

Forza Italia tra passato televisivo e futuro incerto: il declino del “retequattrismo”, la strategia della famiglia Berlusconi e l’assenza di una leadership credibile aprono una fase sospesa, in cui il ritorno alle origini liberali resta più evocato che praticabile.
Che Maurizio Gasparri, pace all’anima politica sua, sia stato sacrificato sull’altare del rinnovamento a beneficio di Stefania Craxi può sembrare un esercizio di spietata autoironia da parte dei vertici (cioè dei fideiussori) di Forza Italia.
D’altra parte è vero che, tra i forzisti con laticlavio, per il ruolo di capogruppo a Palazzo Madama non c’erano alternative oggettivamente migliori, né soggettivamente più adeguate della figlia di Bettino a emancipare il partito da quella filosofia “retequattrista”, che il risultato del referendum ha confermato non mobilitare affatto le masse a vantaggio di battaglie garantiste e i risultati elettorali degli ultimi anni hanno dimostrato servire più ai partiti della destra nazionalista – prima Salvini e poi Meloni – che al progetto (vetero)berlusconiano di un partito liberale di massa.
D’altra parte il “retequattrismo” – cioè l’informazione populistico-scandalistica come viatico del voto contro, fatta dai Maurizio Belpietro, Mario Giordano, Nicola Porro, Paolo Del Debbio e altri – è stato un business politico-giornalistico di successo, tutt’altro che estraneo alla strategia del fondatore. Non gli fu imposto, ma fu semmai una sua invenzione, quando fu chiaro che il vento di destra-destra iniziava impetuosamente a soffiare negli schieramenti conservatori di mezzo mondo.
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Faceva ascolti e faceva consenso. Insomma, funzionava. Faceva crescere il centro-destra (però risucchiando verso destra i voti nominalmente centristi di Forza Italia) e garantiva la stabilità dei conti economici e di quelli elettorali della famiglia, anche se al prezzo di rendere, alle ultime elezioni politiche, Silvio Berlusconi junior partner di Matteo Salvini e Giorgia Meloni e di costringerlo a ingoiare, ormai vecchio e malato, sanguinose umiliazioni da parte della premier, dall’elezione di La Russa a Presidente del Senato al no alla nomina a ministro di Licia Ronzulli.
Come appare ormai evidente da numerose dichiarazioni pubbliche di Marina e Piersilvio Berlusconi, la famiglia non vuole legare irreversibilmente i propri destini politico-imprenditoriali al destino della destra sovranista, né a quello di Giorgia Meloni. Dietro questa scelta, ci sono forse autentiche persuasioni, oltre che prudenti considerazioni sulle più efficaci strategie di protezione, nel medio-lungo periodo, degli affari mediatico-editoriali; i più sensibili, come già avvenuto, a violente ritorsioni politiche.
Sta di fatto che Marina Berlusconi ha detto su Trump parole che Meloni, se pure le pensasse, non potrebbe mai permettersi di pronunciare; ha chiuso i canali di quella personalissima e spericolata ostpolitik che il padre aveva inaugurato con l’amico Putin; ha fatto capire, con linguaggio diplomatico, di averne abbastanza di una destra che liquida i diritti individuali come un conformistico tributo all’ideologia woke e che campa di rendita sulla sindrome dell’assedio demografico-migratorio.
Da molti punti di vista, quello dei figli di Berlusconi sembra oggi un tentativo di ritorno alle origini “novantaquattriste” più serio e coerente di tutti quelli annunciati e simulati in trent’anni dall’ingombrante genitore. Ciò che non si sa ancora è se questa predilezione corrisponda a una vera ambizione, che difficilmente potrebbe però essere delegata a un rappresentante incaricato, senza la discesa in campo di un Berlusconi di nome e di fatto. Non basta Craxi al posto di Gasparri, né basterebbe Occhiuto (o altri) al posto di Tajani.
Non resta che aspettare, anche se, fatti tutti i conti, è possibile che alla fine sia un aspettare Godot.

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