


Le dimissioni di Marco Carrai dalla Fondazione Meyer arrivano dopo mesi di contestazioni, manifesti e minacce che hanno sovrapposto il suo incarico nella onlus al ruolo di console onorario d’Israele. Il caso mostra come il dissenso possa trasformarsi nella costruzione di un nemico assoluto, cancellando la distinzione tra responsabilità individuali, appartenenza nazionale e azione politica.
Le dimissioni con effetto immediato di Marco Carrai dalla presidenza della Fondazione Meyer di Firenze segnano un punto di svolta drammatico nel dibattito pubblico locale.
La decisione, presa senza attendere la nomina di un successore, è legata a una pesante campagna di delegittimazione e a minacce personali. Come dichiarato dallo stesso Carrai – console onorario di Israele per la Toscana – sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera, «c’è un limite oltre il quale l’avversario non può diventare un nemico. Nel caso dei miei contestatori politici, quel limite è stato oltrepassato».
Il perno della vicenda risiede nella sovrapposizione totale tra il ruolo istituzionale di Carrai nella onlus pediatrica e la sua funzione diplomatica per lo Stato ebraico.
Negli ultimi mesi la contestazione ha superato i confini del dissenso politico, sfociando in attacchi personali: sui muri di Firenze sono comparsi manifesti con il volto di Carrai coperto di vernice rossa e scritte come «criminale di guerra» e «morte a Carrai».
Questo clima si è consolidato nonostante i risultati oggettivi della sua gestione scientifica e finanziaria, che ha visto la raccolta fondi della Fondazione Meyer salire dai 12 milioni di euro del 2023 a quasi 17 milioni, e nonostante l’ospedale abbia accolto e curato più di 30 bambini provenienti proprio dalla Striscia di Gaza.
La pressione politica attorno alla figura di Carrai ha radici profonde, che si estendono dal contesto elettorale alle iniziative istituzionali, fino all’associazionismo.
Già nel settembre precedente il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, aveva espresso l’esigenza di una figura «tranquillizzante» al Meyer. La coalizione di centrosinistra ha risentito della pressione a non urtare la sensibilità delle componenti più a sinistra – AVS e Movimento 5 Stelle -, attive nella mobilitazione pro Gaza.
Nel giugno 2025 il Movimento 5 Stelle aveva presentato un question time urgente in Consiglio regionale per chiedere chiarimenti sulla posizione di Carrai, contestualmente a una mozione volta a interrompere i rapporti istituzionali della Regione con il governo israeliano.
Infine, sigle come «Firenze per la Palestina» e «Sanitari per Gaza» hanno guidato le proteste fin dal 2023, manifestando anche durante la presentazione del bilancio sociale della Fondazione con l’esposizione di bandiere palestinesi.
Le reazioni successive all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 e alla conseguente risposta militare di Israele evidenziano due nodi teorici e politici di rilievo.
Il primo riguarda la tendenza alla polarizzazione e alla creazione della figura del «Nemico» assoluto. In base a questa logica, la distinzione tra l’individuo e le azioni del governo che rappresenta decade.
Questo approccio, basato su categorie astratte, rischia però di legittimare lo stesso meccanismo logico in senso inverso, ossia la tendenza a sovrapporre l’intera popolazione palestinese all’operato di Hamas, inficiando la tutela dei diritti individuali.
Il secondo aspetto si lega alla complessa evoluzione storica del dibattito interno ai movimenti palestinesi dopo la guerra dei Sei giorni del 1967.
La discussione sulla natura e sui confini del futuro Stato palestinese ha spesso oscillato tra la distinzione teorica fra «ebraismo» e «sionismo» e la loro sovrapposizione pratica nei momenti di più acuto conflitto, fino a perdersi nella scelta terroristica, nella quale i confini delle categorie vengono di colpo cancellati.
Da allora si iniziò a discutere del significato dello Stato palestinese, della sua estensione – se dovesse comprendere tutto Israele o soltanto i territori «occupati» -, della sua forma – Stato o entità nazionale – e soprattutto del destino degli ebrei presenti sul territorio una volta liberato.
Gli episodi di cronaca descritti mostrano come la cancellazione di tali sfumature tenda a tradursi in una contestazione globale, nella quale la rappresentanza diplomatica di Israele viene assimilata a una colpa collettiva, fino a determinare l’esclusione della figura pubblica dallo spazio delle istituzioni sociali e assistenziali.
A ciò si aggiunge un precedente storico significativo: proprio al Meyer prestò servizio il pediatra Sergio Levi, allontanato dall’ospedale in seguito alle leggi razziali del 1938.
Un parallelo che invita a riflettere sul rischio di rivivere dinamiche del passato.
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