

Una rettifica relativa a questo articolo
È fin troppo facile, e pure piuttosto scontato, rinfacciare a quegli esponenti del Pd che oggi manifestano la loro solidarietà a Emanuele Fiano due anni di connivenza con le parole d’ordine del movimento propal. Volendo, si può anche ricordare come il flirtare con malsani brodi di coltura sia un inveterato vizio di certa sinistra, puntualmente rivelatosi un esiziale boomerang: è stato così con l’estremismo di sinistra, con il giustizialismo, con il populismo.
Si fa l’occhiolino – e qualcosa di molto più compromettente – a certi ambienti, e poi gli amanti delusi presentano la cambiale dell’incoerenza: i mostri allevati per risalire disperatamente la montagna dei consensi, e per compiacere il narcisismo etico e l’ideologismo giurassico di media, intellettuali e artisti che dettano la linea, fuoriescono dal controllo e si ribellano agli improbabili domatori di partito.
In fondo, l’unico elemento di interesse di questo coro tardivo e contraddittorio consiste nel verificare se ad esso si assocerà – e come – la segretaria del Pd Elly Schlein (non pervenuta mentre scriviamo). Sarebbe istruttivo capire, infatti, se la leader dell’opposizione, la quale gira l’Europa gridando che la democrazia in Italia è in pericolo per responsabilità dell’“estrema destra” di governo, consideri o meno un pessimo segnale dello stato di salute della democrazia stessa – pur se estraneo alla destra – il fatto che a un esponente ebreo del suo partito sia negato di prendere la parola, senza che alcuno muova un dito, all’interno di una prestigiosa università italiana.
A parte ciò, come detto, il tutto suona molto scontato.
A ravvivare il teatrino ci pensa però qualche esponente del Pd che si sente in dovere di andare oltre le trite parole di solidarietà: qualcuno che pensa si debba avere il coraggio civico di indicare chiaramente nomi e cognomi dei responsabili della violenza (perché di questo si tratta) andata in scena a Ca’ Foscari. Chapeau, verrebbe da dire, se non fosse per la rapida constatazione del fatto che, per questi “coraggiosi” nipotini di Berlinguer, il colpevole è sempre lo stesso, come nei più prevedibili gialli. Non il maggiordomo, ma gli ebrei.
Preclaro esempio di questo modo di (s)ragionare è il post di solidarietà a Fiano vergato da Pierfrancesco Majorino, esponente di punta del Pd lombardo, già mancato governatore della Lombardia (in quanto sconfitto nelle urne) e, secondo i rumors, in predicato di essere candidato a sindaco di Milano con la mission di chiudere la stagione riformista del Pd meneghino, marchiata a fuoco dalle censure etiche e urbanistiche della Procura della Repubblica milanese.
Il post di Majorino è di quelli che leggi e rileggi nella vacua convinzione che ti sia sfuggito un passaggio o di averne frainteso un altro. Vacua convinzione che, prestissimo, lascia però il posto alla sgradevole sensazione di sentirti stupido per non aver definitivamente compreso che ormai, prendendo a prestito un’espressione riservata da Bersani ai più disprezzati avversari, il Pd oggi “è quella roba lì”: quell’osceno impasto di faziosità incapace di dire, sullo squadrismo propal e antisemita, qualcosa che anche solo lontanamente suoni come condanna senza appello.

“Caro Emanuele – scrive Majorino – paghi, in modo immotivato, cose che fanno e dicono altri.” Insomma, Fiano non è vittima della violenza prevaricatrice di chi gli ha impedito di parlare a Venezia, ma paga – senza motivo, cioè immeritatamente – colpe di altri. Altri che hanno evidentemente fatto e detto cose che giustificano quanto accaduto all’incolpevole Fiano, e che quindi, secondo logica, sarebbero essi sì meritevoli di quel trattamento. Chi sono questi altri? Gli ebrei, è ovvio.
