


Le dimissioni di Keir Starmer e l’arrivo di Andy Burnham riportano il Regno Unito dentro una stagione di instabilità. Non è la prima: tra il 1760 e il 1784 governi deboli, maggioranze mobili e conflitti con la Corona accompagnarono la perdita delle colonie americane. Da quella sconfitta, però, nacque il sistema politico che avrebbe costruito la Gran Bretagna moderna.
Con le dimissioni di Keir Starmer nell’estate del 2026 e la nomina di Andy Burnham, il Regno Unito ha avuto il suo settimo primo ministro in appena dieci anni. Il sistema politico britannico sembra attraversare una crisi che mette in discussione la capacità di Westminster di garantire governi stabili e una chiara direzione politica.
Non è però la prima volta che accade. Forse la crisi più lunga e profonda della storia politica moderna della Gran Bretagna ebbe luogo proprio nel XVIII secolo, durante il regno di Giorgio III. Nel giro di poco più di vent’anni, la Gran Bretagna passò dall’essere la maggiore potenza uscita dalla Guerra dei Sette Anni a perdere le tredici colonie nordamericane.
Se la rivolta coloniale viene normalmente interpretata come il risultato delle tensioni tra Londra e i coloni, dalla tassazione alle nuove idee sulla rappresentanza politica, meno attenzione è stata invece dedicata al ruolo della crisi interna di Westminster.
Tra il 1760 e il 1784 si susseguirono governi deboli, maggioranze instabili e continui conflitti tra Corona, ministri e Parlamento. La questione americana non fu certamente causata da questa instabilità, ma ne fu profondamente aggravata: la frammentazione politica rese molto più difficile elaborare una strategia coerente verso le colonie e contribuì a minare l’autorevolezza delle istituzioni britanniche agli occhi degli stessi americani.
Ma proprio dalla sconfitta nacque una trasformazione destinata a cambiare il sistema politico britannico. Il governo di William Pitt il Giovane pose infatti le basi di quel processo che, attraverso le riforme amministrative e costituzionali dei decenni successivi, avrebbe condotto alla nascita della Gran Bretagna moderna.
A metà del XVIII secolo il sistema politico britannico era già, sotto molti aspetti, sorprendentemente moderno. Il Parlamento approvava le leggi, votava le imposte e nessun governo poteva sopravvivere a lungo senza una maggioranza ai Comuni. Al tempo stesso, però, era molto diverso da quello che conosciamo oggi.
Il diritto di voto era riservato a una ristretta minoranza di uomini e il sistema elettorale era profondamente squilibrato. Basti pensare che un villaggio disabitato, Old Sarum, che era stato una ricca comunità medievale, eleggeva due membri del Parlamento, mentre la città di Manchester nessuno. Il voto era pubblico, l’influenza dei grandi proprietari terrieri spesso determinante e la corruzione tutt’altro che rara.
Ancora più diversa era l’organizzazione della politica. Non esistevano partiti nel senso moderno del termine, ma gruppi parlamentari, spesso privi di una vera affiliazione ideologica e costruiti attorno a grandi famiglie aristocratiche, reti di patronage o rapporti personali. Le alleanze cambiavano con facilità e non era raro vedere uomini politici collaborare con gli avversari di pochi anni prima.
Anche il capo del governo disponeva di un’autorità molto più limitata rispetto a un moderno primo ministro. Il First Lord of the Treasury doveva continuamente mediare con i colleghi di governo, con le diverse fazioni parlamentari e con il sovrano, senza poter contare sulla disciplina di partito che oggi garantisce la coesione di una maggioranza.
Nemmeno l’opposizione era ancora considerata una componente fisiologica del sistema costituzionale. Molti contemporanei continuavano a vedere i partiti come semplici fazioni, capaci soltanto di alimentare rivalità personali e mettere in pericolo il bene comune.
Il grande pensatore politico tory Lord Bolingbroke aveva teorizzato la necessità di un’opposizione quando il governo andava contro gli interessi della nazione, una posizione poi ripresa anche dal whig Edmund Burke, ma aveva anche difeso l’ideale del Patriot King, un sovrano capace di governare al di sopra degli interessi di parte e di ricomporre le divisioni della nazione.
Per molti, Giorgio II, salito al trono nel 1727, aveva tradito questo ruolo, appoggiando implicitamente la grande oligarchia whig che aveva preso le redini della politica nazionale, con le lunghe amministrazioni di Robert Walpole (1721-1742), Henry Pelham (1743-1754) e del duca di Newcastle (1754-1762, con una breve interruzione).
Fu proprio con questa convinzione che il giovane Giorgio III salì al trono nel 1760. Educato dal suo mentore, il nobile scozzese John Stuart, conte di Bute, il nuovo re riteneva che il predominio della grande oligarchia whig dovesse essere superato. Per i suoi sostenitori si trattava di restituire equilibrio alla costituzione, ma per molti whig, invece, era l’inizio di un pericoloso tentativo di rafforzare l’influenza della Corona sulla politica.
