


Un’analisi del rapporto tra trumpismo, religione politica e deriva illiberale negli Stati Uniti: l’attacco a Papa Leone XIV viene letto come sintomo di una sacralizzazione del potere che confonde fede e politica, svuotando il cristianesimo della sua funzione critica e del suo limite al potere.
L’attacco rivolto da Donald Trump a Papa Leone XIV rappresenta un episodio di particolare rilevanza nel quadro delle relazioni tra politica e religione nel contesto contemporaneo. L’episodio non può essere interpretato come una semplice polemica contingente, né come un’ordinaria manifestazione di conflittualità tra istituzioni.
Al contrario, il fatto appare come il sintomo di una trasformazione più profonda, che investe una parte significativa del panorama politico-religioso statunitense e che si manifesta nella progressiva emersione di una forma di messianismo politico con tratti marcatamente illiberali.
In questo senso, l’analisi proposta da Massimo Faggioli nel volume Da Dio a Trump offre una chiave interpretativa particolarmente feconda. Secondo lo storico italiano, negli Stati Uniti si è assistito negli ultimi anni a un duplice processo: da un lato, la politicizzazione della Chiesa; dall’altro, la teologizzazione della politica.
Tale dinamica ha condotto alla configurazione di uno spazio pubblico in cui le categorie religiose vengono mobilitate per finalità politiche, mentre il discorso politico assume tratti tipicamente teologici, strutturandosi attorno a opposizioni dicotomiche quali bene-male, salvezza-perdizione, fedeltà-tradimento. In questo contesto, la figura di Trump tende a essere percepita da una parte del suo elettorato non soltanto come leader politico, ma come soggetto investito di una funzione salvifica, in grado di incarnare e difendere un ordine morale minacciato.
Insomma: o cristianesimo o società aperta.
Tale evoluzione non può essere compresa senza considerare il contributo della cosiddetta Religious Right. L’immaginario politico di ampi settori del conservatorismo religioso statunitense è profondamente segnato da categorie apocalittiche ed escatologiche. La politica viene così interpretata come teatro di uno scontro finale tra forze contrapposte, in cui gli avversari non sono semplicemente portatori di posizioni alternative, ma incarnano il male in senso quasi metafisico.
In tale prospettiva, il ricorso a teorie della cospirazione, la diffidenza verso le istituzioni internazionali e il rifiuto del sapere degli esperti non costituiscono deviazioni marginali, bensì elementi strutturali di una vera e propria epistemologia alternativa dai tratti fideistici.
Accanto a questa dinamica, si sviluppa una corrente di pensiero che contribuisce a rafforzarne il quadro teorico, collocandosi oltre la tradizionale distinzione tra liberalismo e populismo: il cosiddetto post-liberalismo. Per tale proposta, la crisi delle società occidentali viene ricondotta all’indebolimento dei legami comunitari e alla perdita di riferimenti forti, conseguenza di un ordine liberale percepito come eccessivamente fondato su neutralità, procedure e individualismo.
Ne deriva una rivalutazione di quei “principi forti” — identità, appartenenza, fede, nazione — ritenuti capaci di restituire coesione e senso. La reazione populista, in questo quadro, non appare come una semplice deviazione, ma come il riemergere di esigenze represse: il bisogno di comunità solide, di orizzonti condivisi, di una normatività più intensa rispetto a quella offerta dal liberalismo tardo-moderno.
Questa lettura contribuisce a spiegare anche una certa tolleranza, se non un’esplicita fascinazione, verso modelli politici illiberali percepiti come più stabili, identitari e “protettivi” si leggano autori come R. Reno o N. S. Lyons.
L’intreccio tra messianismo politico e immaginario apocalittico produce conseguenze rilevanti sul piano istituzionale. Se la politica è concepita come scontro escatologico, il compromesso diventa impossibile, la mediazione viene delegittimata e il pluralismo appare come una minaccia piuttosto che come una risorsa.
In tal modo, si determina una tensione crescente con i principi del costituzionalismo liberale, fondati sulla distinzione tra sfere, sul riconoscimento della legittimità del dissenso, sulla limitazione del potere e sul riconoscimento dell’inattendibilità dell’assoluto.
È in questo quadro che assume particolare significato l’attacco al Pontefice. La delegittimazione del Papa come autorità morale autonoma rivela infatti l’incapacità, propria del messianismo politico, di riconoscere l’esistenza di ambiti di normatività non riconducibili all’autorità del potere politico. In tal modo, il Papa viene inevitabilmente ridotto a interlocutore politico, quando non addirittura a rivale.
