Bentornati in ufficio!
L’estate sta finendo, e si spera anche i post dai più variegati luoghi di villeggiatura, inneggianti al riequilibrio mentale, al riposo necessario, a quanto è bello stare in ferie. Una gara a chi si riposa di più, a chi lo fa di più e meglio. Con il lavoro che è derubricato a “male necessario”, al solo conseguimento di uno stipendio con il minimo sforzo e la minore responsabilità possibile.
Trovo questo mood, questa moda (la reputo tale), assolutamente deleteria. Il lavoro non è il solo scopo della nostra vita, ma è sicuramente una parte fondamentale e nobilitante. E’ in atto un circolo vizioso: crea stress scrivere e leggere il lamentarsi di tutto, del lavoro, dei colleghi, delle responsabilità, degli impegni, di come anche alzarsi dal letto porti al burnout. Se volete sapere quanto state correndo non dovete rallentare ma guardare il contachilometri.
Lavorare invece è gratificante per molti motivi, tra questi realizzazione personale, crescita professionale, indipendenza finanziaria, connessioni sociali, contributo alla società ed altri. Se trovi un lavoro che ami, puoi esprimere la tua passione e creatività, rendendo ogni giorno lavorativo entusiasmante e coinvolgente.
Nel tempo, grazie alle innovazioni tecnologiche, allo sviluppo ed alla ricerca, gli uomini hanno sempre lavorato meno e meglio, come si evince da questo grafico:
A seguito della pandemia del Covid, e del forzato lavoro a distanza di quell period in forme più o meno integrali, oggi molte organizzazioni si trovano a decidere se e come gestire modalità di lavoro da remoto, o di smart working. La fondazione McKinsey ha elaborato uno studio molto interessante, andando a stimare il potenziale di queste modalità per tipologia di attività lavorativa. Lo studio si basa su dati di 9 paesi, ritenuti rappresentativi di diversi livelli di sviluppo industriale.
Nelle grafiche sottostanti sono riportati i risultati:.
Quello che emerge non è eccessivamente sorprendente. I settori col potenziale più alto sono quelli più intellettuali, e man mano che il lavoro diventa manuale e necessariamente in presenza, questo cala fino quasi ad azzerarsi. Lo stesso si ottiene riaggregando i dati per settore di attività:
Ovviamente, nei paesi più industrializzati, dove l’economia è più spostata su servizi e finanza, il potenziale di lavoratori coinvolti è più alto, fino a coinvolgere circa un terzo dei lavoratori. Il che, detto al contrario, implica che circa due terzi dei lavoratori non è neanche potenzialmente utilizzabile in smart working.
Questo è un dato che sottolinea come si rischia di creare una “divisione in classi” dei lavoratori, con tutte le conseguenze del caso, e la necessità di intervenire con strumenti che riequilibrino con politiche adeguate una situazione fonte di tensione all’interno delle strutture lavorative.
Inoltre, lo smart working richiede delle infrastrutture digitali adeguate (e non solo, ma queste sono fondamentali), per garantire l’utilizzo degli strumenti di lavoro senza perdersi ore intere in “Mi sentite?”, “Riuscite a vedere?” e tutte le frasi tipiche di collegamenti ballerini e intermittenti.
C’è poi il tema dell’occupazione femminile: da un alto aumenta la possibilità di avere strumenti di flessibilità e quindi di conciliazione lavoro/famiglia. Tuttavia, la maggior parte della forza lavoro femminile trova ancor oggi impiego nei lavori in cui è più necessaria la presenza fisica, pertanto si rischia di creare una ulteriore forma di disparità, con una clamorosa eterogenesi dei fini.
Infine, lascio aperta una riflessione che vuole essere una provocazione. Avete provato a sovrapporre le tipologie di impiego più sostituibili da forme di Intelligenza Artificiale con quelle più adatte allo smart working? Non ditemi che è una sorpresa.
Buon lavoro a tutti, è il migliore augurio che posso farvi.
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