La Rete ci permette di comunicare in modi prima impensabili. Eppure, la stessa tecnologia che dovrebbe avvicinarci l’uno all’altro rischia di dividerci.
Cristiano Gaston è uno psichiatra (con approccio fenomenologico), psicoterapeuta (con indirizzo junghiano), che indugia da sempre al crocevia tra psiche, nuove tecnologie, arte e creatività. Fotografo e geek a tempo perso, coordinatore di BombaCarta (bombacarta.com), scrive su Asterione (asterione.substack.com).
È avvenuto un fatto che ha generato molte polemiche. L’ho letto su Twitter (che non riuscirò mai a chiamare “X”), ne ho seguito i commenti, mi sono fatto una mezza idea che voglio condividere. Scrivo poche righe dal mio iPad e pubblico. A breve troverò la notifica di una manciata di “like”, qualcuno mi darà ragione, qualcun altro torto, forse inizierà una discussione interessante o forse no.
Quali che siano l’argomento, il social, la forma espressiva o il dispositivo, questo comportamento è entrato nella nostra quotidianità come un gesto automatico, indifferente, una parte innocua delle nostre abitudini. Eppure negli ultimi vent’anni si sono susseguite innovazioni tecnologiche che – per la popolarità di cui hanno goduto e la velocità con cui sono state assimilate – hanno profondamente modificato il nostro modo di comunicare, di prendere decisioni, di pensarci sia come individui che come comunità.
Anche se i grandi protagonisti di queste trasformazioni sono essenzialmente due – i social e gli smartphone (con tre date particolarmente rilevanti: la nascita di Facebook nel 2004, la presentazione dell’iPhone nel 2007 e l’acquisizione di Instagram da parte di Facebook nel 2012) – per capire bene cosa sta succedendo può essere utile partire più indietro e tornare a un periodo in cui, essendo molte di meno, alcune variabili determinanti sono più facilmente evidenziabili.
Nel 1966 Joseph Weizenbaum scrive un programma per testare le capacità di conversazione di un computer: ELIZA (o, più precisamente, il suo script DOCTOR) saluta l’utente e gli chiede quale sia il problema. Come il più consumato degli psicoterapeuti, in base alla risposta pone poi una nuova domanda (“e come mai pensi che…”, “cosa ti fa dire che…”, “e come ti senti quando…” etc.): in questo continuo rilancio, l’interazione può andare avanti anche abbastanza a lungo.
ELIZA suscita interesse e curiosità, ma a un certo punto succede qualcosa di inatteso. Lo racconta dieci anni dopo lo stesso Weizenbaum nel suo “Computer Power and Human Reason”:
Diversi psichiatri credettero seriamente che il programma DOCTOR potesse trasformarsi col tempo in una forma quasi completamente automatica di psicoterapia (…). Ero sconcertato nel vedere quanto velocemente e quanto profondamente le persone che conversavano con DOCTOR si coinvolgessero emotivamente con il computer e quanto lo avessero inequivocabilmente antropomorfizzato. Un giorno la mia segretaria, che mi ci aveva visto lavorare per mesi e quindi aveva conoscenza diretta del fatto che si trattasse solo di un programma, iniziò a conversare con esso. Dopo appena alcuni scambi, mi chiese se potevo lasciare la stanza.
Di fronte all’incorporeità dell’interlocutore (e in questo caso neanche fa troppa differenza sapere se l’interlocutore è umano o no), l’utente immagina. Lo schermo acquista dunque una triplice funzione:
1. è il tramite della relazione, giacché essa passa tutta e solo attraverso questo dispositivo;
2. è anche però schermo in senso proprio, cioè barriera, perché nasconde per intero l’Altro, la sua identità (una celebre vignetta del New Yorker raffigurava nel 1993 due cani davanti a un PC, uno dei quali commentava: “On the Internet, nobody knows you’re a dog”), financo la sua stessa esistenza (è una macchina a rispondere?);
3. è infine specchio, dal momento che, privati di ogni dato sensoriale, non possiamo che completare l’immagine – assente – dell’altro proiettandovi sopra i nostri contenuti psichici (aspettative, pregiudizi, bisogni, desideri…).