Tutto ciò è segno evidente di una concezione totalizzante della politica che tende ad assorbire ogni forma di autorità. La deriva illiberale del movimento MAGA, allora, pur presentandosi come difesa dell’Occidente e dei suoi valori, rappresenta in realtà una sua radicale reinterpretazione in chiave identitaria e antiliberale.
Lo dice più di ogni altra cosa la confusione tra sfera religiosa e sfera politica, che entra in contrasto con una delle acquisizioni fondamentali della tradizione cristiana: la distinzione tra Dio e Cesare.
Tale distinzione non si configura né come una separazione assoluta tra sfera religiosa e sfera politica, né come una loro fusione, ma come una tensione strutturale che impedisce ogni forma di sacralizzazione del potere. La riflessione teologica ha chiarito come il rapporto tra Chiesa e Stato debba essere pensato a partire da una duplice esigenza: da un lato, il riconoscimento della legittimità dell’ordine politico; dall’altro, la sua costante relativizzazione.
L’autorità politica, infatti, è necessaria per l’organizzazione della convivenza umana, ma non può mai essere assolutizzata, né tantomeno investita di un significato salvifico. Essa resta un’istanza penultima, sottoposta a giudizio e aperta alla critica.
In questa prospettiva, l’impegno del credente nella vita pubblica non può essere interpretato come una proiezione diretta della fede nello spazio politico. La testimonianza cristiana non si esercita attraverso la pretesa di tradurre integralmente contenuti religiosi in norme giuridiche, ma come responsabilità che nasce dalla fede e si esprime nella ricerca del bene comune.
Ne deriva una forma di presenza pubblica che rifiuta tanto la neutralizzazione etica della politica quanto la sua confessionalizzazione.
Un elemento decisivo di tale impostazione è il rifiuto di ogni forma di zelotismo, inteso come tentativo di identificare la salvezza con un progetto politico. Questa tentazione, che attraversa la storia del cristianesimo in forme diverse, consiste nella trasformazione del conflitto storico in uno scontro assoluto tra bene e male, in cui l’avversario non è più un interlocutore, ma un nemico da eliminare.
In tal modo, la politica perde il suo carattere proprio, fatto di mediazione e compromesso, e viene assorbita in una logica escatologica che ne altera radicalmente la natura.
La critica di questa deriva si fonda, in ultima istanza, sulla struttura stessa della fede cristiana, segnata dalla tensione tra il “già” e il “non ancora”. Il compimento della salvezza, inaugurato nella storia, non coincide con alcuna realizzazione storica determinata. Nessun ordine politico può dunque pretendere di incarnare definitivamente il bene, né di esaurire l’orizzonte della giustizia.
È proprio questa distanza a rendere possibile una funzione critica permanente nei confronti del potere, impedendo che esso venga investito di una dimensione assoluta.
Alla luce di queste considerazioni, risulta evidente come ogni tentativo di reinterpretare il cristianesimo in chiave identitaria e nazionalistica comporti una torsione significativa della sua grammatica originaria. All’interno di questa logica, il riferimento alla religione non ha più la funzione di limitare il potere, ma di legittimarlo.
La fede viene mobilitata come strumento di identificazione collettiva, mentre i simboli religiosi sono utilizzati per rafforzare la coesione interna e delimitare i confini dell’appartenenza. Si configura così una forma di “religione politica” che, pur richiamandosi a elementi del cristianesimo, ne altera profondamente la struttura, subordinandola a finalità di tipo politico.
Tale atteggiamento rappresenta una rottura significativa rispetto alla tradizione cristiana richiamata in precedenza. Se, infatti, il cristianesimo ha contribuito a introdurre una distinzione tra ordine spirituale e ordine temporale, impedendo la sacralizzazione del potere, la dinamica osservabile nel contesto MAGA sembra muoversi in direzione opposta.
La politica tende a riassorbire la religione, trasformandola in un elemento della propria legittimazione, mentre la dimensione escatologica viene traslata sul piano storico, dando luogo a una forma di messianismo politico.
In questo senso, la pretesa di difendere l’Occidente, spesso avanzata da tali movimenti, merita di essere sottoposta a una valutazione critica, come anticipato in precedenza. Ci si deve infatti interrogare su quale concezione di Occidente venga proposta. Se per Occidente si intende una tradizione segnata dalla distinzione tra potere e verità, dalla limitazione dell’autorità politica e dal riconoscimento del pluralismo, allora la deriva descritta appare difficilmente compatibile con essa.
