

Matthew Goodwin, candidato di Reform UK, ha dichiarato: “Dobbiamo spiegare alle ragazze e alle giovani donne la loro realtà biologica. Molte donne in Gran Bretagna stanno avendo figli troppo tardi nella vita”. La frase, formulata in un tono paternalistico, contiene un intero impianto ideologico: quello della crisi demografica come emergenza biologica e dell’urgenza per gli uomini di “istruire” le donne in nome di un interesse collettivo.

Non è un caso isolato. In un podcast con Jordan Peterson, le università sono state descritte come “focolai di autoritarismo politicamente corretto” perché piene di “donne senza figli”, trasformando la scelta di non avere figli in un sintomo di degenerazione culturale. Nei forum dell’ecosistema alt-right e nella cosiddetta manosphere, la retorica è ancora più esplicita: la fertilità diventa linea del fronte, mentre le donne autonome vengono ridicolizzate come traditrici del loro ruolo biologico. Anche figure della destra populista più istituzionale, come Pierre Poilievre, evocano ripetutamente l’“orologio biologico” femminile. In Italia, in un articolo, pubblicato su Libero il 30 novembre 2011, Camillo Langone scrisse: “Togliete i libri alle donne e torneranno a far figli”.
Si tratta di pensieri, rimasti a lungo marginali, relegati alle nicchie estremiste, ma che negli ultimi 10-15 anni hanno trovato spinte economiche, mediatiche e politiche, fino a raggiungere rappresentazione parlamentare in molte democrazie liberali e diventare la lingua madre della Casa Bianca (vedi le parole dispregiative di JD Vance verso donne che scelgono di non avere figli, affermando che devono “essere rieducate”).
La biologia come argomento normativo
In tutte queste narrazioni, la biologia è un argomento normativo. Serve a delimitare le scelte femminili, a ricondurle entro ruoli ritenuti naturali, a trasformare la fertilità in una questione identitaria e politica.
Alla destra non piace quando questo pensiero viene definito suprematista, ma lo è e cercherò di spiegare perché.
Al contrario del pensiero liberale, parte dall’idea che esista un ordine “corretto” da preservare e che l’autonomia individuale, quando devia da quell’ordine, debba essere corretta, guidata, ricondotta.
Un dibattito aperto sulla bassa natalità, condotto da una prospettiva liberale, parte da presupposti diversi. Non considera le donne un problema da educare, ma interlocutrici da ascoltare. Non presume che la maternità sia un dovere patriottico o biologico, ma una scelta che avviene dentro condizioni materiali concrete.
In un approccio liberale, la domanda non è “perché le donne fanno pochi figli?”, ma “quali ostacoli strutturali rendono difficile avere figli se lo si desidera?”. Il focus si sposta su salari stagnanti, precarietà lavorativa, costo delle abitazioni, carenza di servizi per l’infanzia, squilibrio nella divisione del lavoro domestico. Non si parte dall’idea che le donne abbiano sbagliato priorità, ma che il contesto sociale ed economico condizioni le scelte.
C’è una differenza sostanziale. Nel primo caso si parla di “realtà biologica” da spiegare alle donne (come se fossero un po’ sceme e non la conoscessero, come se senza l’istruzione maschile non fossero in grado di comprenderla – sì, siamo a questo livello di presunzione). Nel secondo si riconosce che la biologia esiste, ma non determina un destino sociale e politico. La fertilità non diventa un imperativo morale.
L’ossessione biologica e il terrore della “sostituzione etnica”
E qui sta il punto cieco nel discorso suprematista che mette in luce la sua ossessione centrale: la biologia intesa come preservazione della “razza”. Quando l’intera visione del mondo si struttura attorno al terrore della “sostituzione etnica”, ogni altro principio viene subordinato a un’unica urgenza biologica. E a quel punto la donna smette di essere interlocutrice e diventa “funzione”.
Il suprematista parla di ordine naturale, di gerarchie inscritte nella biologia, di tradizione. E per mantenere l’ordine serve controllo. Se la sopravvivenza della “propria specie” è il fine supremo, allora la riproduzione diventa un dovere morale. E se la riproduzione è un dovere, il grembo femminile diventa un territorio da presidiare.
