


In Iran continuano le esecuzioni di prigionieri politici, manifestanti e giovani arrestati dopo le proteste antiregime. Le denunce di Hengaw parlano di condanne eseguite in segreto, confessioni estorte, famiglie non informate e corpi negati ai parenti.
Secondo l’associazione umanitaria “Hengaw”, nel mese di maggio 2026 sarebbero state eseguite almeno 80 condanne a morte nelle carceri iraniane, incluse quelle di 17 prigionieri politici.
Questa cifra rappresenta un considerevole calo rispetto al numero di esecuzioni complessivo del maggio 2025 (163 sempre secondo “Hengaw”), ma un aumento rispetto alle 26 riportate nell’aprile 2026, che comprendevano anche 14 prigionieri politici.
Manifestanti giustiziati
Dopo l’ondata di proteste antiregime che hanno coinvolto il paese tra fine dicembre e inizio gennaio, diversi tra coloro che hanno partecipato alle proteste sono stati giustiziati.
È successo a Fathollah Avary, giustiziato il 2 giugno nella prigione di Hamedan (nella zona occidentale del paese). L’esecuzione è stata eseguita senza che la sua famiglia fosse stata prima informata, e non è stato nemmeno concesso loro di fargli visita un’ultima volta.
Avary era stato accusato di aver ucciso un membro delle forze di sicurezza iraniane durante le proteste a Hamedan l’8 gennaio 2026. L’agenzia di stampa “Mizan”, organo di stampa ufficiale della magistratura iraniana, ha dichiarato che erano state ritrovate in casa del condannato la presunta arma del delitto e dei vestiti che avrebbero corrisponderebbero a quelli inquadrati dalle telecamere di sorveglianza, oltreché lui avrebbe confessato durante un interrogatorio.
Tuttavia, “Hengaw” ha riportato che spesso le autorità iraniane ricorrono alla tortura e alle minacce per estorcere confessioni, mentre agli imputati viene spesso negato un processo equo e imparziale.
Quello di Avary non è l’unico caso di questo genere avvenuto in tempi recenti. Il giorno prima di lui, il 1 giugno, sono stati giustiziati nel carcere Ghezel Hesar altri due manifestanti arrestati durante le proteste a gennaio, Ashkan Maleki e Mehrdad Mohammadinia. Anche in questo caso, le esecuzioni sono state condotte di nascosto, senza che le loro famiglie fossero state informate e avessero avuto la possibilità di vederli un’ultima volta. “Mizan” ha reso pubblico il fatto solo dopo che le condanne a morte erano già state eseguite.
Maleki e Mohammadinia erano stati arrestati e condannati assieme ad un terzo uomo, Arman Marefati, in quanto accusati di aver dato fuoco alla Moschea Jafari e al Seminario Imam Hadi a Teheran il 9 gennaio 2026. Alle base delle condanne a morte, secondo “Hengaw”, vi sarebbero state delle confessioni estorte con la forza e trasmesse dalla TV di Stato, dove i tre imputati sono stati accusati di aver condotto “azioni operative per conto d’Israele e di governi ostili”.
Corpi negati alle famiglie
In diversi casi, anche dopo che le condanne a morte sono state eseguite, ai familiari non è stato nemmeno concesso di riavere i corpi dei loro cari per dare loro una degna sepoltura.
È il caso ad esempio di Naser Bakrzadeh and Mehrab Abdollahzadeh, due prigionieri politici originari di Urmia (nel nordovest dell’Iran) giustiziati in segreto ai primi di maggio nel carcere della loro città. Avevano rispettivamente 26 e 27 anni.
Secondo le informazioni ottenute da “Hengaw”, i funzionari della prigione centrale di Urmia si sono rifiutati di consegnare i corpi alle rispettive famiglie, dichiarando che “nessun corpo sarà restituito”. Dopo l’esecuzione di Bakrzadeh, in particolare, le forze governative hanno telefonato alla sua famiglia dicendo: “Abbiamo giustiziato vostro figlio e gettato via il suo corpo. Andate a cercarvelo da soli”.
Le autorità hanno vietato lo svolgimento di cerimonie commemorative a Urmia, bloccando le riunioni nelle case delle famiglie e costringendole a tenere cerimonie di lutto ristrette nei loro villaggi natali.
Giovani e stranieri
Alcuni condannati a morte erano molto giovani quando sono stati giustiziati. Sasan Azadvar, campione di karate originario della provincia di Isfahan (nel centro dell’Iran), aveva solo 21 anni quando è stato giustiziato nel carcere di Isfahan, il 30 aprile. Era stato arrestato durante le proteste di gennaio, subendo numerose torture al fine di estorcergli una confessione.
Un altro atleta andato incontro alla stessa sorte è Gholamreza Khani-Shakarab, ex-campione di arti marziali miste giustiziato a Ghezel Hesar il 26 maggio, all’età di 34 anni. Era stato accusato di essere una spia per Israele. Era residente in Turchia, ma durante un viaggio in Iraq è stato preso in ostaggio dalle forze di confine della Repubblica Islamica e portato in carcere in Iran.
Tra le persone condannate a morte in Iran figurano alcuni cittadini di altri paesi. Il 6 aprile, nel carcere di Karaj sono stati giustiziati due cittadini iracheni, il 27enne Ali Nader al-Obeidi e il 29enne Fazel Sheikh Karim. In precedenza, erano stati incarcerati e torturati per undici mesi, con l’accusa di essere delle spie sul libro paga di un paese arabo.
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1 ha pensato a “Le esecuzioni dei prigionieri politici in Iran nel frattempo continuano”