

Un nuovo rapporto sul fenomeno in Italia mostra una crescita significativa degli episodi antisemiti e mette in luce un clima culturale in cui l’odio antiebraico torna a trovare spazi di legittimazione, soprattutto nel linguaggio politico e nei social.
E’ recentemente uscito il rapporto sull’antisemitismo in Italia relativo al 2025, a cura della Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea). I dati non sono per nulla rassicuranti.
Emerge un trend in continua crescita degli episodi di antisemitismo, che nel 2025 sono stati 963, dato raddoppiato rispetto al 2023 e quadruplicato rispetto al 2024. I “soli” 963 casi potrebbero superficialmente dare l’idea di una certa marginalità del fenomeno. Tuttavia la situazione cambia se si considera quanto sia piccola la presenza degli ebrei in Italia, che nel 2025 si attesta allo 0,46 per mille della popolazione, circa 30 mila persone – contro quasi il 2 per mille della popolazione mondiale – e se si tiene conto delle dinamiche del fenomeno accuratamente descritte nel rapporto del CDEC.
Dal rapporto emerge chiaramente che il 7 ottobre 2023 è lo spartiacque nella storia recente dell’antisemitismo. In quel giorno, che ha visto i terroristi di Hamas massacrare oltre 1200 persone, compiendo gli atti più efferati su civili inermi, e rapire più di 240 ostaggi, l’umanità è risprofondata nell’abisso. Perché per compiere stupri, smembrare corpi ed esibirli come trofei, incendiare abitazioni e radere al suolo interi villaggi, mitragliare le famiglie sui divani di casa o dentro le automobili in fuga, fare il tiro a segno su giovani che testimoniavano la gioia di vivere significa che si è, anche stavolta, deumanizzato il nemico. Quell’infido nemico “ebreo” che alle sue colpe e perversioni ancestrali ha aggiunto l’indomabilità e la potenza del “Piccolo Satana”.
Ebbene, da quel momento – come evidenzia Sergio Della Pergola – anziché solidarietà verso Israele e la sua popolazione, fatte salve le dichiarazioni di circostanza, si è registrata invece una maggiore ostilità via via estesasi indifferentemente alle varie comunità ebraiche, e un quasi immediato aumento delle manifestazioni contro Israele che hanno visto coinvolti gruppi palestinesi e islamisti, formazioni di estrema sinistra e settori del mondo sindacale.
Questo è quanto emerge, ad esempio, da una ricerca svolta per l’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna, che ha coinvolto gli studenti di tre atenei del Nord. Il dato che deve far riflettere è che già subito dopo il 7 ottobre, ben prima che l’azione militare israeliana iniziasse a provocare decine di migliaia di vittime civili – che Hamas utilizza come scudi umani – si inizia a rilevare un aumento del numero di coloro che equiparano Israele e la Germania nazista. Ciò, in particolare, tra gli studenti di sinistra. A pensarla così è quasi il 70 per cento di questo gruppo.
Attenzione, ripeto: tutto ciò prima che l’IDF desse inizio alla dura e drammatica risposta militare a Gaza contro Hamas.
E’ solo il 21 ottobre del 2023 quando, in una manifestazione filopalestinese a Milano, compare un disegno di Anna Frank con la kefiah, nelle mani di una ragazza che dice: “Israele sta facendo la stessa cosa che la Germania ha fatto con gli ebrei”. In tal modo, invertendo la prospettiva morale, i discendenti delle vittime della persecuzione antisemita sono trasformati nei carnefici di oggi.
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Prende forma un antisemitismo “raffinato” che, arruolando i simboli della Shoah alla causa palestinese fondata sullo statuto di Hamas, che mira all’annientamento di Israele, e legittimando l’odio contro gli ebrei, fa leva sul vocabolario dei diritti umani per negare proprio i diritti di una minoranza.
La delegittimazione dello Stato di Israele viene poi spesso associata alla presunzione di colpevolezza di tutti gli ebrei del mondo – che non c’entrano nulla con le responsabilità del governo israeliano – esposti in tal modo alla sanguinaria vendetta di giustizieri allucinati. La strage di Bondi Beach del 14 dicembre 2025, ad opera di due uomini affiliati all’Isis, e l’esplosione, per mano iraniana, della sede della Comunità ebraica di Buenos Aires – AMIA – del 18 luglio 1994 possono ascriversi alla diffusione di perverse dinamiche scatenate proprio da pregiudizi alimentati dall’“antisemitismo narrativo” che veicola discorsi d’odio e di condanna verso Israele e il sionismo.
