

C’è una forma di indignazione che non nasce dai fatti, ma dalla loro collocazione geopolitica. Non misura la sofferenza: la seleziona. Non interroga i dati: li usa. È un’indignazione che si accende e si spegne a seconda del contesto, del nemico designato, del frame narrativo dominante. E che, proprio per questo, dice molto più di chi la pratica che delle vittime che dice di difendere.
In Iran, soltanto nell’arco di due giornate (l’8 e il 9 gennaio) “potrebbero essere state uccise nelle strade oltre 30mila persone”. A scriverlo è Time, citando due alti funzionari del ministero della Salute iraniano coperti da anonimato. Secondo la ricostruzione, in quelle quarantotto ore le scorte di sacchi per cadaveri sarebbero andate esaurite e le ambulanze sarebbero state sostituite da autoarticolati a diciotto ruote.
La stima di 30.304 morti, precisa la rivista, non include né i feriti ricoverati negli ospedali militari deceduti in seguito, né le vittime di aree per le quali non sono stati forniti bilanci ufficiali. Trentamila morti in due giorni. Un numero verosimile, a giudicare dall’intensità delle proteste e dal disperato afflusso di mercenari sciiti fatti affluire dall’Ayatollah dall’Iraq.
Al contempo, si tratta anche di un numero che, in qualunque altro contesto, avrebbe monopolizzato titoli, piazze, editoriali, appelli morali e prese di posizione “storiche”. In questo caso, invece, è scivolato ai margini del dibattito pubblico occidentale. Non perché manchino le fonti, ma perché manca l’utilità narrativa.
E non si tratta solo di rimozione. In alcuni ambienti, soprattutto a sinistra, si assiste a qualcosa di più grave: una difesa esplicita del regime. Le proteste vengono reinterpretate come “colpi di Stato teleguidati”, le repressioni come “reazioni difensive”, le stragi come “narrazioni occidentali interessate”. L’ayatollah Ali Khamenei non è mai un responsabile politico che reprime, ma il bersaglio di un presunto complotto.
Qui entra in scena l’altro grande contenitore vuoto, utile all’occorrenza: l’“imperialismo occidentale”. Un’espressione che smette di essere categoria analitica e diventa assoluzione preventiva. Se il nemico è l’Occidente, allora tutto ciò che gli si oppone diventa automaticamente legittimo, o quantomeno comprensibile. Anche quando reprime, anche quando spara sulla folla, anche quando produce migliaia di morti in pochi giorni.
Il risultato è una morale a due velocità: sospettosa e relativizzante quando i responsabili non rientrano nel campo del “male assoluto”; brutale, semplificata e assertiva quando il colpevole è già stato deciso a monte. Le vittime non contano in quanto tali, ma in quanto strumentalizzabili.
E così accade l’assurdo: chi denuncia una repressione viene accusato di fare propaganda, mentre chi reprime viene protetto da una cortina di spiegazioni geopolitiche. Non è anti-imperialismo. È cinismo ideologico. Ed è esattamente questo che rende l’indignazione selettiva non solo ipocrita, ma politicamente pericolosa.
Palestina: quando l’indignazione smette di chiedere verifiche
Il confronto con quanto accade nel dibattito sulla Palestina è illuminante. Qui l’indignazione non solo è costante, ma spesso sospende deliberatamente ogni cautela analitica. In più di un caso, si è arrivati a diffondere numeri palesemente incongruenti: conteggi di bambini uccisi superiori al numero complessivo di bambini appartenenti a determinate fasce d’età, o statistiche sui giornalisti uccisi che non trovano riscontro incrociato indipendente.
Eppure quei numeri vengono rilanciati come verità acquisite, nonostante provengano direttamente da Hamas, cioè da un attore politico e militare in guerra, con un evidente interesse propagandistico. In qualunque altro teatro di conflitto, dati di questo tipo verrebbero, giustamente, trattati con prudenza, verificati, contestualizzati. Qui no. Qui la verifica viene percepita come una forma di tradimento morale.