Non è un caso che l’antiabortismo più radicale trovi terreno fertile negli ambienti suprematisti. Non si tratta solo di religione o di etica della vita. Si tratta di demografia. Ogni scelta autonoma della donna è una variabile incontrollabile. La libertà riproduttiva diventa una minaccia strategica.
La fertilità come virtù patriottica
Da qui si passa alla celebrazione della fertilità come virtù patriottica. La maternità viene esaltata non come scelta, ma come missione. La donna ideale è quella che produce figli per garantire la continuità del gruppo.
Il passo successivo è ancora più inquietante: l’imposizione culturale di una “realtà biologica” da insegnare alle donne, spiegare e imporre loro. Come se l’autodeterminazione fosse un errore da correggere. Come se la libertà fosse una deviazione ideologica.
E, attenzione, sono gli stessi gruppi che hanno trasformato la parola stessa: “liberale” in senso dispregiativo, in un insulto.
Accumulazione dei dati sul ciclo mestruale
Questa dinamica non è isolata. Ha analogie con la cosiddetta techno-right, quell’area in cui il libertarismo tecnologico si intreccia con fantasie di ingegneria sociale e selezione dei migliori. Peter Thiel ha espresso posizioni critiche nei confronti della democrazia liberale, e in particolare sul diritto al voto delle donne. La sua è una concezione gerarchica dell’umanità, in cui alcuni sono ritenuti naturalmente destinati a guidare e altri a seguire. Idee che, secondo Thiel non troverebbero mai consenso, ma che possono essere imposte attraverso la tecnologia. Da lì, la creazione di Palantir Technologies, oggi al centro della difesa, della sanità e della sicurezza di numerosi Paesi.
Ma non è tutto. Nel 2022, Peter Thiel ha guidato un finanziamento da 3,2 milioni di dollari per “28”, un’app di tracciamento del ciclo mestruale collegata a Evie Magazine. L’app offre consigli su alimentazione, fitness e benessere in base agli ormoni, promuovendo un approccio “naturale” al corpo femminile e l’invito alla cessazione dell’uso di contraccettivi. Evie, fondata nel 2020 da Brittany e Rachel Wilson, è una piattaforma che critica il femminismo contemporaneo e valorizza ruoli tradizionali, fertilità e maternità e scoraggiano l’idea di anteporre la carriera alla famiglia. L’investimento di Thiel ha suscitato polemiche soprattutto per le implicazioni legate alla raccolta di dati sensibili sul ciclo mestruale.
La mascolinità tossica
Parallelamente, la promozione della mascolinità tossica rafforza lo stesso schema. Andrew Tate ha ripetutamente parlato di obbedienza femminile e ha sostenuto il diritto dell’uomo di esercitare la forza e la coercizione nelle relazioni. In questo immaginario, l’uomo dominante accumula potere e donne; la donna è valutata in base alla giovinezza, alla fertilità e alla sottomissione. È una riduzione brutale, ma coerente con l’idea che il valore femminile sia primariamente riproduttivo, di godimento e funzionale all’autorità maschile. Qui paragona addirittura le donne a dei cani:
Ricordiamo che Tate, non è “fringe”, è parte del panorama dell’amministrazione Trump – sotto processo per stupro in Romania, è stato “salvato” dall’intercessione del governo e, in numerose occasioni, glorificato su X da Elon Musk.
L’ossessione russa per la preservazione
In Russia, l’ossessione per la preservazione della razza ha assunto toni messianici nella visione di Alexander Dugin, ideologo del nazionalismo russo, il quale inserisce nel suo eurasismo radicale l’idea della donna come “madre della nazione” e custode della continuità etnica slava, chiamata a preservare la civiltà russa contro l’Occidente liberale. Nei suoi scritti, la famiglia patriarcale è parte integrante della sopravvivenza spirituale e geopolitica della Russia. Questa visione trova eco nelle politiche statali nataliste rafforzate dal 2010 per contrastare il declino demografico: incentivi economici crescenti per il primo, secondo e terzo figlio, mutui agevolati, premi alle madri con dieci o più figli tramite il ripristino dell’ordine di “Madre Eroina”, valutazioni dei governatori in base ai risultati demografici, proposte contro la “propaganda childfree” e restrizioni più severe su aborto e divorzio. In questo quadro, la maternità viene presentata non solo come scelta privata, ma come dovere patriottico legato alla forza dello Stato e alla competizione strategica con l’Occidente.
