
Ha senso leggere oggi un discorso concepito quasi novant’anni fa, prima che l’India diventasse la più grande democrazia parlamentare del mondo? Ha senso se il suo autore, Bhimrao Ramji Ambedkar, è uno dei padri di quella Costituzione che, emanata nel 1949, pur istituendo il suffragio universale e uguali diritti per tutti i cittadini, non è riuscita o non ha voluto modificare la realtà delle caste. E proprio “Contro le caste” si intitola il suo pamphlet più celebre (1936), pubblicato per la prima volta in italiano da Castelvecchi con un saggio introduttivo di Arundhati Roy.
Le quasi quattromila caste e sottocaste endogamiche, ciascuna con la propria specifica occupazione ereditaria, sono raggruppate in quattro “varna”: bramini (sacerdoti), kshatriya (guerrieri), vaysya (mercanti) e sudra (servi). Al di fuori dei “varna” si trovano i dalit, una specie di mezzi-uomini anch’essi ordinati secondo una scala gerarchica: intoccabili, inguardabili e inavvicinabili. La loro presenza, la loro stessa ombra è considerata una causa di contaminazione dagli indù delle caste superiori.
Dopo la fine del dominio britannico (agosto 1947), l’economia indiana si è modernizzata, aprendosi ai capitali stranieri. Ma gli spettacolari tassi di crescita del pil si sono tradotti in una gigantesca concentrazione della ricchezza. Soprattutto i vaisya sono a capo di importanti società con interessi in tutto il pianeta. I bramini, invece, sono proprietari di gran parte dei media e controllano il ceto burocratico e giudiziario. Dopo l’indipendenza, con l’intento di raddrizzare un torto storico, ai dalit e agli adivasi (le tribù aborigene) sono state concesse quote riservate nelle università e negli impieghi statali. Hanno avuto così la possibilità di diventare medici, ingegneri, giudici, poliziotti e funzionari pubblici. Ma il loro numero nei ranghi del potere è tuttora molto esiguo, e non ha alterato i vecchi equilibri sociali. La maggioranza dei dalit rimane formata dai senza terra, braccianti agricoli pagati una miseria e manovali edili. Le promesse della Costituzione del 1949, insomma, non sono state mantenute. La democrazia non ha sradicato il sistema castale. Al contrario, lo ha protetto e aggiornato.
Gandhi riteneva che le caste rappresentassero il genio della nazione indiana, un “magnifico potere regolativo” delle sue contraddizioni e differenze sociali, oltre che un baluardo nei confronti della penetrazione dei costumi occidentali. Credeva che tutte le caste dovessero essere uguali, incluse quelle emarginate, ma non intendeva affatto abolirle. L’intoccabilità era per lui una pratica culturale e religiosa sbagliata che andava corretta, ma non doveva mettere in discussione i principi fondativi dell’induismo. Ambedkar era invece convinto che il sistema delle caste non fosse altro che una versione feudale della dottrina dell’amministrazione fiduciaria: il contrasto non poteva essere più profondo.
Come gli altri indù riformatori, anche Gandhi era però allarmato dall’abiura del più autorevole e amato capo dei dalit. La loro conversione ad altre fedi costituiva una minaccia da sventare con ogni mezzo. Durante la dominazione musulmana, milioni di appartenenti alle caste inferiori che svolgevano lavori degradanti si erano rifugiati nell’islam. In seguito, altri milioni avevano abbracciato sikhismo e cristianesimo. Un esodo massiccio degli intoccabili dal “gregge indù” avrebbe avuto effetti catastrofici per i “pastori” che lo sorvegliavano. Gandhi allora gioca d’astuzia. Con una mossa a sorpresa, reclama l’accesso ai templi per gli intoccabili, cavalcando abilmente una delle loro rivendicazioni più sentite.
