

Luca Lovisolo è ricercatore indipendente di diritto e relazioni internazionali e traduttore. Ha scritto il volume Il progetto della Russia su di noi.
Il vertice di numerosi capi di Stato e di governo in Cina, nel quadro dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai (OCS), con annessa parata militare a Pechino, è l’ultimo anello in ordine di tempo di una catena che ne conta almeno tre, se si limita l’osservazione ai fatti più recenti.
La prima tappa è stata il vertice del gruppo BRICS del 2024 a Kazan, in Russia. Lì si è consolidata la nuova struttura estesa del gruppo, composto in origine da cinque, ora da dieci e in prospettiva da alcune decine di Stati non occidentali. Il BRICS vuole rappresentare gli interessi del cosiddetto «sud del mondo:» in presenza del Segretario generale ONU, Antonio Guterres, a Kazan i BRICS si sono pronunciati per un nuovo ordine mondiale dal dichiarato orientamento antioccidentale.
La seconda tappa è stata la parata militare del 9 maggio 2025 a Mosca, nel cosiddetto «giorno della vittoria.» Vladimir Putin vi ha invitato quasi tutti i dirigenti degli Stati BRICS, più alcuni europei, tra i quali il capo del governo slovacco Robert Fico. Nel breve discorso che il presidente russo ha tenuto agli invitati in privato, al Cremlino, molto più significativo delle monotone apparizioni pubbliche, è stata ancora protagonista, senza sorpresa, la retorica antioccidentale.
La terza e certo non ultima tappa del cammino è l’incontro in Cina di questi giorni. I tre maggiori Stati BRICS sono anche membri dell’Organizzazione di Shangai. In Cina sono stati invitati anche il capo di Stato nordcoreano Kim Jong Un e l’ormai onnipresente Fico.
Non sta accadendo nulla di nuovo: è spiacevole che la portata di questa catena di eventi venga talvolta sottovalutata. L’alleanza collettiva di quello che un tempo si chiamava «secondo mondo» è un fondamento della geopolitica russa sin dagli anni Novanta e affonda le sue radici nell’eredità della weltanschauung sovietica.
Già nel 2014, nelle lezioni tenute all’Università di Mosca, il politologo russo Aleksandr Dugin vedeva nell’unione degli arsenali nucleari di Russia e Cina un necessario strumento di dissuasione per «cancellare il liberalismo.»
Durante l’incontro in Cina, Putin ha riaffermato che la Russia non ha «alcuna intenzione di aggredire l’Europa.» Tralasciando la sinistra eco dell’analoga dichiarazione pronunciata nel 1961 da Walter Ulbricht: «Nessuno ha intenzione di costruire un muro [a Berlino]» – dichiarazione smentita dai fatti meno di due mesi dopo – Putin questa volta potrebbe aver ragione. «L’Europa che vogliamo noi russi» può restare unita nell’Ue, purché passi sotto l’ombrello della Russia. Sono le testuali parole che ho sentito con le mie orecchie dallo stesso Dugin nel 2019, durante una sua conferenza a Lugano.
In effetti, la Russia non ha bisogno di aggredire l’Europa, se il Cremlino, con azioni di propaganda e ingerenza, crea le condizioni affinché questa abbia con Mosca lo stesso rapporto che vi hanno la Bielorussia e gli Stati ex sovietici dell’Asia centrale: sono formalmente indipendenti, ma in essi non si muove foglia che Mosca non voglia.
La visione del mondo elaborata a Mosca negli anni Novanta, prosecuzione della politica estera dell’Unione sovietica, dopo una brevissima parentesi filooccidentale, e ora coltivata dalla Russia di Putin, è diventata la linea guida delle organizzazioni internazionali che si fregiano, come unico tratto identitario, dell’essere antioccidentali: il BRICS, l’Organizzazione di Shanghai, l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (OTSC, composta da Russia e alcuni Stati ex sovietici), per ricordare solo le più citate.
L’identità incerta di questi costrutti internazionali sembra una debolezza: può esserlo, per certi aspetti. Eppure, il movimento «sud del mondo» ha radici in un’ideologia strutturata il cui sviluppo l’Occidente ha ignorato: ne vede, perciò, solo le manifestazioni superficiali.
Questa è la vera forza delle organizzazioni antioccidentali, nonostante le contraddizioni che dividono al suo interno una metà del mondo nella quale oppressione e prepotenza sono state elevate a forma di governo, e i cui dirigenti di democrazia, libertà individuali e società aperta non vogliono neppure sentir parlare.
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