

Prendo spunto da due fatti di cronaca recenti, del tutto scollegati per cause, natura e contesto, ma accomunati da un elemento simbolico: un’esplosione. Mi riferisco al casolare fatto esplodere da tre fratelli, che è costato la vita a tre uomini delle forze dell’ordine, e all’auto di Sigfrido Ranucci, distrutta da un ordigno.
Due episodi lontani in tutto, tranne che per l’impatto violento e per la scia emotiva che hanno lasciato. Ma è stata proprio la diversa reazione suscitata dai due fatti a innescare una riflessione.
Com’è naturale, l’attentato contro Ranucci ha suscitato una condanna unanime. Non solo per la violenza e la pericolosità del gesto, ma per il suo valore simbolico: un attacco a un giornalista, e quindi – per estensione – alla libertà di espressione, di pensiero e di informazione.
In breve, al di là del gesto in sé, è il sottotesto di valori condivisi ad aver amplificato la condanna dell’attentato. Ed è un aspetto decisivo, perché quella stessa stratificazione di significati – il riconoscimento collettivo di ciò che è simbolicamente inaccettabile – è invece mancata nel caso del casolare fatto esplodere dai tre fratelli. Un episodio, peraltro, ben più grave, poiché è costato la vita a tre servitori dello Stato che si trovavano lì solo per compiere il proprio dovere.
Ed è qui che si manifesta, con un certo sconcerto, quanto la nostra scala di valori condivisi sia diventata stretta, fragile, persino contraddittoria. Il sottotesto rivela una deriva inquietante: la tendenza a relativizzare la violenza, al punto da comprenderla, se non addirittura giustificarla, ribaltando la responsabilità da chi la compie al contesto da cui è scaturita.
Mi spiego. Si può comprendere – fino a un certo punto – che i tre fratelli siano stati percepiti come vittime di un sistema. Ma l’esplosione segna un confine invalicabile: è il momento in cui la vittima sceglie di farsi carnefice. È il punto di non ritorno, dove la disperazione o i torti subiti possono forse spiegare un gesto, ma mai giustificarlo.
Eppure, in questo caso, è entrato in gioco un sottotesto fortemente ideologico: quello che oppone ricchi e poveri, vittime e sfruttatori, deboli e potenti, la macchina dello Stato al cittadino comune. Un codice di lettura che, invece di giudicare il fatto per ciò che è, lo filtra attraverso una narrazione di conflitto sociale, trasformando i colpevoli in simboli e le vittime in comparse di una storia già scritta.
Il punto è che, nella diversa valutazione dei due episodi e nei rispettivi sottotesti, si nasconde la domanda cruciale: esiste una violenza giustificabile?
È una domanda scomoda per tutti, e forse più importante della risposta che ciascuno riesce a darsi. Ma serve onestà per riconoscere che, nel momento in cui due episodi così diversi vengono relativizzati nel modo in cui si giudica il ricorso alla violenza, la distinzione tra “comprensibile” e “inaccettabile” diventa, essa stessa, una forma di giustificazione. Chi sente il bisogno di distinguere, di spiegare perché una violenza valga più o meno dell’altra, ha già implicitamente risposto: sì, esiste una violenza giustificabile. Cioè, che la violenza di chi si ritiene vittima di un torto o di un’ingiustizia non sia davvero responsabilità di chi la compie, ma di chi l’ha provocata.
Ed è qui che bisogna fare attenzione, perché questo stesso schema di pensiero è quello che – all’indomani della strage del 7 ottobre 2023 – ha portato molti a dire che “non nasceva dal nulla”, trasferendo immediatamente la responsabilità della strage da chi l’aveva perpetrata a chi l’aveva subita.
Ma, diciamocelo, non è una questione nuova. Dostoevskij l’ha attraversata per tutta la vita, tentando di scioglierla e di rispondervi – forse, prima di tutto, per se stesso, lui che da giovane aveva creduto nella rivoluzione e nella violenza come strumenti di giustizia. È una questione che attraversa I demoni in lungo e in largo, ma che è riassunta in modo esemplare in Delitto e castigo.