Gli storici hanno ormai abbandonato da tempo l’idea che Giorgio III, con Bute, volesse restaurare un potere personale sul modello degli Stuart. Ma la sua ascesa al trono alterò profondamente gli equilibri politici costruiti nei decenni precedenti e aprì una lunga stagione di instabilità ministeriale.
L’ascesa al trono di Giorgio III segnò la fine dell’esclusione politica dei tories, che durava, di fatto, dalla morte della regina Anna nel 1714, sebbene un allargamento della coalizione di governo fosse stato tentato già prima.
Il nuovo sovrano, poi, impose a Newcastle e Pitt l’ingresso nel governo di Lord Bute. Bute e Pitt erano già stati alleati politici, da oppositori di Newcastle, ma poi Pitt era entrato nell’amministrazione, assumendo la guida della politica estera. Da artefice delle vittorie britanniche nella Guerra dei Sette Anni, Pitt era l’uomo politico più popolare del paese, ma si dimise nel 1761 dopo un duro contrasto sulla prosecuzione della guerra contro la Spagna, a cui lui era favorevole e Bute no.
Anche Newcastle lasciò il governo pochi mesi più tardi. Con l’appoggio del re, dei tories e di una parte dei seguaci di Pitt, Bute riuscì comunque a costruire una maggioranza e a concludere vittoriosamente il conflitto.
Lord Bute fu subito un ministro estremamente impopolare. Privo di un vero seguito parlamentare, dovette affrontare contemporaneamente un enorme debito pubblico, la necessità di ridurre le spese militari e un’opposizione sempre più aggressiva.
Il giornalista radicale John Wilkes lo trasformò rapidamente nel bersaglio preferito della stampa londinese. Sul North Briton Bute veniva descritto come uno scozzese intrigante, l’amante della principessa madre e il vero regista di un complotto per instaurare un potere assoluto. In più di un’occasione rischiò persino il linciaggio.
Nessuna di quelle accuse aveva solide basi, ma contribuirono a costruire una delle più efficaci campagne di delegittimazione politica della storia politica britannica. Ancora molti anni dopo le sue dimissioni, avvenute nel 1763, Bute, ormai ritiratosi a vita privata, continuava a comparire nelle vignette satiriche come il burattinaio occulto della Corona.
Il suo successore, George Grenville, era un abile ed esperto amministratore, ma era privo dell’amicizia del re. Fu lui a tentare di risanare le finanze pubbliche dopo la Guerra dei Sette Anni e, nel 1765, a introdurre lo Stamp Act nelle colonie americane.
La sua amministrazione fu però travolta anche da una crisi costituzionale. Dopo la pubblicazione del violentissimo North Briton n. 45, il governo ordinò l’arresto degli autori mediante un general warrant, un mandato privo dell’indicazione nominativa degli arrestati.
Sebbene strumenti simili fossero già stati utilizzati in passato, l’opposizione, formata dal gruppo di Pitt e dai whigs di Newcastle, trasformò il caso in una battaglia per la libertà di stampa, l’habeas corpus e i diritti del Parlamento.
Wilkes, membro del Parlamento e protetto, ironicamente, da Lord Temple, fratello maggiore dello stesso Grenville, divenne il simbolo della resistenza al governo, ma, espulso dal Parlamento, scappò in Francia.
Le difficoltà di Grenville portarono al ritorno al potere dei whig, ora guidati dal marchese di Rockingham, nel 1765. Il governo di Rockingham abolì lo Stamp Act, ma con il contemporaneo Declaratory Act Westminster ribadì il proprio diritto a legiferare per le colonie «in all cases whatsoever». La questione con le colonie non riguardava più soltanto le imposte, ma la natura stessa dell’Impero britannico.
Nel 1766 William Pitt riuscì finalmente a creare attorno a sé una maggioranza parlamentare e il re tolse l’incarico a Rockingham e lo affidò all’ancora popolare vincitore della Guerra dei Sette Anni. Ma quello di Pitt si rivelò un governo debole e diviso. Malato, spesso assente e incapace di tenere unita una maggioranza eterogenea, Pitt lasciò il governo dopo appena due anni. Gli succedette il duca di Grafton.
Le nuove tasse sui beni di importazione, tra cui il tè, infiammarono le colonie americane. In politica interna, invece, il ritorno dall’esilio del latitante Wilkes, la sua elezione come deputato a Middlesex e il suo arresto tennero occupati il Parlamento e l’opinione pubblica, mettendo al centro dell’attenzione la questione della libertà di stampa, delle libertà parlamentari e dell’autorità dell’esecutivo.
