
Nei momenti più turbolenti della vita politica, le piazze hanno una memoria breve. Oggi una folla grida “viva”, domani la stessa folla, sotto il peso delle difficoltà quotidiane e delle crisi politiche, fatica a ricordare quell’entusiasmo. Non è segno di incoerenza del popolo, ma una realtà profondamente umana: le esigenze della vita, il lavoro, la sicurezza, il futuro trasformano le emozioni collettive. Eppure, al di là di queste onde emotive, qualcosa resta: la narrazione storica.
La storia non giudica attraverso gli slogan del momento, ma attraverso il racconto duraturo dell’origine e del percorso di un sistema politico.
È da qui che nasce la domanda centrale sul futuro dell’Iran: non si tratta solo di quale sistema politico dovrà sostituire quello attuale, ma soprattutto di come quel sistema arriverà al potere e con quale legittimità.
La legittimità: oltre l’entusiasmo delle piazze
Il consenso popolare espresso nelle strade è un segnale potente, ma per sua natura effimero. L’esperienza storica insegna che le ondate emotive si ritirano di fronte alle prime crisi economiche, sociali o istituzionali. In quei momenti, ciò che resta non è la memoria delle manifestazioni, ma la risposta a una domanda fondamentale: come è nato questo potere?
Se la risposta è legata anche solo in parte a un intervento esterno, il seme della sfiducia viene piantato fin dall’inizio. È un seme che germoglia in ogni crisi, rimettendo in discussione la legittimità del sistema. È in questo passaggio che la popolarità momentanea cede il passo al giudizio della storia.
Le lezioni ancora vive della storia contemporanea
La storia recente dell’Iran è ricca di esempi che dimostrano quanto le narrazioni sulla genesi del potere possano durare nel tempo.
Nel caso dell’ascesa al potere dello Scià Reza Pahlavi il fondatore della dinastia Pahlavi, nonostante il suo ruolo determinante nella costruzione dell’Iran moderno, il dibattito sul ruolo del generale Britannico Edmund Ironside nel 1921 nell’ ascesa al potere lo Scià Reza Pahlavi resta ancora oggi presente nel discorso pubblico. Molti cittadini non conoscono i dettagli storici, ma l’etichetta di una possibile “influenza esterna” sopravvive nella memoria collettiva.
Allo stesso modo, gli eventi del 1953 ,pur nella loro complessità interna e negli errori politici del governo Mohammad Mossadegh restano legati, nella percezione diffusa, all’intervento di Stati Uniti e Regno Unito nel ritorno al potere dello Scià Mohammad Reza Pahlavi. Questa narrazione è stata più volte utilizzata, nei decenni successivi, per mettere in discussione la legittimità dell’ordine monarchico.
Il punto cruciale è che le manifestazioni di sostegno popolare di quei momenti non sono rimaste nella memoria storica. Ciò che è rimasto è la narrazione dell’ingerenza straniera.
La solitudine dei sovrani nei momenti di crisi
La storia iraniana non offre solo narrazioni, ma anche destini. Entrambi i sovrani della dinastia Pahlavi hanno conosciuto, in momenti diversi, fasi di consenso e sostegno popolare. Le piazze hanno gridato il loro nome. Ma nei momenti più difficili, quello stesso consenso si è rivelato fragile.
Lo Scià Reza Pahlavi, artefice della modernizzazione dello Stato iraniano, fu costretto a lasciare il Paese in un contesto di pressione internazionale e crisi globale, trascorrendo gli ultimi anni della sua vita lontano dalla terra che aveva contribuito a costruire.
Decenni dopo,lo Scià Mohammad Reza Pahlavi, dopo anni di stabilità e di sostegno, si trovò isolato di fronte alla tempesta rivoluzionaria, costretto anch’egli all’esilio e a concludere la sua vita lontano dall’Iran.
Queste vicende non sono soltanto episodi del passato: sono lezioni storiche. Nei momenti di crisi, le società tornano sempre a interrogarsi sull’origine del potere. Se quell’origine è percepita come ambigua o legata a influenze esterne, anche il consenso più forte può dissolversi.
