


Dagli incendi contro proprietà legate a Keir Starmer alle campagne di disinformazione che coinvolgono Tommy Robinson, il Regno Unito emerge come laboratorio di una nuova guerra ibrida. La convergenza tra reti vicine al Cremlino, estremismo sovranista e universo MAGA, mostrano come interessi diversi possano allinearsi nella destabilizzazione delle democrazie liberali e nell’erosione delle istituzioni occidentali.
Non è più solo una questione di bot, troll o disinformazione sui social. Siamo davanti a una trasformazione della guerra mediatica in atti di sabotaggio fisico. Ogni giorno che passa diventa sempre più evidente che la destabilizzazione in atto nel Regno Unito è programmatica e strutturata, mirata a rafforzare le formazioni di estrema destra, pro-russe, come Reform Uk e Restore Britain, che tanto piacciono sia alla destra americana che al Cremlino.
L’ultimo segnale di questa escalation arriva con la sentenza del tribunale dell’Old Bailey, che ha condannato due uomini per una serie di incendi contro proprietà del Primo Ministro Keir Starmer. Le indagini hanno rivelato che gli esecutori, reclutati su Telegram, agivano sotto la direzione di un handler noto come “EL”, identificato come un giovane diplomatico russo, Evgeny Lyukshin, figlio di un alto funzionario legato ai servizi segreti, e addestrato nelle tattiche di “guerra dell’informazione”.
L’obiettivo è tanto colpire fisicamente il cuore del governo britannico quanto seminare terrore e divisione attraverso la creazione di finti gruppi estremisti online, come “Direct Action UK”, pronti a pagare per atti di vandalismo contro moschee e la polizia.
Accanto al sabotaggio fisico, si consuma un linciaggio morale e mediatico contro il Primo Ministro. La demonizzazione social, alimentata dal megafono di Elon Musk e dalle reti di disinformazione russa, ha trasformato Starmer nel bersaglio di una narrazione infamante che trascende la critica politica per sfociare nell’intimidazione di stampo mafioso. Non si contano più i tentativi di distruggere la sua figura pubblica attraverso fake generati con l’AI o fake news virali, come quella – ripresa dall’estremista Tommy Robinson (all’anagrafe Stephen Yaxley-Lennon), e persino da inviati del Cremlino – che lo vorrebbe coinvolto in fantomatici scandali personali con escort ucraini, chiudendo interamente il cerchio della classica tecnica russa: trasformare la vittima in colpevole e accostare il nome a un’accusa sessualmente o moralmente degradante, facendola circolare in ambienti già ostili, e lasciare che l’algoritmo faccia il resto. D’altra parte è la dottrina Gerasimov.


È un’aggressione che colpisce deliberatamente anche gli affetti più cari: gli incendi alle proprietà dove risiede la cognata e i ripetuti avvertimenti online non sono semplici atti vandalici, ma messaggi trasversali mirati a generare un clima di terrore attorno alla sua famiglia e a intimidire il vertice dello Stato.
L’asse Mosca-Belfast: il viaggio “troublesome” di Tommy Robinson
In questo scacchiere di destabilizzazione, il ruolo di Tommy Robinson appare sempre meno quello di un “patriota” e sempre più quello di un asset del Cremlino. Mentre le strade di Belfast bruciavano nelle scorse settimane, alimentate da tensioni identitarie e xenofobe, Robinson si trovava a Mosca. Non un viaggio di piacere, ma una missione per “causare qualche problema”, come ammesso in un video girato in un hotel moscovita in compagnia di Errol Musk, padre del magnate Elon.
Dalla Russia, Robinson ha coordinato le rivolte in Irlanda del Nord, condividendo liste di luoghi di protesta e promuovendo video di organizzazioni ultranazionaliste russe che celebravano i tumulti britannici. Il paradosso è servito: l’uomo che si scaglia contro l’ “invasore” straniero in patria viene accolto e foraggiato dal regime che ha fatto della destabilizzazione dell’Occidente la sua dottrina ufficiale.
L’Internazionale Nera: Malofeev, Dugin e la Fratellanza russa
Ma chi sono i veri referenti di Robinson a Est? Il legame porta direttamente alla cosiddetta “Internazionale Nera”, una rete di movimenti neonazisti e sovranisti che si riunisce sotto l’ala protettrice di Konstantin Malofeev, l’oligarca ortodosso sanzionato per aver finanziato il separatismo in Ucraina. Robinson ha apertamente promosso la “Fratellanza degli Accademisti”, un movimento giovanile che opera sotto la leadership della Società Tsargrad di Malofeev.
