Il ministro Crosetto sostiene che Kyiv considera il nostro paese un partner affidabile. Può darsi, ma resta da spiegare perché nei suoi appelli Zelensky si rivolga soltanto a Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania per rafforzare la capacità delle forze armate dell’Ucraina di colpire le postazioni di missili e droni in territorio russo, da cui partono i raid che stanno devastando le sue città. Forse non sospettava che anche il più forte partito dell’opposizione avrebbe sposato la linea del governo Meloni, ostile all’uso delle armi italiane oltre confine (Elly Schlein a “InOndala7”). C’è poco da moraleggiare. La verità è che la maggioranza delle classi dirigenti nazionali, per convinzione o per tornaconto elettorale, non ha o non vuole avere memoria storica, ed è vile e opportunista anzitutto per questo motivo. Eppure gli esempi di una cecità politica che rasenta il masochismo autodistruttivo non mancano. Il più clamoroso del “secolo breve” è certamente quello noto col nome di “tradimento di Monaco”.
Il 29 settembre 1938 Hitler incontrò a Monaco il premier inglese Neville Chamberlain, il Primo ministro francese Édouard Daladier e Benito Mussolini. Il mattino seguente firmarono un accordo che permetteva all’esercito tedesco di completare l’occupazione della regione dei Sudeti. Gran Bretagna e Francia comunicarono al governo cecoslovacco che poteva resistere da solo all’invasione nazista o arrendersi e accettare l’accordo. Abbandonata dai suoi alleati, la Cecoslovacchia gettò la spugna rapidamente. Al loro ritorno in patria, Chamberlain e Daladier furono accolti da folle esultanti, convinte che fosse stato evitato un conflitto militare disastroso con il Terzo Reich e di avere placato le sue ambizioni egemoniche sul nostro continente. Nel marzo del 1939 il Führer ruppe l’accordo annettendosi l’intera Boemia e la Moravia.
Nell’ottobre del 1939, Emmanuel Mounier pubblicò sulla rivista “Esprit” un saggio intitolato “Les Chrétiens devant le problème de la paix”. Edito per la prima volta in Italia nel 1958, è stato recentemente ristampato Castelvecchi (“I cristiani e la pace”). Con una palese allusione a quel “tradimento” il filosofo del “personalismo” scrive: “Questo pacifismo, nel settembre del 1938 non aveva a cuore la giustizia dei Sudeti, né quella dei Cechi, né quella dei Trattati, né quella delle loro vittime, né l’ingiustizia della guerra, ma aveva una sola ossessione: che non si interrompessero i suoi sogni di pensionato. […] La pace è compromessa non solo dai guerrafondai ma anche dagli imbelli […]. È forse questo il comportamento che si addice ai fedeli di una religione la cui pietra angolare è costituita da un Dio fattosi uomo sulla terra?”. Sono parole nobili, espressione di un “realismo cristiano” sideralmente distante dal melmoso e miserabile “machiavellismo” esibito da quasi tutti i partiti dell’arco costituzionale.
Dimenticavo: a fine maggio 1940: la Germania stava vincendo la guerra e Hitler attendeva con calma la resa dell’Inghilterra. Dopo la disfatta di Dunkerque, sembrava avere le ore contate. Il resto del mondo taceva, con l’Urss in disparte, gli Stati Uniti lontani, l’Italia e il Giappone in agguato. Il grande storico americano John Lukacs ha spiegato perché il Führer non sferrò subito il colpo di grazia all’esercito britannico: attendeva l’esito del confronto, nel partito conservatore e nel governo, tra il ministro degli Esteri Edward Halifax, Neville Chamberlain, il premier che Winston Churchill aveva sostituito dopo l’occupazione nazista della Norvegia, e lo stesso Churchill (“Cinque giorni a Londra”, Corbaccio, 2001). Halifax e Chamberlain erano favorevoli alla ricerca di una soluzione diplomatica del conflitto che permettesse un accordo di pace con il Terzo Reich. Churchill, invece, era contrario a ogni ipotesi di appeasement con i tedeschi. Il 28 maggio, quando giunse la notizia che il Belgio si era arreso, dichiarò, mettendo al tappeto i suoi nemici interni: “La nostra unica speranza è la vittoria, o noi cesseremo di essere uno Stato”.
Con questa granitica convinzione morale e politica pronunciò i “greatest speeches”, i grandi discorsi che animarono la resistenza contro il nazismo fino alla sua sconfitta. Non c’è dubbio che l’Europa e il mondo intero debbano essere più grati all’eminente statista, che condusse il Regno Unito alla vittoria contro le potenze dell’Asse, che a un politico imbelle come Chamberlain o a uno snob cacadubbi come lord Halifax.
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