Gli ingenui pionieri della psicoterapia meccanizzata avevano colto però qualcosa di vero: c’è in questo ultimo punto un’affinità con il cosiddetto transfert (il meccanismo secondo il quale tendiamo a ripetere nei rapporti con gli altri i modelli sviluppati durante l’infanzia). In terapia, la relazione transferale viene favorita dall’analista proprio mantenendo una posizione il più possibile anonima: diventando, cioè, “uno schermo” sul quale il paziente possa “proiettare” portando così alla luce queste dinamiche remote; il processo analitico è, in realtà, un po’ più complicato di così, motivo per cui questi entusiasmi si sono poi spenti abbastanza velocemente.
Resta però il fatto che vediamo molto più noi stessi, nell’Altro dietro lo schermo, di quanto ci piaccia pensare. E ci appare, di converso, molto meno dell’Altro di quanto ci occorrerebbe: manca – innanzitutto – il suo corpo. In questo passaggio attraverso l’ambiente virtuale, il corpo dell’Altro viene smaterializzato ed espropriato del suo “essere da qualche parte”, “in qualche modo”, del suo essere, in una parola, “esistente”. Lo deduciamo come concetto ma non è collocato, non ci è presente.
Questa assenza ha una serie di immediati effetti collaterali: lo schermo come barriera/specchio ostacola senza che ce ne rendiamo completamente conto, due predisposizioni che ci sarebbero altrimenti spontanee:
– il riconoscimento dell’Altro come di qualcosa che ci “assomiglia”: senza un “corpo vivo” (quello che in psicopatologia si chiama Leib – contrapposto al Körper, il corpo-oggetto) non siamo in grado di cogliere il fatto che chi è di fronte a noi ha sentimenti analoghi ai nostri;
– la condizione esistenziale del vivere in un “mondo comune” (Mit-welt): anche se apparentemente ci si incontra in questo spazio virtuale, io non entro realmente nel mondo dell’Altro né avviene il contrario; ciascuno resta piuttosto nel proprio ed entrambi perdiamo la contezza di partecipare, in realtà, allo stesso mondo. Potremmo quasi dire, parafrasando Eraclito, che “unico e comune è il mondo per coloro che sono desti, mentre nel virtuale [anziché nel sonno] ciascuno si rinchiude in un mondo suo proprio e particolare”.
Questi due elementi sono presupposti indispensabili per un’altra attività umana spontanea: l’empatia (intesa qui come il “rendersi conto” del sentimento dell’Altro). E ove manchino – o siano gravemente inficiati – tutti i precedenti, non può che venire meno anche un successivo, importantissimo anello della catena: la responsabilità. Se l’Altro non è infatti “come me”, se non gli riesco ad attribuire la mia stessa qualità di essere capace di “patire”, se forse non è nemmeno davvero “da qualche parte”, quali possono essere, in fondo, le conseguenze delle mie azioni? Hanno esse un reale destinatario?
In quegli ambienti che mantengono la forma scritta come prevalente modalità di espressione (Facebook, Twitter etc.), questo modello di interazione è rimasto sostanzialmente immutato fino ai giorni nostri. Con la diffusione di social basati sul foto e video (Instagram, TikTok etc.) non solo non abbiamo assistito – come sarebbe stato lecito aspettarsi – a un “rientro” del corpo nella relazione, ma al contrario le cose si sono complicate ulteriormente (argomento che esula però dai limiti di questo articolo).
Ogni innovazione tecnologica genera usualmente schieramenti contrapposti di entusiasti e catastrofisti. Sulla natura e sulle caratteristiche del “cyberspazio” e sulle nuove forme dell’aggregazione collettiva sono stati versati negli anni Novanta fiumi di inchiostro (Lévy, Maldonado, Shirky, Berners-Lee, Carr etc. – in particolare si ricorda l’imprescindibile “La vita sullo schermo” di Sherry Turkle). Al di là delle specifiche dinamiche psicologiche qui considerate, vanno quindi riconosciute alla Rete e al virtuale molte qualità interessanti (è di quegli anni la formulazione o il recupero di concetti come collective intelligence, noosfera etc.) senza le quali non avremmo assistito a molti fenomenali sviluppi del mondo contemporaneo.
Il punto non è quindi mai capire se una tecnologia sia “buona” o “cattiva”, utile o patogena, quanto coglierne le problematicità per poter governare la novità senza esserne invece governati. Quanto lo schermo sia trasparente o riflettente dipende quindi dalla nostra disponibilità a recuperare attivamente (a volte anche controintuitivamente) questo legame perduto, a riposizionare l’Altro in un proprio spazio e un proprio tempo fuori dalla dimensione virtuale nella quale, inautenticamente, ci si presenta.
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