Nel frattempo, la liquidazione di Rockingham, percepita dai whig come un’ingiustizia, ne radicalizzò le posizioni, per il timore, di cui fu alfiere Burke, che la monarchia stesse cercando di sovvertire gli equilibri costituzionali.
Solo nel 1770, quando Lord North assunse la guida del governo, la lunga instabilità ministeriale sembrò finalmente interrompersi. Abile amministratore, dotato di un solido seguito parlamentare e della piena fiducia di Giorgio III, North riuscì a garantire al paese quella continuità di governo che era mancata per quasi un decennio.
Ma la nuova stabilità era stata raggiunta a costo di aggravare la crisi con le colonie americane. Certamente le divergenze sulla tassazione, sulla rappresentanza e, soprattutto, sulla natura dell’Impero avevano radici molto più profonde. Tuttavia, dieci anni di governi deboli, strategie contraddittorie e continui cambi di indirizzo avevano contribuito ad aggravare la situazione.
Quando nel 1775 la crisi si trasformò in una guerra aperta, il Parlamento ripiombò nel caos. Le difficoltà militari alimentarono gli attacchi dell’opposizione, mentre ogni proposta di compromesso veniva rapidamente travolta dalle divisioni interne. La resa del generale Cornwallis a Yorktown, nell’ottobre del 1781, può essere interpretata come il fallimento di un intero ventennio politico.
Le dimissioni di Lord North, nel marzo del 1782, aprirono una crisi ancora più significativa di quelle degli anni Sessanta. Per la prima volta il governo passava completamente nelle mani dell’opposizione, non per iniziativa del sovrano, ma perché una maggioranza parlamentare aveva ritirato il proprio sostegno al ministero.
Lord North aveva favorito questa transizione, contro la volontà del re. Questo fu un passaggio destinato ad avere conseguenze profonde sull’evoluzione della monarchia costituzionale britannica.
Nemmeno i vincitori, però, riuscirono a garantire stabilità. Dopo la morte del marchese di Rockingham, nel luglio 1782, whig ed ex seguaci di Pitt, che era morto nel 1779, si divisero rapidamente.
Nel 1783 Charles James Fox, il nuovo leader dei whig, arrivò perfino ad allearsi con il suo antico avversario Lord North, dando vita a una coalizione che fu giudicata scandalosamente opportunistica pure in quell’epoca. Giorgio III sfruttò quella frattura per affidare il governo al ventiquattrenne William Pitt, figlio del grande ex ministro.
Pitt non disponeva di una maggioranza stabile, ma, sostenuto dal sovrano, riuscì a costruire un suo partito. Lo scioglimento del Parlamento dopo solo quattro anni e le elezioni del 1784 gli consegnarono una larga maggioranza, formata da tories, indipendenti, ex whigs ed ex radicali, tra cui Wilkes, che da incendiario si era trasformato in pompiere.
Con Pitt terminò definitivamente la lunga crisi aperta nel 1760. Pitt rafforzò l’autorità del governo, riorganizzò le finanze pubbliche, riformò il controllo sulla Compagnia delle Indie e costruì un esecutivo molto più coeso di quelli che lo avevano preceduto. In questo modo fu in grado di affrontare le sfide della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche.
Naturalmente la Gran Bretagna post-1784 era ancora lontanissima da una democrazia moderna. Il suffragio rimaneva ristretto, il sistema elettorale profondamente diseguale e l’influenza dell’aristocrazia enorme. Eppure molte delle caratteristiche che oggi associamo al parlamentarismo britannico cominciarono a consolidarsi proprio dopo la sconfitta americana.
Due secoli e mezzo dopo, il Regno Unito attraversa una nuova stagione di instabilità. Le differenze rispetto al Settecento sono enormi: il suffragio è universale, i partiti sono organizzazioni nazionali e il primo ministro dispone di strumenti che i suoi predecessori georgiani non avrebbero neppure immaginato.
Eppure un elemento accomuna le due epoche. La qualità delle istituzioni dipende anche dalla qualità della classe dirigente chiamata a farle funzionare.
Gli uomini politici del XVIII secolo sono spesso ricordati come aristocratici intriganti, corrotti o interessati soltanto ai propri privilegi. È un’immagine solo in parte corretta. Grenville, Fox, Burke, Lord North e i due Pitt erano uomini dotati di straordinaria preparazione, capaci di discutere per ore di finanza pubblica, diritto costituzionale, storia, commercio o politica internazionale.
Certo, erano favoriti dall’appartenere a una società profondamente oligarchica, ma l’assenza di partiti disciplinati e la continua necessità di costruire maggioranze rendevano il governo del paese molto più difficile di quanto possa sembrare.
È inevitabile domandarsi se la politica contemporanea riesca ancora a selezionare una classe dirigente dello stesso livello.
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