Messo in un angolo dal Mahatma, Ambedkar cerca una nuova casa spirituale e politica per le sue idee. Aderisce così al buddismo e nel 1938 fonda l’Independent Labour Party. Il manifesto del partito proponeva la proprietà e la direzione statale dell’industria, la separazione tra potere giudiziario ed esecutivo, la creazione di banche di credito cooperativo per i produttori agricoli. Furiosi per i successi elettorali della sua creatura, i comunisti bollano Ambedkar come “fantoccio dell’impero”. All’opposto, nonostante la sua inclinazione vagamente socialista, egli imputava ai dirigenti comunisti -spesso appartenenti alle élite braminiche- la sottovalutazione del ruolo delle caste nelle loro analisi, subalterne all’ortodossia marxista.
Divenuto ministro della Giustizia nel governo provvisorio (agosto 1946), nel marzo 1947 dà alle stampe un documento intitolato “Stati e minoranze”. Alcune delle tutele per gli intoccabili lì delineate saranno incluse nella Costituzione dell’India indipendente, mentre verranno scartate le proposte più radicali, come la nazionalizzazione dell’agricoltura e delle industrie strategiche. Nel 1955 dichiara al Rajia Sabha (la Camera Alta): “La Costituzione è uno splendido tempio che abbiamo costruito per gli dèi, ma prima che questi potessero insediarsi, i diavoli se ne sono impossessati”.
Deluso dall’induismo, dai suoi sacerdoti, dai suoi santi, dai suoi politici, Ambedkar negli ultimi anni della sua vita si dedica all’esegesi degli insegnamenti di Buddah. Il 14 ottobre 1956, pochi mesi prima della sua scomparsa, insieme a mezzo milione di seguaci giura di essere fedele ai “Tre Gioielli” (virtù, meditazione e saggezza) e ai “Cinque Precetti” (non uccidere; non rubare; non avere comportamenti sessuali scorretti; non mentire e non bere bevande alcoliche) dettati dal “Risvegliato”.
I buddisti però non hanno fatto breccia nell’Hindustan. Nella repubblica federale di Modri restano ben saldi al loro posto i bramini, che controllano largamente il sapere; e i vaisya, che spadroneggiano negli affari. Gli kshatriya hanno visto giorni migliori, ma sono ancora -in gran parte- proprietari terrieri. I sudra stazionano nel sottosuolo dei palazzi del potere e tengono alla larga gli intrusi. Gli adivasi e i dalit continuano a lottare per la loro stessa sopravvivenza. Le caste in India sono eterne?
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Niente è eterno, ma certamente il sistema delle caste in India è molto longevo.
Durante un mio viaggio in India 15 anni fa insistemmo perché l’autista venisse a pranzo con noi al ristorante. L’amico Indiano che ci accompagnava rinunciò a farci capire che non stavamo facendo una buona azione. Lo capimmo da soli vedendo l’imbarazzo dell’autista e degli altri Indiani presenti.
Può darsi che nel frattempo le cose siano un po’ cambiate e, con l’accelerazione degli eventi nel mondo, è probabile che anche il concetto di casta si esaurisca alla lunga, ma non penso sia un’evoluzione semplice e rapida cambiare la mentalità e la cultura millenaria di un popolo di 1,5 mld di persone.
Giustissimo, impossibile per noi capire delle categorie che sono anche spirituali, e in cui si riconoscono anche coloro che in realtà ne soffrono la conseguenza immediata, cioè la subordinazione.
D’altra parte, l’empatia è del tutto estranea alla cultura indiana e all’induismo.
Una esperienza simile alla sua mi capitò quando vivevo in Cina, dove – mutatis mutandis – la struttura sociale non è diversa, sostituendo alla categoria sacerdotale quella dei funzionari imperiali, adesso alti burocrati . Uno degli impiegati assegnati al mio staff si lamentò per un vistoso aumento di stipendio che io gli avevo fatto concedere, accusandomi Di aver compiuto un atto paternalistico.