


La vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche del Michigan non racconta soltanto la trasformazione del Partito Democratico. È il sintomo di qualcosa di più profondo: il 7 ottobre come banco di prova della coscienza occidentale e del progressivo crollo di quei freni culturali che, per decenni, avevano reso l’antisemitismo politicamente impronunciabile.
E se l’affermazione di Abdul El-Sayed nella corsa per la candidatura al Senato del Michigan per il Partito Democratico fosse, anche, un effetto del 7 ottobre? E se il 7 ottobre 2023 non fosse stato soltanto il più grande massacro di ebrei dalla Shoah, ma un esperimento condotto sulla coscienza dell’Occidente?
Hamas non ha compiuto il solito atto terroristico: ha messo in scena un massacro senza precedenti, una testimonianza di ciò che farebbe agli israeliani se solo ne avesse la possibilità. E ha atteso la risposta, contando – anche, ma non solo – sulla potentissima reazione militare di Israele. La vera posta in gioco era vedere da che parte si sarebbe schierata l’opinione pubblica occidentale davanti a una guerra impari nei fatti, ma già incorniciata da una retorica pronta all’uso.
Perché quella retorica non è nata il 7 ottobre. È il prodotto di decenni di lavoro culturale che ha riscritto il conflitto in uno schema binario – Israele avamposto coloniale, i palestinesi popolo oppresso che ha ragione qualunque cosa faccia – capovolgendo le parole con cura: il “genocidio” rivolto contro lo Stato degli ebrei, la “resistenza” a nobilitare il massacro di ragazzi a un festival musicale. Il 7 ottobre non doveva convincere nessuno: doveva essere versato in uno stampo che esisteva già.
E, a quasi tre anni di distanza, bisogna avere l’onestà di riconoscerlo: se questo era l’esperimento, per certi versi è riuscito. Perché ciò che ha davvero messo alla prova non sono state le opinioni dell’Occidente, ma la tenuta dei suoi freni inibitori. E li ha trovati scarichi.
I freni inibitori di una democrazia liberale non sono leggi. Sono convenzioni, pudori, costi reputazionali: le cose che non si dicono e le alleanze che non si stringono, perché chi le pratica paga un prezzo. E tra tutti ce n’era uno fondativo: il tabù dell’antisemitismo. Dopo la Shoah l’Occidente non ha estirpato il pregiudizio antiebraico, carsico e bimillenario; lo ha reso impronunciabile. È questo l’argine che il 7 ottobre ha testato per primo, e la scoperta è amara: il tabù non ha retto nemmeno davanti al più grande massacro di ebrei dalla Shoah.
Anzi, proprio quel massacro è diventato l’occasione per sfogarlo, come se una parte dell’Occidente aspettasse da tempo il permesso di tornare a dire ciò che non si poteva più dire. Ma il pregiudizio non è tornato con la sua faccia antica: è tornato travestito da virtù. Non più odiare gli ebrei, che resta indicibile, ma odiare il loro Stato, è diventato non solo lecito, ma meritorio. Lo abbiamo raccontato pochi giorni fa a proposito del caso Boy George: ricordare le vittime del Nova Festival e rifiutare la parola “genocidio” basta ormai per essere espulsi dal perimetro della rispettabilità.
In Michigan El-Sayed ha sconfitto Haley Stevens, esponente dell’ala moderata sostenuta dall’establishment di Washington e da quasi 100 milioni di dollari di spesa pubblicitaria – la terza primaria senatoriale più costosa della storia americana – in gran parte schierati contro di lui. Ha vinto comunque, facendo dell’accusa di genocidio a Israele e della contrapposizione ad AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) gli assi portanti della campagna: la retorica uscita dai campus è entrata, parola per parola, in una piattaforma elettorale vincente in uno swing state. E lui stesso, a TIME, aveva rivendicato la posta: i Democratici “dovrebbero davvero avere paura di ciò che rappresento per il loro sistema politico”.
La misura della caduta dei freni sta in un dettaglio. El-Sayed ha fatto campagna al fianco di Hasan Piker, lo streamer che ha elogiato Hamas e sostenuto che l’America si sarebbe meritata l’11 settembre – per Eli Lake, sulla Free Press, l’incarnazione di “una corrente della politica americana che demonizza la repubblica”.
Fino a ieri un’alleanza simile avrebbe avuto un prezzo politico immediato. El-Sayed non lo ha pagato: ne ha incassato un premio. Sia chiaro: non si sta dicendo che chi lo ha votato sia antisemita. Si sta dicendo qualcosa di più inquietante: che il costo reputazionale delle posizioni contigue all’antisemitismo è crollato. Un tempo la contiguità squalificava; oggi è irrilevante, quando non premiante. È la differenza tra un pregiudizio marginale e un argine sbriciolato.
Ecco allora il senso pieno dell’ipotesi di partenza. Il 7 ottobre è stato uno stress test: Hamas non ha creato l’odio, ha verificato la tenuta delle dighe che lo contenevano. Il massacro che avrebbe dovuto testimoniare le intenzioni dell’aggressore è stato ricacciato sullo sfondo; la risposta dell’aggredito è diventata l’unico oggetto del giudizio. Hamas non poteva vincere militarmente, ma non era quello il terreno della scommessa. Bastava dimostrare che una parte dell’Occidente non era più capace di frenare i propri istinti. Dimostrazione riuscita.
E c’è l’elemento più preoccupante di tutti. Le società liberali hanno già conosciuto stagioni di sbandamento, e le hanno superate quando esisteva qualcuno con l’autorevolezza per richiamare le regole del gioco. Oggi, nel campo democratico, quel qualcuno non c’è. Il centro liberale esiste ancora come elettorato, ma non ha una classe dirigente: Stevens aveva i soldi, l’establishment e il curriculum giusto, e ha perso, perché il centro non ha né idee mobilitanti né leader capaci di incarnarle. La deriva populista, antiliberale e antioccidentale non vince perché è forte. Vince perché il campo avverso è vuoto.
Resta novembre. Vincere una primaria con una base mobilitata è una cosa; convincere l’elettorato indipendente è un’altra, e i segnali di fragilità non mancano: El-Sayed ha sottoperformato i sondaggi, ha vinto con meno del 50 per cento e – ha notato il Washington Post – ha faticato proprio con la classe operaia che dice di voler aiutare. Le primarie premiano chi polarizza; le elezioni generali hanno spesso raccontato un elettorato più moderato di quanto la conversazione pubblica lasci intendere. Ma anche se a novembre quel centro silenzioso si facesse sentire, il problema resterebbe intero: il voto può punire gli estremi, non può inventare una leadership che non c’è.
Comunque vada, la vittoria di El-Sayed non è soltanto una notizia del Michigan. È il segnale che gli argini sono caduti anche dentro il partito che fu di Roosevelt e dei diritti civili, per un secolo la casa politica degli ebrei americani: i primi orfani, oggi, di un centro che non ha più voce. E se qualcuno, a Gaza, aveva scommesso proprio su questo, ha di che essere soddisfatto.
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