Il punto non è negare la tragedia palestinese, né ridimensionare la sofferenza civile. Il punto è un altro: perché in questo caso la verifica diventa sospetta, mentre in altri contesti è considerata doverosa? La risposta è scomoda: perché l’indignazione, in certi ambienti della sinistra occidentale, non è più uno strumento etico, ma un gesto identitario.
Ucraina: il freddo che non fa notizia
Questa asimmetria emerge con ancora più forza se si guarda all’Ucraina. La Russia sta ora perseguendo una strategia esplicita di logoramento, mirata a colpire sistematicamente le infrastrutture energetiche primarie: centrali elettriche, reti di distribuzione, impianti che forniscono non solo elettricità ma anche calore. L’obiettivo è chiaro: rendere invivibili le città durante l’inverno, assiderare la popolazione civile, spezzarne la resilienza. È una strategia militare deliberata, non un effetto collaterale.
Eppure, mentre si moltiplicano narrazioni emotive sul “freddo” patito in Palestina — spesso in assenza di evidenze di temperature realmente estreme — il tema scompare quasi del tutto quando riguarda l’Ucraina. Qui il gelo diventa improvvisamente un dettaglio tecnico, non una tragedia umanitaria. I bambini senza riscaldamento, gli ospedali al buio, le famiglie costrette a sopravvivere senza energia non generano la stessa mobilitazione morale.
Anzi, accade qualcosa di ancora più rivelatore. Il presidente del Paese aggredito, Volodymyr Zelenskyy, viene spesso messo sotto accusa, ridicolizzato, trasformato in bersaglio di vignette pseudo-satiriche che ne banalizzano il ruolo e ne delegittimano la richiesta di aiuti. Chi denuncia il tentativo di piegare una popolazione civile attraverso il freddo viene descritto come istrionico, propagandista, talvolta persino come corresponsabile della propria tragedia.
Allo stesso tempo, il responsabile politico e militare di questa strategia — Vladimir Putin — resta spesso sullo sfondo, avvolto da una narrazione indulgente o neutralizzante. Le sue decisioni non vengono raccontate per ciò che sono: una dottrina di guerra che utilizza il gelo, il buio e la privazione energetica come armi contro i civili. L’aggressore viene “compreso”, la vittima processata.
Ancora una volta, non è il fatto a determinare l’indignazione, ma chi lo produce e chi lo subisce. La sofferenza non è universale: è politicamente selettiva. E quando la morale diventa variabile, smette di essere morale e diventa solo posizionamento.
Contabilità selettiva
Quello che emerge è una vera e propria contabilità morale selettiva. Alcuni morti vengono contati ossessivamente, altri vengono ignorati. Alcuni numeri vengono gonfiati, altri minimizzati o silenziati. Alcune fonti vengono accettate senza alcun filtro, altre screditate a priori.
È una morale che non aspira all’universalità, ma alla coerenza interna del proprio campo politico. Una morale che non cerca la verità, ma la conferma. E che, così facendo, finisce per assomigliare sempre più a ciò che dice di combattere: propaganda, semplificazione, riduzione del reale a strumento.
Il problema, allora, non è “scegliere da che parte stare”. Il problema è aver smesso di applicare gli stessi criteri a tutte le vite umane. Quando la verifica diventa facoltativa, quando i numeri diventano slogan, quando l’empatia è condizionata dall’allineamento ideologico, l’indignazione perde ogni valore etico.
Trentamila morti in Iran in due giorni non sono un dettaglio. Il fatto che lo siano diventati nel dibattito occidentale è una crepa profonda. Non nella coscienza del mondo, ma nella credibilità morale di chi pretende di parlare a nome dei diritti umani.
E quando l’indignazione funziona solo a comando, non è più indignazione. È solo rumore.

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