

Un decennio febbrile e contraddittorio, in cui la moda smarrisce la misura e si fa specchio di una società in piena metamorfosi. Tra libertà e disordine, euforia e crisi, nasce un’estetica che abbandona l’eleganza per inseguire l’eccesso: il colore, la plastica, il metallo e l’illusione di un futuro che sembrava non dover finire mai.
Mi sono imbattuto in una foto di moda degli anni Settanta che mi ha suggerito quanto siamo abituati a vivere nel presente e quanto sia corta la nostra memoria.
Quel periodo, carico di turbolenze sociali e politiche, fu un vero spartiacque in fatto di società e costume, da cui arte e moda furono fortemente influenzate.
Qualcuno definì quegli anni “la prova generale della fine del mondo”, ma alla luce del presente, così gravido di rischi, viene da sorridere a denti stretti.
Ho ripercorso mentalmente quel decennio, concludendo che non inventò uno stile: perse il controllo.
La moda anni Settanta fu il parto di una stagione nevrotica. Tutto si allarga, si allunga, ma anche si accorcia e si deforma. È come se il sistema avesse deciso di sperimentare su se stesso.
I pantaloni a zampa d’elefante furono il primo segnale, forse il più noto.
Partivano normali, poi deragliavano: si aprivano, esageravano, occupando spazio che prima non esisteva, quasi celando le scarpe. Non accompagnavano il corpo: lo contrastavano. E mentre il fondo si allargava, al punto vita e ai fianchi succedeva il contrario.
Risultato: glutei ben in vista.
La donna accorcia. La minigonna non è più provocazione: è abitudine, sale, insiste, diventa quasi uniforme, anche per fisici inadatti.
Gli stivali al ginocchio — o oltre — creano una figura nuova: non più costruita, ma montata pezzo a pezzo. Gamba nuda o coperta, pelle e materiali rigidi: un’alternanza che non cerca armonia, ma effetto.
Poi arriva l’optical, sdoganato in arte da Victor Vasarely.
Linee, cerchi, geometrie che non vestono il corpo: lo declassano a manichino, a gruccia appendiabiti.
Nel frattempo, l’uomo si smarrisce, vestendo come un muzik russo. Compare il borsello, piccolo, rigido o floscio, in mano o a tracolla.
Non è una borsa: sostituisce la tasca per documenti, chiavi dell’auto, sigarette e accendino, perché i pantaloni stretti ai fianchi ne sono privi.
Unica vera giustificazione per l’adozione del nuovo accessorio.
Per le donne arriva il metallo: catene, fibbie, superfici dure. Non decorano: invadono. Non seguono il corpo, lo interrompono.
È il momento in cui la moda smette di essere sartoria e prova a diventare design tecnologico.
Non più ago e filo: c’è chi prova con viti e bulloni.
I materiali sintetici fanno il resto: poliestere, acrilico, vinile. La natura esce di scena, irrompe la chimica. I tessuti non respirano, non cedono, non invecchiano bene.
Però brillano — a volte luccicano — e tanto basta.
Poi esplode il colore nelle tonalità più inusitate: arancioni aggressivi, marroni ostinati, verdi acidi improbabili. Pattern che non accompagnano, ma occupano. Non decorano: colonizzano.
L’eleganza, che vive di gerarchie, non ha più spazio.
Per ravvivare la memoria conviene fare qualche nome.
Yves Saint Laurent fa indossare lo smoking alle donne: gesto raffinato, ma anche primo segnale di travaso dei codici.
André Courrèges aveva già aperto la strada: geometria, futurismo, corpo come superficie.
Paco Rabanne fa il passo successivo: abiti in metallo, moda che suona mentre si muove.
E poi il versante italiano, meno teorico ma più istintivo.
Krizia: le pantere.
Missoni: la maglia come mai prima.
Ken Scott: il colore come un pugno allo stomaco.
Una specie di frenesia gioiosa che però, a volte, non sa fermarsi.
Come si arrivò a tanto?
Non per errore: per accumulo.
La fine degli anni Sessanta aveva portato contestazione, rottura, rifiuto delle regole.
La moda, che vive di regole, restò senza bussola e fece l’unica cosa possibile: sperimentare.
Si liberò dei codici borghesi, della distinzione tra maschile e femminile: borsello agli uomini, smoking alle donne.
Si liberò perfino dell’idea di buon gusto, che divenne sospetta.
Il petrolio entra nei tessuti, e con lui l’idea che tutto sia possibile, replicabile, infinito.
È una libertà nuova, ma senza educazione ha un difetto: non sa quando fermarsi.
Gli anni Settanta sono questo: un grande laboratorio senza supervisione.
Si prova tutto, si tiene tutto, si mostra tutto. Non perché sia bello, solo perché si può fare.
Sono gli anni della modernità spinta fino alla perdita del limite.
Furono anni felici? Non direi proprio.
In Italia: gli anni di piombo, Piazza Fontana, l’uccisione di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse.
Nel mondo: il Vietnam, l’IRA in Irlanda, il perenne Medio Oriente, lo shock petrolifero del ’74, e via dicendo.
Forse, a cagione di quei terribili eventi, costume, moda e arte perpetrarono quella scriteriata fuga in avanti scacciapensieri.
E infatti molti di noi tennero lo sguardo fisso sui pantaloni a zampa d’elefante.

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Un’analisi splendida. Leggendola viene da pensare che quella perdita del limite di allora, la zampa d’elefante che inghiottiva le scarpe, il borsello maschile al posto delle tasche scomparse, i colori acidi, il metallo invadente, fosse in fondo un’euforia distratta, un modo coloratissimo per non fissare troppo a lungo gli anni di piombo. Oggi quell’impulso sembra aver cambiato pelle (o forse l’ha proprio persa); dalla zampa d’elefante siamo passati al mimetico. Non più solo un pattern militare, ma un’estetica urbana che mescola guerra e aperitivo con una disinvoltura quasi surreale. Se ieri si esagerava per non vedere, oggi ci si mimetizza per confondersi indistintamente con tutto e con niente. In fondo la moda continua a fare il suo mestiere con puntualità disarmante: trasformare anche il segno più serio in un semplice ornamento, con un sorriso obliquo.
Quando per chiudere i pantaloni toccava stendersi sul letto, chiamare la mamma, inspirare e trattenere al limite dell’asfissia e l’ombelico che toccava la spina dorsale mentre lei, lavorando di muscoli, tirava su la cerniera e allacciava il bottone. Poi si mettevano le gambe giù dal letto finché i piedi toccavano terra, dopodiché ci si rizzava con cosce sedere e busto che formavano una perfetta linea retta perché di possibilità di piegarsi o curvare non ce n’erano. Poi di pantaloni così non ne ho comprati mai più, ma in molte hanno perseverato.
Magnifico, grandioso, Stefano. Grazie. Nadia Mai
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