La situazione nelle scuole europee non è certo migliore. Dal rapporto dell’Unesco “Addressing antisemitism through education” emerge che il 78 per cento degli insegnanti europei è stato testimone di episodi di antisemitismo tra gli studenti. Il 10 per cento degli insegnanti è stato addirittura testimone di atti di violenza fisica contro studenti ebrei.
Dicevo che i 963 casi di antisemitismo in Italia non devono portare a sottovalutare il fenomeno, considerandoli magari episodi isolati, come li giudica – secondo un sondaggio Eurispes (2020) – più della metà degli italiani. Se si guarda infatti ai dati disaggregati per categorie, sebbene le diffamazioni e le minacce costituiscano la maggior parte degli eventi, le discriminazioni sono raddoppiate e, ancor più grave, le aggressioni fisiche hanno visto un incremento del 225 per cento rispetto al 2024. A crescere maggiormente sono stati gli atti più gravi e odiosi.
Nel 2025 si sono registrate ben 18 aggressioni fisiche ai danni di ebrei – non solo italiani – e contro israeliani. Nella maggior parte dei casi gli autori delle aggressioni sono di origine nordafricana. Molti ricorderanno le immagini dell’aggressione avvenuta in un autogrill, nei pressi di Milano, che ha visto vittime due ebrei francesi, un papà e il suo bambino. Apostrofati come “assassini”, solo perché ebrei. Per alcuni è sempre un buon motivo. Uno degli autori della violenza fa il gesto “Rabaa al Adawiyya”, caratteristico dei Fratelli Musulmani.
Sempre meno nitida è poi la distinzione tra l’antisemitismo online e quello consumato al di fuori della rete nella vita reale, perché le due dimensioni si alimentano a vicenda “creando un ecosistema dell’odio in cui il linguaggio violento, la disumanizzazione e la discriminazione concreta diventano progressivamente accettabili”.
Tale dinamica è spiegata efficacemente nel rapporto da Murilo Cambruzzi: “Nel dibattito digitale, soprattutto sui social network, si osserva con frequenza l’uso di un linguaggio che relativizza o minimizza aggressioni, minacce e attentati quando le vittime sono identificate come ebree o come ‘sioniste’. Questa dinamica non nasce nel vuoto: essa si innesta su una lunga tradizione di delegittimazione dell’esistenza ebraica nello spazio pubblico, ma oggi assume una forma più esplicita e meno mediata. La normalizzazione della violenza passa attraverso slogan, meme e commenti che trasformano l’odio in una forma di attivismo politico percepito come legittimo. In questo contesto, l’ebreo non è più visto come individuo, ma come simbolo di un nemico astratto, responsabile collettivamente di colpe reali o immaginarie. Il salto dall’odio verbale all’atto discriminatorio o aggressivo diventa così più breve, perché la violenza è già stata giustificata sul piano morale”.
In questo copione, la disumanizzazione dell’ebreo, operata attraverso la sua assimilazione a immagini di topi, blatte e altri animali nocivi, continua a giocare un ruolo strategico perché mira a negarne l’umanità. E se l’ebreo è visto e percepito come un parassita fonte solo di rischi, sarà più facile emarginarlo, discriminarlo, insultarlo o persino picchiarlo. De gustibus. Il sorrisetto davanti alla solita vignetta spacciata per satira è sempre un buon sintomo di degrado sociale.
Tra i bersagli preferiti dell’odio antiebraico ce n’è uno particolarmente ambito: la senatrice a vita Liliana Segre. Basta solo evocare il suo nome per generare tempeste di post offensivi, dal tono volgare e violento, che la prendono di mira sui social e non solo. Qualcuno si è spinto sino a negarle la possibilità di esprimersi sul conflitto a Gaza.
Quando si chiama in causa la senatrice Segre diventa più difficile scorgere i limiti e rendersi conto dello sconfinamento in campo antisemita, perché le viene rivolta contro la sua storia personale di testimone vivente della Shoah. Viene infatti accusata di fare un uso cinico del suo passato per sostenere le ragioni di Israele o, comunque, di “non avere la lucidità necessaria” per poter dire la sua.
Se non è certo il diritto all’uguaglianza dell’ebreo, secondo molti è certo che questo diritto debba essere negato all’ebreo che non ripudia pubblicamente ogni legame con Israele. La stessa abiura non è richiesta, ad esempio, ai russi. Eppure sono quattro anni che la Russia di Putin perpetra massacri sulla popolazione ucraina con decine di migliaia di vittime. E i civili inermi, per Putin, non sono danni collaterali ma obiettivi finali della sua criminale azione di guerra. Putin conduce le guerre contro le popolazioni civili. Chi non vede il problema è parte del problema.

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1 ha pensato a “L’antisemitismo: un male antico che degrada la società e logora la democrazia (parte prima)”