Al contrario, essa sembra configurarsi come una reinterpretazione identitaria e illiberale, che riduce la complessità storica e culturale dell’Occidente a un insieme di simboli mobilitati in funzione polemica.
Ne deriva una tensione profonda tra la grammatica originaria del cristianesimo e le forme contemporanee di religione politica. Mentre la prima introduce un principio di distinzione e di limite, le seconde tendono a dissolverlo, riattivando dinamiche di sacralizzazione del potere che la tradizione cristiana aveva contribuito a mettere in discussione.
In tal modo, il messianismo politico contemporaneo non si presenta come un semplice ritorno della religione nello spazio pubblico, ma come una sua trasformazione, che ne altera la funzione e ne compromette la capacità critica.
In altre parole: il Vangelo non deve mai essere in dissenso con il potere vigente. Una pretesa che non può essere soddisfatta.
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Non sono d’accordo: non si è trattato di relazione fra politica e potere, bensì fra due capi di stato (se il papa si occupa di politica internazionale anziché di questioni di fede non parla come capo della chiesa bensì come capo di stato): uno ha condannato la guerra condotta dall’altro (senza avere mai speso una parola per le vittime della repressione iraniana e per i pericoli rappresentati dall’atomica in mano a quella satrapia religiosa, così come non ha mai speso una parola per le vittime di hamas bensì solo per quelle dall’altra parte), e l’altro lo ha legittimamente criticato. Tutto qui.
ERRATA CORRIGE relazione fra politica e religione.
Suggerisco la lettura di questo articolo di padre Spadaro su Substack: https://open.substack.com/pub/antoniospadaro/p/leone-e-trump-due-grammatiche?r=2ao9ta&utm_medium=ios
Un brevissimo estratto dell’articolo rende l’idea, penso:
“ Una libertà disarmata e disarmante
Alla fine, ciò che l’attacco di Trump rivela è che Leone XIV è diventato l’unica figura nell’attuale paesaggio internazionale che la potenza nuda non riesce né ad assimilare né a ignorare. Non ha esercito, né tesoro, né base elettorale. Ha un pulpito, una tradizione e un tono. Eppure, ha raggiunto il punto in cui la più potente carica politica del mondo sente il bisogno di nominarlo come un ostacolo. Non è una sconfitta per la Santa Sede. È la misurazione più precisa del suo peso.”
Quanto, poi, agli argomenti dal motore per lei citati:
1. Ci sono state le reazioni della Chiesa ai massacri di gennaio (ad esempio: https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-01/iran-repressione-manifestazioni-giovani-esecuzioni-usa.html). Pero’, sia onesta, la guerra non e’ stata scatenata per difendere i manifestanti e liberarare il popolo oppresso… lo stesso Trump lo ha detto piu’ volte che non era l’obiettivo…
2. La bomba. Certo, tutti pensiamo che l’Iran non dovrebbe averla. Ma l’iran si trova circondato da stati che ce l’hanno (Israele, Pakistan, India), nessuno dei tre potrebbe essere definito « pacifico ». Se lei fosse iraniana, non penserebbe forse « perché loro si e io no? ». Soprattutto dopo queste due ultime guerre… ci sarebbero state se l’Iran fosse stato come il Pakistan?
Nessuno vuole che una teocrazia, una dittatura guidata da un desiderio di dominio regionale abbia la bomba. Nessuno (dalla nostra parte del mondo). Nemmeno io.
Ci sono altre strade, probabilmente, per raggiungere questo obiettivo
1. Suggerirmi di leggere padre Spadaro è l’esatto equivalente di suggerirmi di chiedere all’oste se il vino è buono, e il brano che cita è una elucubrazione, non una argomentazione.
2. L’articolo che mi linka è firmato da tale Giada Aquilino, non dal papa: io sto parlando di lui.
3. La stragrande maggioranza della popolazione iraniana non pensa affatto «perché loro sì e io no?». Sono passati più di vent’anni dalla prima volta che ho sentito un dissidente iraniano dire: «Israele deve bombardarci, non abbiamo alternative, da soli non ce la faremo mai, bisogna per forza che Israele venga a bombardarci»; e sicuramente avrà visto anche lei durante la “guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno i cartelli inalberati in giro per tutto l’Iran che inneggiavano “Forza Israele!”, “Israele non fermarti!”, “Israele siamo con te!”. O forse li hanno visti tutti tranne lei?
