

Le culture politiche che hanno retto il Novecento sembrano consumarsi tutte insieme. E nel vuoto lasciato da ideologie, religioni e appartenenze collettive, il pensiero liberal si scopre fragile: troppo prudente per tempi rabbiosi, troppo complesso per società che chiedono protezione, identità e decisione.
Cosa si intende per liberal? Un’ampia cultura politica e morale nata e sviluppatasi nell’Occidente democratico del Novecento, fondata su un tipo di società aperta, sulla centralità dell’individuo, sul pluralismo, sulla laicità dello Stato, sulla tutela delle minoranze, sul riformismo pragmatico, sul rispetto delle istituzioni e sulla diffidenza verso ogni forma di dogmatismo politico, morale e religioso.
Solo per citare i più noti, da John Rawls a Isaiah Berlin, da Karl Popper a Norberto Bobbio e Milton Friedman, il pensiero liberal del Novecento ha promosso la costruzione di società fondate su equilibrio istituzionale, mediazione democratica e libertà civili. Per decenni questa cultura è sembrata vincente.
Dopo la caduta del comunismo sovietico, molti credettero addirittura che la storia fosse giunta al suo approdo definitivo: democrazia parlamentare, diritti civili, globalizzazione e progresso economico apparivano destinati a estendersi fatalmente ovunque.
In realtà, proprio allora è iniziata forse la lenta erosione del mondo concepito dal pensiero liberal.
Oggi quella cultura appare ovunque in difficoltà. Infatti mai, dalla fine della Seconda guerra mondiale, lo spirito liberal è apparso tanto minoritario, fragile e culturalmente sempre meno influente.
Negli Stati Uniti, il secondo mandato di Donald Trump rappresenta molto più di una semplice alternanza politica, perché segna la vittoria di un linguaggio identitario, muscolare, semplificatorio, insofferente verso le consolidate liturgie democratiche: separazione dei poteri, stampa critica, mediazione istituzionale, prudenza diplomatica, universalismo dei diritti.
Nel Regno Unito, le recenti elezioni amministrative hanno mostrato non solo l’indebolimento del tradizionale centro moderato, ma la probabile fine del bipartitismo e la crescita di spinte populiste e sovraniste.
In Europa settentrionale, perfino paesi simbolo del riformismo sociale e dell’equilibrio democratico vedono avanzare forze conservatrici, nazionaliste e restrittive, soprattutto sui temi migratori.
In Italia il fenomeno è ancora più evidente: la Lega e il Movimento 5 Stelle hanno profondamente modificato il linguaggio pubblico, diffondendo una cultura politica basata sulla sfiducia verso élite, competenze, corpi intermedi e mediazioni istituzionali.
Nel perennemente osservato Israele, la lunga stagione politica di Benjamin Netanyahu viene letta da molti come il segno di una crescente radicalizzazione e di una conflittualità sempre meno sanabile tra gli istituti democratici, mettendoli a rischio.
Ovunque emerge la stessa dinamica: il cittadino impaurito cerca protezione più che libertà, appartenenza più che pluralismo, decisionismo più che mediazione.
E lo spirito liberal, che vive di dubbi, gradualità e complessità, appare improvvisamente debole dentro società dominate dalla velocità, dalla rabbia collettiva, dai social network e da una comunicazione superficiale ma estrema.
Ma la crisi non nasce soltanto dalla politica: coincide con il logoramento simultaneo di quasi tutte le grandi culture che avevano strutturato il Novecento.
Il socialismo democratico europeo appare ridotto a gestione tecnica dell’esistente, o più prosaicamente del potere; il comunismo storico è crollato non solo politicamente, ma anche come grande narrazione ideale capace di mobilitare passioni collettive.
Perfino il conservatorismo classico, moderato e mansueto, sembra dissolversi sempre più in forme populiste, intrise di aggressività rivolta soprattutto contro l’immigrazione.
Contemporaneamente, il cristianesimo europeo, soprattutto cattolico, perde adepti, forza culturale, capacità ordinatrice e funzione di morale comune.
In vaste aree dell’America Latina e dell’Africa, il cattolicesimo arretra davanti a movimenti evangelici, sette neopentecostali, sincretismi religiosi e forme spirituali molto più aggressive sul piano emotivo e comunicativo.
Nel frattempo l’Islam continua una crescita significativa anche per ragioni demografiche e migratorie, introducendo dentro l’Europa ulteriori interrogativi culturali e di appartenenza.
