3 pensieri su “La zampa d’elefante o dell’anatomia degli anni ’70

  1. Un’analisi splendida. Leggendola viene da pensare che quella perdita del limite di allora, la zampa d’elefante che inghiottiva le scarpe, il borsello maschile al posto delle tasche scomparse, i colori acidi, il metallo invadente, fosse in fondo un’euforia distratta, un modo coloratissimo per non fissare troppo a lungo gli anni di piombo. Oggi quell’impulso sembra aver cambiato pelle (o forse l’ha proprio persa); dalla zampa d’elefante siamo passati al mimetico. Non più solo un pattern militare, ma un’estetica urbana che mescola guerra e aperitivo con una disinvoltura quasi surreale. Se ieri si esagerava per non vedere, oggi ci si mimetizza per confondersi indistintamente con tutto e con niente. In fondo la moda continua a fare il suo mestiere con puntualità disarmante: trasformare anche il segno più serio in un semplice ornamento, con un sorriso obliquo.

  2. Quando per chiudere i pantaloni toccava stendersi sul letto, chiamare la mamma, inspirare e trattenere al limite dell’asfissia e l’ombelico che toccava la spina dorsale mentre lei, lavorando di muscoli, tirava su la cerniera e allacciava il bottone. Poi si mettevano le gambe giù dal letto finché i piedi toccavano terra, dopodiché ci si rizzava con cosce sedere e busto che formavano una perfetta linea retta perché di possibilità di piegarsi o curvare non ce n’erano. Poi di pantaloni così non ne ho comprati mai più, ma in molte hanno perseverato.

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