

Il movente dell’attacco sul treno nel Cambridgeshire, avvenuto il 1° novembre e che ha causato il ferimento di undici persone, resta ancora sconosciuto; eppure, sin dal primo momento in cui la notizia è circolata sui media e sui social, molti si sono affrettati a incastonare l’episodio nella propria narrazione, pronti a usarlo come bandiera della propria crociata.
Pochissimo dopo la diffusione della notizia, una parte dell’area conservatrice e della destra radicale aveva già formulato la diagnosi: terrorismo islamico. Su X e su alcuni siti di opinione si sono rincorsi post e commenti che collegavano immediatamente l’aggressione all’immigrazione e alle “minacce culturali”, sostenendo che il problema degli attacchi con coltello sarebbe una diretta conseguenza dell’arrivo di stranieri e proponendo soluzioni securitarie e di espulsione come rimedio definitivo.
Dall’altro lato, gli ambienti progressisti hanno reagito puntando il riflettore sulle conseguenze del liberismo sfrenato: un modello economico che, secondo questa lettura, produce esclusione, frammentazione e rabbia repressa. Insomma, il sintomo di un malessere sistemico.
Fatto sta che il perpetratore, Anthony Williams, è un cittadino britannico, nato e cresciuto nel Paese. Non è dunque un immigrato, né un islamista. Infatti, non risulta neanche che sia musulmano. Ha invece alle spalle una storia clinica di problemi di salute mentale ed era noto alle autorità.
E per fortuna, diciamo, altrimenti ci sarebbe stata una guerra civile.
Oggi è inevitabile che episodi di violenza pubblica diventino terreno di scontro politico e narrativo. Ma ciò che sta diventando sempre più inquietante nel Regno Unito è il modo in cui queste narrazioni si traducono in guerriglia urbana, come già avvenuto in almeno 3 occasioni a partire dagli scontri dell’estate del 2024.
Ogni evento costringe così le autorità a un equilibrio precario: se si rivela subito l’etnia degli autori, si rischia di alimentare l’odio per le strade; se invece si tace, la scelta viene letta come un insabbiamento deliberato, un atto di protezione nei confronti dell’“immigrato”. E questo avviene persino quando i responsabili sono cittadini britannici: se sono di colore, diventano automaticamente parte del problema, in una spirale tossica in cui ogni volto non caucasico è letto come “immigrato”.
Perché poi, purtroppo, scrostando la superficie, si arriva sempre lì. Si parte con l’attacco all’immigrazione clandestina, se il perpetratore non è clandestino, si attacca l’immigrazione tout court, se poi il soggetto si dimostra a tutti gli effetti britannico, si passa alla religione e se anche lì fai un buco nell’acqua, non resta che aggrapparsi all’ultima sponda “i non bianchi non sono autoctoni e dunque sono il problema”.
La bilancia oscilla così costantemente dalla difesa della purezza della razza da destra (perché se identifichi come “immigrato” il non caucasico, di questo si tratta), alla colpevolizzazione della “bianchezza” da sinistra, come se nascere bianchi fosse un peccato originale inespiabile e fossimo tutti razzisti per DNA.
Ma la vera questione spinosa è quella dei coltelli. A Peterborough, come altrove, sono all’ordine del giorno: droga, bassa criminalità, malattie mentali, raptus o semplici liti tra amici. Tutto in Uk, sembra sempre finire a coltellate. Non è una cosa nuova. Ricordo che quando andai a vivere nell’Hertfordshire, la vicina Stevenage era nota come “stabbing city”.
Un problema antico che negli ultimi anni si è acuito a causa di diversi fattori.
Innanzitutto, dopo il massacro del 1996 nella scuola di Dunblane, in Scozia – in cui un uomo armato uccise sedici bambini e un’insegnante – il Regno Unito introdusse una delle legislazioni più severe al mondo in materia di armi da fuoco. Il risultato è che oggi è quasi impossibile procurarsi un’arma nel Paese: le armi sul suolo nazionale pochissime e perfino la polizia (fatta eccezione per l’Irlanda del Nord) non è armata. In questo contesto, la violenza non è scomparsa, ma si è adattata e i coltelli sono diventati l’arma scelta negli attacchi individuali. L’equivalente britannico delle sparatorie scolastiche americane.
A differenza delle armi da fuoco, eliminare i coltelli è praticamente impossibile. Fanno parte della vita quotidiana, e pensare di “bandirli” appare ingenuo. Il Primo Ministro Keir Starmer ha comunque avviato una strategia ampia: divieti su coltelli estremi, controlli più stretti sulle vendite online, programmi di prevenzione.
Cosa dicono i dati? Secondo l’Office for National Statistics (Ons), in Inghilterra e Galles gli attacchi con coltello sono aumentati a partire dal 2011, con un’impennata dell’89% tra il 2016 e il 2020 (e qui, oserei dire, nel post Brexit, ovvero nel clima tossico del populismo, il suo linguaggio violento e la diffusione di piattaforme gamer sempre più estremizzate.) Negli ultimi anni, però, si registra un’inversione: un calo del 4,5% rispetto al 2020, un segnale modesto ma che lascia intravedere l’effetto delle politiche di contrasto.
Ma il dato più significativo è che l’aumento della violenza con coltello è statisticamente correlato all’esplosione della violenza giovanile, senza distinzione di etnie. La maggior parte degli autori e delle vittime è composta da ragazzi sotto i 20 anni, immersi in contesti di disagio economico, in famiglie fragili e in comunità disgregate.
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Più problemi, molto complessi, che andrebbero studiati bene e poi prese le giuste misure per contrastarli. Ma sembra che la politica non sia in grado di farlo, vuoi perché occorrono investimenti, vuoi perché hanno tutti una visione ideologica della società, vuoi perché nessuno vuole assumersi la responsabilità politica di quello che è stato fatto in passato e quello che si sta facendo oggi. Nessun politico ha gli attributi di prendere decisioni impopolari o difficili , se non addirittura contro trattati internazionali, ma quello che il raziocinio richiede , per ottenere i risultati voluti, andrebbe fatto.