In particolare, quella “parte del mondo ebraico che dal primo giorno ha tacciato di antisemitismo tutti coloro che si opponevano alle scelte del governo Netanyahu”. Chiaro, no? I primi responsabili della vergogna consumatasi a Venezia sono, secondo Majorino, quanti da due anni denunciano che la mostrificazione dello Stato ebraico – malamente dissimulata dalla criminalizzazione di un governo impegnato a fronteggiare un attacco esistenziale portato su sette diversi fronti militari (con tutti gli errori e gli eccessi intrinsecamente connessi a una tanto drammatica contingenza) – avrebbe puntualmente condotto ad esiti come quello di Ca’ Foscari.
I primi responsabili dell’odioso bavaglio imposto a Fiano, secondo Majorino, non sono i comunistelli antisemiti che quel bavaglio gli hanno metaforicamente stretto davanti alla bocca, ma sono gli ebrei che da due anni denunciano che il trattamento etico differenziato adottato nei confronti dello Stato ebraico – le guerre difensive di Israele non sono guerre, sono genocidi; le vittime delle guerre di Israele godono di un livello di attenzione mediatica e di empatia negato alle vittime di qualsivoglia altro conflitto – avrebbe ridestato la mai doma bestia antisemita.
I primi responsabili, secondo l’illustre esponente piddino, sono quanti hanno intuito e denunciato da subito quel che oggi scrive, in un profondo e importante saggio pubblicato su Le Grand Continent, lo storico della Chiesa Alberto Melloni: ossia che, grazie all’efficace marketing di Hamas, “ogni grammo di solidarietà (al popolo palestinese, ndr) si sarebbe trasformato in un quintale di quel nuovo antisemitismo che stiamo vedendo nascere, che torna per rimanere e che ci fa sentire la stessa impotenza dei clan gazawi che hanno osato domandare la resa di Hamas e sono stati passati per le armi”.
In tanti, più volte e non solo ebrei, in questi due anni abbiamo chiesto alla sinistra di riconoscere come la guerra di Gaza abbia fatto emergere l’esistenza di un rilevantissimo problema di antisemitismo anche al suo interno. Un problema maldestramente nascosto sotto il tappeto – rivelatosi pietosamente inadeguato – del catechismo progressista ruotante intorno alla vuota e ipocrita liturgia repubblicana del Giorno della Memoria.
Non più tardi di ieri, Anna Paola Concia, proprio commentando l’episodio di Venezia, ha rivolto su X un accorato appello a quello che pure è stato il campo della sua militanza: “Cara sinistra, te lo dico con il cuore in mano, fate qualcosa. Tutto questo non è accettabile, a sinistra.”
Ebbene, la risposta di Majorino è che quello di Ca’ Foscari altro non è che “estremismo” alimentato dall’estremismo degli ebrei che hanno denunciato il prepotente ritorno dell’antisemitismo. Siamo al negazionismo puro: di fronte a un atto squisitamente antisemita, che colpisce un esponente ebreo della sinistra, Majorino addita le responsabilità degli ebrei che denunciano da due anni una sequela di episodi analoghi.
Mentre squadristi comunisti fanno ciò che la narrativa di sinistra ha sempre, vibratamente e giustamente, imputato ai fascisti, un importante dirigente del principale partito della sinistra italiana li descrive alla stregua di semplici estremisti provocati dai comportamenti degli ebrei.
“Ne fa le spese – conclude Majorino rivolto a Fiano – chi, come te, rivendicando la propria storia, utilizza parole e atteggiamenti diversi.” Insomma, l’unico problema, per Majorino, sembra essere che, alla fine, di questa dinamica di opposti estremismi – innescata, beninteso, dagli ebrei – a pagare, per colpe non loro, siano gli “ebrei meritevoli”, come li chiama Iuri Maria Prado: gli ebrei che, pagando questo o quel pedaggio semantico per l’accettazione nel dibattito pubblico, sono tollerati e, se possibile, usati.
Gli altri, invece, quelli che gridano all’antisemitismo, cioè mostrano che il re è nudo, sono quelli che evidentemente dovrebbero essere i veri bersagli di aggressioni come quella di ieri, posto che – secondo Majorino – le hanno provocate.
Majorino ci ha convinti: l’antisemitismo a sinistra non è un problema. È un dramma.
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