Non è estranea a tutto questo la rinascita dell’antisemitismo, se mai fosse davvero morto, forse solo rimasto in quiescenza.
Il risultato complessivo è una sorta di vuoto: le grandi appartenenze ideologiche e religiose si indeboliscono, ma nulla riesce davvero a sostituirle stabilmente.
E così il pensiero liberale resta solo, mentre decadono religioni forti, ideologie di massa, grandi riferimenti collettivi e fiducia nel futuro.
Per decenni il mondo liberal ha coltivato l’illusione che il commercio globale, il benessere e la tecnologia avrebbero progressivamente reso il pianeta più simile all’Occidente democratico.
È accaduto invece il contrario: oggi le democrazie si trovano davanti potenze autoritarie economicamente forti, militarmente aggressive e tecnologicamente avanzate.
La crescita della Cina con il suo capitalismo autoritario, il neo-imperialismo della Russia, le tensioni permanenti in Medio Oriente riportano il mondo a logiche di potenza e confronto duro che sembravano archiviate dopo il 1989.
E qui emerge forse la domanda più inquietante.
Le società liberali, individualiste, frammentate, relativiste e spesso demograficamente esauste, conservano ancora la forza morale e psicologica necessaria per confrontarsi — anche armi in pugno — con sistemi autoritari più disciplinati, comunitari e disposti al sacrificio collettivo?
È una domanda che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata eccessiva e illusoria.
Oggi non lo è più.
Il paradosso finale è forse questo: proprio le società democratiche costruite in larga parte dal pensiero liberal sembrano aver prodotto anticorpi contrari a quella stessa cultura.
La moderazione non entusiasma più, il compromesso appare debolezza, la competenza è considerata arroganza e suscita diffidenza, se non avversione, la prudenza viene confusa con indecisione.
E così il liberalismo culturale e politico rischia di trasformarsi, da cultura dominante del secondo Novecento, in una minoranza intellettuale sempre più isolata e sempre meno capace di incidere realmente sul futuro dell’Occidente.
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Io sono incline a pensare che la sconfitta del grande avversario (a mio avviso e’ innegabile che il comunismo abbia rivestito in occidente un grande fascino, anche per chi comunista non lo é mai stato) abbia lasciato il mondo occidentale senza avversari.
Molte delle conquiste sono state ottenute grazie ad una mediazione tra un mondo industriale egoista ma che produceva molta ricchezza e la paura che gli stati passassero dall’altra parte.
Quando non c’è stato più pericolo, non c’è stato più bisogno di innovare. Nessuno chiedeva più le cose che venivano chieste prima: l’egoismo è diventato pervasivo.
La paura e la solitudine generate dall’egoismo sono poi tra le cause che l’articolo cita per l’avanzata dei nazionalismi.
Mi ricorderò sempre la fine dei 70 e gli 80.
L’elezione di Papa Giovanni Paolo 2 ha fatto scoprire a molti la realtà del popolo polacco. Le vicende più antiche e, poi, l’occupazione nazista prima e comunista (per 35 anni !!!) dopo non avevano scalfito l’anima di quel popolo, la dignità e la Fede.
Sono bastati una quindicina (forse meno ?) d’anni di « liberalismo economico » senza contraddittorio per cambiare radicalmente.
Grazie Stefano. Diagnosi lucida e impietosa. Noi, beneficiari unici degli 80 anni più fulgidi della storia, credevamo di stare finalmente approdando alla civiltà. Il male ha radici più profonde ed è inestirpabile. Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
L’illusione è stata quella di pensare di trattare le questioni estere e i rapporti anche con regimi autoritari e dittatoriali come si trattano quelle interne in una democrazia.
Sarebbe come trattare con ribelli e terroristi interni solo attraverso i normali canali diplomatici del dialogo e della mediazione davanti a certe azioni aggressive e di lotta armata. No, serve anche la forza bruta per far prevalere l’autorità dello Stato e delle sue leggi; così deve avvenire con certe questioni estere.
Inutile illudersi che certe organizzazioni internazionali possano cambiare le sorti di certi Paesi e popoli. E’ avvenuto il contrario, le hanno sfruttate per i propri scopi e per continuare le proprie politiche più o meno criminali a danno della popolazione interna e talvolta a danno di altri Paesi vicini con cui avevano e hanno vari rapporti.