“Vim vi repellere licet” (“È lecito respingere la violenza con la violenza”), è un principio presente già nel Digesto di Giustiniano (533). E’ accettato da ogni ordinamento giuridico e da ogni dottrina morale, tranne dalle dottrine della nonviolenza. Con una sua interpretazione perfino estensiva, è stato accolto anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, voluto nel 1992 da Giovanni Paolo II come espressione del magistero conciliare. “Opus iustitiae, pax” (Isaia 32,17) era il suo motto episcopale. E, poiché la pace può nascere solo dalla giustizia, papa Wojtyla arriverà a dire che “ci sono casi in cui la lotta armata è un male inevitabile a cui, in circostanze tragiche, non possono sottrarsi neanche i cristiani (Omelia sulla Heldenplatz di Vienna, 10 settembre 1983).
Nella lettera apostolica “Fratelli tutti” (ottobre 2020), l’attuale pontefice getta alle ortiche il pensiero del grande papa polacco. Per il pacifismo radicale del gesuita Jorge Bergoglio, invece, il ricorso alle armi è sempre un crimine e non esistono guerre giuste. Beninteso, la maledizione della guerra e dei suoi orrori risale al paleolitico superiore. Viene spesso cavalcata da taluni leader politici per il consenso che riscuote tra gli elettori, poiché accantona il dilemma “burro o cannoni” ignorando il problema della sicurezza.
Dal canto suo, un campione del pensiero laico come Norberto Bobbio, anche negli anni in cui denunciava con angoscia la corsa agli armamenti nucleari, ricordava che “pacifismo non è soltanto invocare la pace, pregare per la pace, dare testimonianza di volere la pace […]. Questo è il pacifismo etico-religioso, che si ispira consapevolmente all’etica delle buone intenzioni. Opporre la nonviolenza assoluta in ogni forma, anche la più piccola, di violenza. Offrire l’altra guancia. Meglio morire come Abele che vivere come Caino. Non è più possibile distinguere guerre giuste da guerre ingiuste. Tutte le guerre sono ingiuste. [Ma] non è forse vero che l’impotenza dell’uomo mite finisce per favorire il prepotente? In una situazione in cui, per osservare il principio della nonviolenza tutti gli stati fossero disposti a gettare le armi, l’unico che si rifiutasse di farlo diventerebbe il padrone del mondo” (“Il problema della guerra e le vie della pace”, prefazione alla quarta edizione, il Mulino 1997).
Sia chiaro, il papa non è tenuto a seguire la weberiana etica della responsabilità. Non è però elegante che sconfessi il Catechismo, che è sintesi solenne della dottrina cattolica, senza dichiarare ai fedeli la volontà di cambiarlo nei capitoli sulla pace giusta che contraddicono il suo pensiero. I Santoro, i Tarquinio, i Conte e quelli che se ne dichiarano entusiasti possono tranquillamente sorvolare su questa contraddizione per ignoranza, malafede o, anzitutto, per tornaconto elettorale. Ma chi siede sul soglio petrino non ha certamente bisogno di qualche voto in più.
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Bergoglio in realtà non aspira alla pace per motivi etici o religiosi, ma molto terreni: egli è profondamente anti-americano e vede una sponda in tutto ciò che possa minare l’Occidente, anche se si tratta di un pazzo sanguinario come Putin.
Mi permetto di dissentire.
Ma non in difesa di Bergoglio, anzi attaccandolo ancora di più di quanto fai tu.
Bergoglio il catechismo lo conosce benissimo. Ma non gli interessa. E neanche è pacifista. O pensa alla pace.
Bergoglio pensa agli affari.
E per gli affari del Vaticano è importante tenersi buono Kirill e continuare il riavvicinamento tra il Vaticano stesso e il patriarcato moscovita.
E tutti sappiamo da che parte sta Kirill.
Tutto qui.