Monarchia costituzionale: una questione di processo, non solo di forma
Se in un futuro Iran si dovesse discutere di una possibile restaurazione della monarchia costituzionale, il nodo decisivo non sarà solo la forma istituzionale, ma il processo attraverso cui essa verrà eventualmente instaurata.
Una monarchia che nasca da un processo nazionale, trasparente e democratico, fondato sul voto libero dei cittadini, potrà affrontare anche le crisi più difficili contando su una legittimità solida. Ma se sulla sua origine dovesse gravare anche solo l’ombra di un intervento esterno, ogni difficoltà futura potrebbe trasformarsi in un’occasione per riaprire la ferita della sua legittimità.
In quel momento, nessuno ricorderà più gli slogan gridati nelle piazze: resterà solo il racconto delle origini del potere.
Il rifiuto dell’intervento militare: una scelta di responsabilità storica
L’opposizione a un intervento militare straniero non nasce da ingenuità politica né da indulgenza verso lo status quo. È, al contrario, una scelta di responsabilità verso il futuro: la consapevolezza che la legittimità non può essere importata, ma deve nascere dall’interno della società.
L’Iran ha bisogno di una coalizione ampia, nazionale e inclusiva per guidare la transizione. Una coalizione capace di rappresentare le diverse anime della società e di costruire un nuovo ordine politico basato sulla partecipazione reale dei cittadini.
Il sostegno internazionale può avere un ruolo, ma esiste una differenza fondamentale tra sostegno e intervento. Il primo rafforza un processo nazionale, il secondo rischia di comprometterne la credibilità.
La fiducia pubblica: un capitale da costruire fin dall’inizio
La fiducia è il capitale più prezioso di ogni sistema politico, e si costruisce fin dal primo giorno. Se all’origine del nuovo ordine politico esiste anche solo un’ombra di dubbio, quell’ombra può durare decenni.
L’obiettivo deve essere chiaro: qualunque forma istituzionale emerga nell’Iran di domani, inclusa la monarchia costituzionale, deve nascere in modo tale che nessun cittadino possa definirla “imposta” o “dipendente”: da potenze straniere.
La responsabilità del presente davanti al giudizio della storia
Gli slogan di oggi svaniscono. Le narrazioni storiche restano. La responsabilità della classe politica e delle forze di opposizione non è solo verso l’immediato, ma verso il giudizio delle generazioni future.
Se oggi si sceglie la via dell’indipendenza, della partecipazione e della sovranità popolare, il futuro dell’Iran potrà fondarsi su una legittimità duratura. Se invece si sceglie una scorciatoia che comporta il rischio della dipendenza, anche le migliori intenzioni rischiano di essere oscurate.
L’Iran di domani: fondato sulla volontà del popolo
L’Iran del futuro, qualunque forma assuma, dovrà poggiare su tre pilastri fondamentali: dignità nazionale, indipendenza e volontà collettiva del popolo.
Solo allora, se nelle piazze dell’Iran si tornerà a sentire il grido “viva”, quel grido non sarà più un’emozione effimera, ma l’espressione di una fiducia profonda e duratura. Una fiducia capace di trasformare uno slogan in una parte viva e condivisa della storia nazionale.

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Sono più di 40 anni che il popolo iraniano tenta di ribellarsi dalla feccia immonda che li governa senza aiuto esterno: ho bisogno di illustrare quali sono stati i risultati? E l’Europa è riuscita a liberarsi dal nazismo senza aiuto esterno? Facile sparare sentenze senza essere lì ad affrontare la carneficina.
Esistono delle forze interne di resistenza contrarie al regime degli Ayatollah in grado di contrastare e magari abbattere quest’ultimo?
Al momento non sembrano esserci o non possono ottenere dei risultati tangibili; un sostegno esterno anche solo di fornitura bellica credo sia indispensabile e non rifiutabile da parte di quelle eventuali forze di resistenza.
Considerazioni applicabili anche al di fuori del caso Iran. Ma esprimo un preoccupato dubbio: se e sopratutto come istanze democratiche possano prevalere su regimi totalitari, avvezzi ad ogni mezzo per mantenere saldo il potere nelle proprie mani