Questa rete, che vede in Alexander Dugin, uno dei suoi principali ideologi, ha lanciato la “Lega dei Paladini”, un’alleanza internazionale che unisce il neofascismo italiano di Forza Nuova, i neonazisti greci di Alba Dorata e gli estremisti britannici: il gruppo neonazista Patriotic Alternative e l’English Defence League dello stesso Robinson. È un groviglio ideologico in cui l’antisemitismo, celato dietro una facciata antislamista, e il mito della “riconquista” bianca si mescolano alla propaganda pro-Cremlino, trasformando la difesa dei “valori cristiani” in un’arma contro le democrazie liberali.
Il megafono di Musk e l’influenza MAGA
Il Regno Unito è sotto assedio non solo da Est, ma anche da Ovest, ovvero dalla destra MAGA e dalla Silicon Valley, che vedono in Keir Starmer il nemico numero uno. Elon Musk ha trasformato la sua piattaforma X in un megafono per le narrazioni di Robinson e dei fratelli Tate (i quali, non a caso, proprio in questi giorni si trovavano a San Pietroburgo, in occasione della “Davos” di Putin), arrivando a evocare lo spettro della guerra civile e a chiedere la rimozione del Primo Ministro eletto.
L’interferenza è alla luce del sole. Elon Musk mira a ridefinire radicalmente lo scacchiere politico britannico, spingendolo verso una deriva sempre più estrema. L’ultimo segnale di questa strategia è il sostegno a Restore Britain di Rupert Lowe, partito da posizioni apertamente filo-russe, nato nella stessa settimana di Futuro Nazionale di Vannacci in Italia: una concomitanza difficilmente casuale che delinea i contorni di una precisa “operazione” di coordinamento sovranista su scala europea.
Così, il Regno Unito è diventato il campo di battaglia ideale per una convergenza ideologica esplosiva: da un lato il vittimismo “anti-woke” del mondo MAGA, dall’altro la mascolinità tossica dei fratelli Tate (ormai trasformati in asset di propaganda russa al Forum di San Pietroburgo) e il revisionismo imperiale di Alexander Dugin.
La logica della convergenza opportunistica
A prima vista, alcuni elementi sembrano contraddire questa lettura. Elon Musk fornisce all’Ucraina un’infrastruttura critica attraverso Starlink; allo stesso modo, le capacità analitiche e di targeting sviluppate da Palantir, la società cofondata da Peter Thiel, si stanno rivelando un moltiplicatore di forza per Kiev.
Ma leggere questi fenomeni attraverso la semplice dicotomia “filo-russi contro filo-ucraini” rischia di essere fuorviante. La logica che emerge non è quella della fedeltà geopolitica, bensì quella della convergenza opportunistica. Un attore può sostenere materialmente l’Ucraina nella guerra convenzionale contro Mosca e, allo stesso tempo, beneficiare o persino amplificare dinamiche che coincidono con gli obiettivi della guerra ibrida russa: indebolimento delle istituzioni liberali, polarizzazione sociale, delegittimazione dei media tradizionali, erosione della fiducia nelle élite democratiche e nelle istituzioni sovranazionali.
In questa prospettiva, il punto non è stabilire da quale parte stiano Musk o Thiel nel conflitto russo-ucraino. Il punto è osservare come interessi diversi possano convergere sugli stessi effetti politici. La Russia cerca da anni di frammentare la coesione delle democrazie occidentali; una parte dell’élite tecnocratica americana, per ragioni diverse e spesso indipendenti da Mosca, vede nelle stesse istituzioni liberali un ostacolo da aggirare, svuotare o sostituire. L’allineamento non avviene necessariamente sugli obiettivi finali, ma sui processi di destabilizzazione.
Del resto, non si tratta di un fenomeno inedito. La Brexit rappresenta un precedente di convergenza significativo.
È un cortocircuito in cui il cinismo opportunista della Silicon Valley incontra l’ideologia del Cremlino per alimentare la narrazione dell’Occidente corrotto che tenta di silenziare gli “uomini forti”. Il risultato è una strategia di destabilizzazione permanente che usa il rumore mediatico e figure radicali per spingere i giovani maschi bianchi verso posizioni eversive, trasformando la politica britannica in un laboratorio di guerra culturale globale.
Il cerchio si chiude dove era iniziato: tra le macerie di Belfast e i resti delle auto bruciate a Londra, la casa di Starmer data alle fiamme. La guerra ibrida russa non ha bisogno di carri armati per invadere il Regno Unito; le bastano un handler su Telegram, un influencer in cerca di visibilità e un miliardario convinto di poter riscrivere le regole della politica globale a colpi di tweet. E mentre il Labour si perde in lotte intestine, il Paese resta intrappolato in un cortocircuito che scambia il sabotaggio per libertà e l’eversione per patriottismo.
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