


Alcune spiegazioni possiedono già il volto autorevole che le rende credibili; altre devono superare un pregiudizio prima ancora di essere ascoltate. Dalla metafora del chirurgo di Taleb alla rapidità con cui l’accusa di genocidio entrò nel dibattito su Gaza, una riflessione sul diverso prestigio delle interpretazioni e sul costo sociale necessario per sostenerle.
Nassim Nicholas Taleb racconta di due chirurghi. Il primo ha l’aspetto che ci aspettiamo da un chirurgo: distinto, autorevole, rassicurante. Il secondo sembra un macellaio.
A parità di titoli ed esperienza, Taleb sceglierebbe il secondo: per essere diventato chirurgo con una faccia che ispira meno fiducia, ha dovuto superare un pregiudizio che all’altro è stato risparmiato.
Capita anche alle spiegazioni. Alcune hanno la faccia adatta. Conoscono il lessico e frequentano le categorie appropriate. Altre arrivano spettinate. Magari spiegano qualcosa, ma prima ancora di verificarle ci sembrano povere.
Il 15 ottobre 2023, otto giorni dopo il massacro compiuto da Hamas, oltre ottocento tra giuristi internazionalisti, esperti di conflitti e studiosi dei genocidi avevano sottoscritto una dichiarazione che metteva in guardia dalla possibilità che l’azione delle forze israeliane potesse già configurare un genocidio contro i palestinesi di Gaza. L’operazione terrestre su larga scala sarebbe cominciata il 27.
La data, da sola, non basta a dimostrare che il giudizio fosse deciso in partenza. Il conflitto israelo-palestinese non è nato il 7 ottobre e sarebbe assurdo pretendere che i firmatari mettessero in quarantena decenni di studi in attesa degli eventi.
Ma otto giorni dopo era già disponibile un vocabolario colto e perfettamente presentabile per qualificare ciò che Israele stava facendo: punizione collettiva, distruzione di un gruppo, intenzione genocidaria. Parole con una storia accademica alle spalle e tutte le credenziali in ordine.
Per ciò che Hamas aveva appena fatto, le parole c’erano ugualmente: massacro, pogrom, jihadismo. Nessuna, almeno in una parte consistente del mondo accademico, conferiva lo stesso prestigio a chi la pronunciava.
Fermarsi lì significava prendere sul serio una spiegazione molto elementare: un movimento islamista aveva detto per anni di voler eliminare Israele, aveva costruito un apparato militare per combatterlo, aveva ricevuto denaro, armi e addestramento dall’Iran e infine aveva fatto ciò che aveva annunciato.
È una spiegazione terribilmente poco elegante. Ha poche mediazioni. Non risale subito alla struttura, al contesto, all’asimmetria, alla genealogia della colpa.
Può darsi che sia sbagliata: semplice non vuol dire vera. Ma il suo scarso prestigio non è una confutazione, e Taleb invita a chiedersi contro quali pregiudizi una tesi debba farsi strada prima di essere ascoltata.
Le due spiegazioni, naturalmente, non si escludono: si può riconoscere la natura jihadista di Hamas e temere che la risposta israeliana oltrepassi i limiti della guerra. Il punto non è la loro incompatibilità, ma il diverso prestigio con cui entravano nella discussione pubblica.
Il 15 ottobre, in quegli ambienti, firmare e non firmare non avevano lo stesso costo. Firmare difficilmente avrebbe richiesto spiegazioni. Non firmare poteva richiederne parecchie.
Il chirurgo di Taleb ha fatto carriera nonostante un pregiudizio; gli ottocento non dovevano superarne uno equivalente.
Alcune formule arrivano già timbrate come serie, altre come sospette. Le prime si possono pronunciare direttamente; le seconde chiedono una premessa, tre attenuanti e una dichiarazione preventiva di rispettabilità.
So anch’io in quale stanza una spiegazione con cinque livelli causali mi fa sembrare più intelligente di una con uno solo, e so quando conviene premettere che, naturalmente, la storia è complessa.
Poi immagino di dover scegliere un chirurgo: uno ha il camice impeccabile, l’altro ha ancora la faccia da macellaio.
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