Il nucleo comune tra suprematismi e islamismo
Le differenze ideologiche tra alt-right, techno-right, nazionalismo russo o influencer della mascolinità tossica esistono. Ma tutte condividono un nucleo comune: la paura della mescolanza, della decadenza, della sostituzione.
E il paradosso è che il meccanismo è sorprendentemente simile a quello islamico, dove il corpo della donna è il terreno di una battaglia identitaria. Non è una questione solo morale. È demografica, simbolica, collettiva. La donna è custode della continuità della comunità. La sua sessualità appartiene alla famiglia, alla tribù, alla nazione religiosa.
Se si osservano contesti governati da interpretazioni rigidamente teocratiche, come in Afghanistan o nella Repubblica islamica, emerge lo stesso schema: controllo della riproduzione, limitazione dell’autonomia femminile, imposizione di codici comportamentali e di abbigliamento come strumenti di disciplina sociale.
L’antiabortismo e gli “orologi biologici” suprematisti e la proibizione dell’autodeterminazione riproduttiva in chiave islamica partono da presupposti diversi, ma si incontrano nella concezione della donna come veicolo di continuità del gruppo. In entrambi i casi, la maternità è una funzione collettiva. Non è la donna che sceglie chi essere. È la dottrina (ideologica o religiosa) a definire cosa è.
In tutti questi casi, il corpo femminile è il punto di convergenza tra ideologia e potere. È lì che l’ansia identitaria si fa concreta.
Il liberalismo occidentale come nemico comune
Inevitabilmente, il bersaglio comune di queste ideologie identitarie è il liberalismo occidentale.
L’eredità dell’Illuminismo europeo, con la sua enfasi sulla ragione, sull’autonomia individuale e sull’uguaglianza giuridica, ha prodotto documenti e trasformazioni che hanno cambiato il mondo. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 afferma che gli individui nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. La Dichiarazione universale dei diritti umani estende questo principio a ogni essere umano, senza distinzione di sesso, razza o religione.
Dentro questa cornice si sviluppa l’idea che uomini e donne abbiano pari dignità giuridica. Che il corpo appartenga alla persona. Che lo Stato non possa imporre un destino biologico o religioso. Ed è proprio questo il punto che diventa intollerabile per le ideologie ossessionate dalla preservazione.
Per il suprematista etnico, l’uguaglianza universale è una finzione pericolosa. Se tutti sono uguali, allora la gerarchia naturale che lui presume viene negata. Se l’individuo è sovrano, la comunità non può imporgli di riprodursi per la “causa”. La libertà individuale diventa un virus dissolvente.
Per l’estrema destra, il liberalismo è descritto come decadente, femminilizzato, incapace di difendere i propri confini. L’idea stessa di diritti universali è considerata un’arma ideologica che indebolisce l’identità collettiva.
Lo stesso accade nei contesti teocratici. La centralità dell’individuo, svincolato dalla legge religiosa, è interpretata come una ribellione all’ordine divino. Per gli islamici, ad esempio, l’autonomia femminile non è solo una questione sociale. È una minaccia politica.
Anche Dugin ha definito il liberalismo come una forma di nichilismo, ossia la dissoluzione delle identità tradizionali. In questa lettura, l’idea che l’individuo possa scegliere chi essere, come vivere, con chi stare, è vista come disgregazione dell’ordine organico della società.
La parità come atto sovversivo
La parità sessuale, in questo quadro, non è progresso. È sovversione. Se uomini e donne sono uguali, se i ruoli non sono fissi, se la maternità è scelta e non destino, allora l’intero edificio gerarchico vacilla.
È qui che il liberalismo illuminista viene dipinto come “distorsione ideologica”. Non perché opprima, ma perché libera. Non perché imponga, ma perché sottrae al controllo collettivo ciò che prima era vincolato: il corpo, la fede, l’identità.
Per chi fonda tutto sulla preservazione, la libertà individuale è un rischio. Una donna che decide se e quando avere figli è imprevedibile. Un uomo che rifiuta il modello di mascolinità dominante è una deviazione. Una società che tutela le minoranze è meno compatta.
