliana, anche fuori dal perimetro dei partiti religiosi.
Alla fine, alla destra italiana piace Israele più di quanto un tempo le piacessero gli ebrei e questo fenomeno sta assumendo caratteri analoghi nella gran parte dei Paesi europei. E questo spiega anche perché il Presidente del Senato Ignazio La Russa, incredibile dictu, pur con i busti di Mussolini in salotto, sia libero e capace di difendere la senatrice Segre dall’infamia del collaborazionismo filo-genocida più di qualunque leader politico della sinistra italiana.
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Salvacondotto che però valeva unicamente per gli italiani “ariani”, vedi attentati di Fiumicino e attentato alla sinagoga.
PS: che Liliana Segre poi di simpatia per Israele non è che ne mostri poi tanta. Voglio dire, oltretutto, se volevano colpire il filosionismo hanno anche scelto il bersaglio sbagliato.