


Il confronto tra Washington e Teheran non riguarda soltanto il nucleare, ma il controllo delle rotte marittime e degli stretti. Una contesa antica tra potenze di mare e potenze di terra, nella quale gli Stati Uniti restano la maggiore talassocrazia mondiale, oggi però guidata da un timoniere imprevedibile.
Terra mari et contra mare terras terminat omnis;
omne quidem vero nihil est quod finiat extra.
(«Il mare confina con la terra e, a loro volta, tutte le terre col mare; ma il tutto, in verità, non c’è nulla che lo delimiti dall’esterno»).
Lucrezio, De rerum natura
Ho trovato molto interessante l’articolo di Donatello D’Andrea intitolato “In Iran si combatte una guerra per il mare, non per il nucleare” (InOltre, 10 luglio). L’autore ha ragione quando sostiene che al centro del conflitto tra Stati Uniti e Iran non c’è solo la questione nucleare, ma il controllo delle rotte di navigazione:
«Washington non può cedere il controllo degli stretti senza cedere il fondamento strategico della propria egemonia globale. Teheran non può rinunciare alla leva di Hormuz senza tornare alla condizione di potenza regionale imbrigliata che era prima del 28 febbraio».
«La storia del mondo è storia di lotta di potenze marinare contro potenze di terra e di potenze di terra contro potenze marinare», scriveva nel 1942 Carl Schmitt in un saggio in forma di racconto per la figlia Anima, che segna il suo distacco dal nazismo: Terra e mare (Adelphi, 2002).
È alla luce di questa contrapposizione, rappresentata nella Bibbia dai mostri Leviatano e Behemoth, che il giurista tedesco rilegge le grandi dicotomie della storia umana: amico e nemico, ordine e disordine, guerra e pace. In un racconto forse più influenzato dai romanzi di Herman Melville che dagli studi sul Rinascimento di Jacob Burckhardt, il teorico dello “stato di eccezione” descrive quella «rivoluzione spaziale planetaria» segnata dall’evento con cui inizia l’era moderna: la scoperta delle Americhe.
È da allora che l’uomo, per natura creatura terrestre, «rinasce quale figlio del mare». Venezia e Genova, Amsterdam e Londra saranno le culle di questa rinascita. Nell’antichità, la stessa Atene di Temistocle aveva evitato un declino rovinoso trasformandosi in una talassocrazia.
Nelle Vite parallele, Plutarco sottolinea come, una volta sventata la minaccia persiana dopo la vittoria di Salamina (480 a.C.), con l’apertura del Pireo, ai tradizionali aristòi latifondisti fosse subentrato un ceto virtuoso del «remo e del timone». Il suo valore sociale non si basava sul sangue o sulla proprietà terriera, ma sulla capacità di governare la nave, metafora della capacità di reggere la polis.
Questa «apertura al mare» crea anche una nuova antropologia: marinai, nostromi e piloti educati all’audacia e alla prudenza, al coraggio e all’accortezza che il dominio dei flutti imponeva (Filippo Ruschi, Questioni di spazio, Giappichelli, 2012).
Ora, l’America è certamente la più forte talassocrazia del pianeta. Ma oggi non dispone di un nocchiero educato all’esercizio consapevole di quelle virtù. Somiglia piuttosto a un timoniere indisciplinato e incauto, in balia del proprio delirio di onnipotenza.
In attesa delle elezioni di metà mandato di novembre, che Dio — se esiste — ce la mandi buona.
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il precedente del 6 gennaio non promette nulla di buono.
Articolo potente con richiami epici e poetici. Grazie Michele. Nadia Mai
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