La tensione è strutturale. Da una parte, un modello che parte dall’individuo e costruisce la comunità su diritti condivisi. Dall’altra, modelli che partono dalla comunità, dalla razza o dalla fede e subordinano l’individuo alla sopravvivenza del gruppo.
Il nuovo ordine mondiale
E qui arriviamo al punto cruciale della crisi geopolitica che stiamo attraversando: il fronte militare, diplomatico ed economico è solo la punta dell’iceberg. Sotto c’è uno scontro ideologico. Per decenni, l’ordine internazionale post-1945 ha provato a costruire un linguaggio comune liberale e secolare, basato sull’idea dominante che i diritti fondamentali appartengano agli individui e alle nazioni in quanto tali.
Proprio per questo, l’anti-liberalismo contemporaneo tende a coalizzarsi “per somiglianze” più che per bandiere. È una delle chiavi per capire perché il trumpismo possa risultare così facilmente compatibile, sul piano culturale e strategico, con la Russia di Putin: non perché condividano gli stessi interessi, ma perché convergono su un’avversione di fondo verso l’universalismo liberale, verso le istituzioni che lo incarnano, verso i principi che lo animano, verso l’uguaglianza e verso l’idea che esista un diritto sopra la forza.
In questo quadro, l’antagonismo della destra radicale verso l’Islam non è ideologico ma identitario: “Islam” come parola per indicare l’Altro, l’invasione, la contaminazione, il nemico su cui compattare un Noi. Ma quando si guarda ai contenuti, queste forze assomigliano a quelle forme di fondamentalismo che dicono di combattere. Il nemico, allora, non è la teocrazia in quanto tale: è l’universalismo che impedisce a qualunque teocrazia, etnostato o patriarcato di presentarsi come destino inevitabile.
Ecco perché, per tutte queste forze – dal suprematismo all’Islam, passando per il nazionalismo russo – il liberalismo rappresenta la minaccia principale: perché spezza l’automatismo tra identità e diritto. Perché dice che la donna non è una funzione, che la minoranza non è un errore, che la legge non è quella del più forte.
Se vince questa interpretazione del mondo, non cambia solo chi comanda. Cambia la definizione stessa di umano.
Riconoscerlo è indispensabile, perché questo scontro non determinerà soltanto nuovi confini o nuove alleanze. Determinerà il futuro del vocabolario con cui l’umanità decide chi merita protezione, chi merita libertà, chi merita voce.

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Un saggio fondamentale per capire qual è la vera pericolosità della destra, al di là dei feticci occasionali indicati dalla faziosità della sinistra. Alessandra Libutti non è solo la grande scrittrice di “La memoria del giglio”, è anche una colta saggista
Grazie.
Non solo vorrebbero obbligare le donne a riprodurre per la “causa patriottica”.
Vorrebbero obbligarle in base alla “razza” o al colore della pelle, perché ai suprematisti non sta bene che una donna bianca possa avere relazioni e figli con un uomo di colore o di cultura differente da quella tradizionale autoctona.
Poi penso anche dietro parte del discorso di imposizione ci sia una questione economica: le società occidentali che hanno una forte componente di welfare che influenza le decisioni del popolo e dei politici, dipendono fortemente dalla demografia.
Un basso tasso di natalità e un alto tasso di anzianità determinano la sostenibilità delle politiche assistenzialiste e previdenziali, portando la retorica populista ad avere un sempre più ruolo rilevante nel panorama politico nazionale e influenzando anche le decisioni di quei partiti ritenuti più moderati e stabili, che devono rispondere quasi allo stesso modo per non perdere consensi.
E’ un problema che non si può purtroppo ignorare e riformare il sistema del welfare sotto certe condizioni è complicato e legato alle dinamiche demografiche, oltre ad una bassa spinta all’innovazione e alla produttività.
una analisi perfetta
Ottimo articolo. In generale penso che le donne, tranne una minoranza, non abbiano problemi ad avere figli, del resto l’evoluzione ha prodotto questo stato di cose. Una società progredita dovrebbe fare tutto quello che serve affinché la riproduzione del genere umano continui nel tempo. Investimenti in tutto quello che una donna ha bisogno e nella crescita dei bambini. Dovrebbe essere una priorità e non un obbligo o un optional. Purtroppo al momento le società conservatrici perseguono altre vie certamente non liberali ne rispettose delle donne.