


Riproduco testualmente il passo conclusivo di un editoriale di Marco Travaglio pubblicato sul Fatto Quotidiano l’1 febbraio scorso:
“Ma ci sono anche un’infinità di indagati assolti, ignari del fatto che i giudici che li hanno assolti erano colleghi dei pm che li accusavano. Come del resto Enzo Tortora, indagato dai pm, arrestato e rinviato a giudizio dal giudice istruttore, condannato da 3 giudici di tribunale e poi assolto da 3 di appello e da 5 di Cassazione.
Nessuno spiega come siano possibili – se è vero che la colleganza induce a una comunanza di vedute – tante pronunce difformi già ora che le carriere sono unite. E nessuno, per assicurare la terzietà dei giudici in ogni grado di giudizio, chiede di separare anche i Gip, i Gup, i giudici di Riesame, di Tribunale, di Appello e di Cassazione.
Ma purtroppo la riforma che abolisce la stupidità non è stata ancora inventata”.
Non c’è più dubbio alcuno: il direttore è il giornalista più spiritoso d’Italia. La sua tesi, infatti, è esilarante. E anche indecente, come ha già osservato l’avvocato Giandomenico Caiazza, che il caso di Enzo Tortora forse lo conosce meglio di Travaglio, avendo fatto parte del suo collegio difensivo.
Perché indecente? Perché Travaglio utilizza spudoratamente quel caso in uno spot per il No alla separazione delle carriere.
Come è noto, il presentatore televisivo fu arrestato con un’accusa infamante, e quindi condannato in primo grado a dieci anni di reclusione.
Ora, per il nostro (che vanta, sia detto per inciso, un elenco di condanne per diffamazione lungo come una quaresima), il fatto che Corte di appello e Cassazione lo abbiano poi definitivamente assolto smentirebbe l’assunto fondativo della riforma.
Quello, cioè, per cui l’unicità delle carriere rende i giudici meno indipendenti dalle Procure.
Travaglio, si sa, è il re degli azzeccagarbugli. Secondo la sua raffinatissima tesi, la separazione delle carriere – sistema adottato in tutto il mondo democratico contemporaneo – avrebbe senso solo se l’esperienza giudiziaria quotidiana si traducesse – cosa che ovviamente non è – nel cento per cento di sentenze definitive di condanna.
Vale a dire che tedeschi, portoghesi, spagnoli, svedesi, norvegesi, danesi, inglesi, americani, australiani, canadesi, giapponesi, indiani e via discorrendo, vanno considerati una massa di imbecilli per aver adottato un sistema ordinamentale del tutto inutile e, anzi, pretestuoso.
Forse perché, azzardo un’ipotesi, non hanno giuristi del calibro di Travaglio che glielo spiegano.
L’argomento è talmente insulso da non meritare particolari repliche. Chi ragiona così, infatti, nemmeno viene sfiorato dall’idea di quale tragedia possa essere quella di venire ingiustamente accusati, arrestati, privati del patrimonio e della reputazione, condannati, e poi, magari anni dopo, finalmente assolti.
E, soprattutto, nemmeno immagina quanto sull’origine di queste tragedie pesi in modo determinante la mancanza di un efficace, severo e davvero indipendente vaglio di legittimità dell’accusa, delle indagini preliminari, delle misure cautelari e dei rinvii a giudizio, da parte dei giudici a ciò deputati.
Separare le carriere potrà contenere simili tragedie, perché quei giudici saranno più forti, più autonomi, più indipendenti, meno condizionabili dal peso politico delle Procure.
Infine, Travaglio non sa (e forse non gliene importa un fico secco) che spesso si viene assolti quando si è già civilmente morti da tempo.
E non di rado, come nel caso sul quale lui ha speculato disinvoltamente, poco prima di morire proprio a causa dell’ignominia subita.
Insomma, solo uno degli argomenti di Travaglio ha una certa consistenza, ossia che “purtroppo la riforma che abolisce la stupidità non è stata ancora inventata”.
Post scriptum: ricordo a Travaglio che tutti i magistrati coinvolti nell’affaire Tortora hanno fatto carriera fino ai massimi livelli, compresa l’elezione al CSM di uno di loro.
Con una sola eccezione: il magistrato che l’ha assolto, il quale ha poi passato le pene dell’inferno.

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