4. Tutti bravissimi a dire che probabilmente ci sono altre strade per raggiungere lo stesso obiettivo, ma in 47 anni nessuno è mai stato capace di suggerirne uno, e nel frattempo il popolo iraniano ha continuato a venire massacrato, Israele ha continuato a venire bombardato e il mondo ha continuato a essere sotto la minaccia nucleare iraniana, che nessuno degli stati da lei nominati ha mai rappresentato.
Non ci siamo: per dimostrare che ho torto – se avere un’opinione diversa rappresenta un torto – deve trovare argomenti migliori.
E, a parte tutto questo, ciò che ho detto io è che il papa è intervenuto in una questione politica e che di questioni politiche si può occupare unicamente nella veste di Capo di Stato e non certo in quella di capo spirituale dei fedeli: può smentirmi su questo? Se poi proprio volessimo pignoleggiare, il papa ha detto: «Parlo del Vangelo, continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra», mentre il capo del papa si dice avere affermato: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada», (Mt. 10,34): come la mettiamo? Lo bocciamo anche sulla conoscenza del Vangelo?
Si ma la frase di Matteo deve essere contestualizzata, mica uno prende una frase e la usa cosi’… allora Gesù ha detto di mettere via le spade quando e’ stato catturato perché vhi di spada ferisce…
L’Iran non ha mai terrorizzato nessuno perché la bomba non ce l’ha. Con cosa terrorizza?
Io ammetto di non avete visto quei cartelli, colpevolmente certo. Strano che Vespa non li abbua mostrati ogni 5 minuti (battutaccia lo so…)
Pero’ cosa vuol dire? Che la guerra é stata fatta per liberare il popolo iraniano?
Israele si è sacrificato a fare qualcosa che gli ripugna (bombardare) per solidarietà con il popolo oppresso?
Giusto: la bomba non ce l’ha, gliene manca ancora un pelino e dunque non è un pericolo per nessuno, quindi lasciamogliela fare in pace senza rompergli le scatole! Quanto alle cose che lei non ha visto, qui ne ho raccolte un paio
https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2025/06/21/sotto-le-bombe-israeliane/
Ah, dimenticavo: a quello che aveva impugnato la spada Gesù ordina di riporla perché l’aveva fatto per impedire il suo arresto, mentre quello è necessario perché si adempia il destino che Dio ha designato per lui: fermando i suoi assalitori, avrebbe impedito la redenzione. Le storie bisogna raccontarle intere, non solo la parte che fa comodo alla propria narrazione.
Un uomo solo contro una folla di uomini venuti ad arrestarlo…..
Non è che ci guadagni molto inserendo dettagli totalmente estranei al tema della discussione e a quello che ho detto…
É lei che riprende un brano del Vangelo per giustificare una sua posizione. Io ho argomentato.
In ogni caso mi sembra che no considerare quanto dice Padre Spadarosia come non considerare la spiegazione di chi e’ competente sul tema. Poi uno puô dire che e’ tutto sbagliato ma allora perché discutere ?
Inoltre mi sembra che Leone non rifiuti per principio la guerra; ed infatti sull’Ucraina, per esempio, ha preso una posizione chiara.
Che poi è quelka che, mi sembra, spiegano anche gi articoi di questo giornale:
https://www.inoltrenews.it/lattacco-a-papa-leone-xiv-e-la-deriva-messianica-del-trumpismo/#comment-5706
https://www.inoltrenews.it/grok-il-papa-e-la-nozione-di-guerra-giusta-di-santagostino/
In altri tempi pre democrazia liberale (almeno in Occidente, altrove ci sono ancora certe modalità), non era così strano vedere un sovrano sentirsi legittimato dalla volontà di una o più divinità.
Era un modo per mostrare ai sudditi quanto fosse potente la sua investitura e un modo per disincentivare eventuali pretendenti al potere di provare a contrastarlo.
La stessa cosa fa Trump nei confronti del suo movimento che lo ha scelto come guida.
E’ più un rivolgersi ai membri interni che ai suoi avversari.
Certo andare contro la figura rappresentativa del Cristianesimo e portavoce della parola di Dio come è il Papa credendo di essere al di sopra di Egli mettendosi al pari dello stesso Dio che va dicendo di adorare e ascoltare, potrebbe portare tensioni e scosse da non sottovalutare all’interno dei repubblicani e del movimento Maga. Come se già non stessero avvenendo per altri motivi.
Una volta si sarebbe parlato di blasfemia e condanna eterna all’inferno.
Chissà forse quest’ultimo è l’unico regno a cui Trump aspira veramente.
Dire « mi piace » é riduttivo.
Grazie prr questo splendido articolo