Cos’è, in fondo, il nichilismo, se non l’atto di arrogarsi il diritto morale di decidere ciò che è giusto perché non esiste più una scala di valori condivisa? O il credere che le ingiustizie della società, la povertà o il sistema stesso giustifichino il superamento di linee che dovrebbero restare inviolabili?
Raskolnikov ne è l’emblema: convinto che la sua azione potesse avere uno scopo più alto, che eliminare un essere spregevole – un’“arpia”, una strozzina – potesse liberare il mondo da una fonte di male e, in qualche modo, generare, attraverso se stesso, il bene.
Poi, però, arriva Lizaveta, la sorella innocente, e tutto cambia. È lì che la giustificazione si sgretola, che l’idea del “fine superiore” implode.
Così accade ogni volta: dalla rivoluzione francese rotolano teste, da quella boscevica si arriva ai gulag, le bombe “solo contro i militari” dell’IRA iniziano a colpire anche i civili, nel casolare saltano in aria tre carabinieri. Uno dopo l’altro tutti i fini nobili vanno in frantumi. Perché quando si oltrepassa una linea, non si viola soltanto un confine: si infrange l’intera scala di valori. E dopo, semplicemente, non esistono più limiti.
La pericolosità è anche nella relativizzazione stessa che fa del sottotesto il metro di giudizio. Ma i sottostesti, se non poggiano saldamente su una scala di valori condivisi, si sgretolano in frammenti di punti di vista soggettivi, all’interno dei quali ciascuno può sentirsi in qualche modo vittima e giustificato nell’azione.
È lo stesso meccanismo che si ripete, in forme diverse, ogni volta che la violenza viene giustificata dal contesto o dal ruolo della vittima.
Lo vediamo quando uno stupro viene spiegato come “una provocazione”, come se il comportamento o l’abbigliamento di una donna potessero in qualche modo attenuare la responsabilità di chi la violenta.
Lo vediamo nei femminicidi, quando si racconta che “lui era disperato”, “lei lo aveva umiliato”, “stava soffrendo”: come se l’abbandono potesse legittimare l’omicidio.
Lo vediamo negli atti di vandalismo, giustificati come ribellione contro una società ingiusta, in cui distruggere diventa un gesto politico e non un crimine. E, in fondo, lo vediamo ogni volta che qualcuno viene colpito non per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta.
Quando la percezione sostituisce la realtà e il torto o la giusta causa percepiti pesano più del limite morale, ogni violenza trova la propria scusa. Ed è lì che il giudizio si dissolve e la responsabilità evapora.
E questo vale tanto per la sinistra quanto per la destra.
Da un lato, la cosiddetta lotta morale contro l’ingiustizia spinge spesso a dichiarazioni che, implicitamente, infrangono la barriera della responsabilità, demonizzano e finiscono per giustificare la violenza.
Dall’altro, l’imperativo morale dell’ordine contro il caos sociale degenera in linguaggi incendiari, in una costante retorica della minaccia dell’altro e del diverso.
In entrambi i casi, il principio morale che dovrebbe contenere la violenza diventa, paradossalmente, ciò che la legittima.
Forse non è un caso che tutto parta, simbolicamente, da due esplosioni. Entrambe raccontano qualcosa di più profondo: il modo in cui la nostra società reagisce alla deflagrazione del senso, al collasso dei valori condivisi. Ogni volta che il giudizio morale si frammenta, ogni volta che il sottotesto diventa la misura della giustizia, rischiamo di innescare una piccola esplosione nella coscienza collettiva.
Nel casolare come nell’auto, nella cronaca come nel dibattito pubblico, ciò che fa più rumore non è la bomba in sé, ma il vuoto che lascia dietro di sé: il silenzio morale, la difficoltà a distinguere tra vittima e carnefice, tra comprensione e giustificazione.
Le parole su questi temi pesano come macigni. Perché prima ancora che un gesto diventi violenza, è nel linguaggio che si prepara la miccia. E quando le parole smettono di contenere i limiti, prima o poi, qualcosa esplode davvero.
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