
L’identità sociale è un’etichetta che ci incolliamo sulla fronte per non dover guardare l’altro negli occhi.
Zygmunt Bauman
Il volto si espone alla morte ed è come se mi invitasse a un atto di violenza. Al tempo stesso, il volto è ciò che mi vieta di uccidere.
Emmanuel Levinas
Partirei da un’evidenza che emerge dai fatti recenti: la facilità quasi naturale con cui il conflitto politico abbandona la sfera del confronto tra istituzioni per scivolare prepotentemente sul corpo delle persone. Quando, all’interno di un museo, come ha raccontato Filippo Piperno, un individuo non viene più recepito come visitatore, studioso o semplice umano, ma come l’incarnazione biologica di una colpa, siamo di fronte a un salto antropologico.
È la vittoria del “segno” sull’esistenza; il trionfo dell’astrazione che si fa carne per poter essere colpita. Un pessimo meccanismo, perché non coinvolge un gruppo di individui, ma mostra il dilagare di una tendenza. Si pensi all’ossessione della razza di cui ha scritto Alessandra Libutti, e al terrore ancestrale di una sostituzione etnica, concetti su cui si fonda la destra americana al potere e la tecnocrazia oligarchica che la finanzia.
Ragionare per collettività è, in sé, un meccanismo economico e persino normale della mente umana: categorizziamo per orientarci nel caos del mondo, ne abbiamo bisogno per organizzare le nostre decisioni, costruire strategie, interpretare la realtà, in una polifonia di voci.
Ma oggi questa prassi sta degenerando in un “neotribalismo” feroce, dove l’appartenenza a uno schieramento non è più una scelta di idee, una discussione, ma una divisa che annulla ogni biografia individuale, cancella la carne e rende invisibile l’altro.
Come mai la pressione si sposta dallo Stato all’individuo “in carne e ossa”? Perché l’astrazione ideologica ha bisogno di bersagli prossimi per sentirsi reale, per esistere. In un mondo globalizzato e digitale, dove il potere è spesso invisibile e lontano, colpire chi porta un “segno” — una lingua, un passaporto, un simbolo di appartenenza — offre l’illusione psicologica di una vittoria concreta. È la regressione alla tribù: non riconosco più l’altro, riconosco solo se è dei “miei” o dei “loro”.
Questa dinamica trova una risposta e un monito profondo nel pensiero di Emmanuel Levinas. Per il filosofo francese, l’etica non nasce da un contratto sociale o da una legge astratta, ma da un evento traumatico e nudo: l’incontro con il Volto. Il Volto dell’altro non è un insieme di tratti somatici, è l’epifania della vulnerabilità; è una parola muta che ci mette radicalmente in discussione.
Davanti a un volto nudo, io sono chiamato a una responsabilità assoluta: “Eccomi”. Il volto dell’altro mi interroga e, prima ancora di parlare, mi impone un comando silenzioso: “Tu non ucciderai”. Cosa dicono gli sguardi dei superstiti ai campi di sterminio e i loro corpi martoriati se non questo?
Tuttavia, il neotribalismo contemporaneo opera precisamente una sistematica spoliazione del volto. Attraverso il segno — quel marchio identificativo che colloca l’altro nell’altrove politico — il volto scompare. Il segno agisce come una maschera di ferro che schiaccia i lineamenti dell’individuo. Non vedo più l’uomo che soffre o gioisce, vedo l’astrazione di una nazione, di una religione, di una fazione, di un’etnia.
Se l’altro non ha più un volto ma solo un’etichetta, egli smette di essere un Tu per diventare un Esso. In questa oggettivazione, la violenza diventa non solo possibile, ma tragicamente legittima e purtroppo inevitabile. Il passaggio dalla contestazione politica all’aggressione fisica richiede questo accecamento preventivo: bisogna smettere di vedere l’individuo per poter abbattere la categoria.
Questo processo di de-umanizzazione è accelerato da quella dinamica che Gustave Le Bon, ne La psicologia delle folle, descriveva come la perdita dell’identità cosciente a favore dell’istinto gregario. Nella folla, scriveva Le Bon, l’individuo perde la sua personalità cosciente e i suoi sentimenti si orientano in una sola direzione, formando un’anima collettiva che percepisce la realtà solo per immagini e simboli rozzi.
In questa “ipnosi” di gruppo, il senso di responsabilità individuale evapora. Se la tribù decide che un individuo “incarna” il nemico, il singolo partecipante all’aggressione non avverte più il peso morale del suo gesto, poiché è protetto dall’anonimato e dalla “giustezza” del branco. Cosa sono stati l’omicidio di quel giovanissimo militante di destra in Francia e gli sconsiderati “controli” delle squadracce dell’ICE a Minneapolis responsabili di due omicidi, se non proprio questo?
Le conseguenze di questa impossibilità di leggere l’altro sono devastanti, sia a livello collettivo che individuale. A livello collettivo, assistiamo alla frantumazione dello spazio pubblico: non esiste più il logos, il discorso comune che cerca di abitare la complessità, ma solo il grido identitario. La società si trasforma in un arcipelago di tribù armate che non comunicano, se non per collisione.
A livello individuale, il rischio è l’evaporazione della coscienza stessa. Se agisco solo come ingranaggio di uno schieramento che mi esonera dal peso di rispondere delle mie azioni, rinuncio alla mia libertà di giudizio. La responsabilità non è in me, ma è altrove.
Dietro ogni “segno” che ci spinge a condannare o peggio, restano alterità individuali che portano lo stesso peso del nostro esistere. Se non siamo più capaci di scorgere l’uomo sotto la divisa, se il filtro dell’appartenenza diventa più spesso della pelle, abbiamo già accettato la grammatica di un conflitto permanente. Il rischio è che questa capacità di riconoscere l’altro ci venga sottratta non da un regime, ma da una pigrizia etica mascherata da passione civile.
Se il Volto di Levinas viene cancellato, non è solo l’altro a sparire: siamo noi che smettiamo di essere umani, scivolando lentamente verso una distopia in cui è impossibile stare nella complessità. Significa spalancare le porte al disordine.
Forse, la vera forma di resistenza oggi non sta tanto nell’essere parte di un sistema identitario, ma nel fermarsi davanti al volto dell’altro e riconoscervi, nonostante tutto, la nostra stessa, fragile e irriducibile eccedenza umana e nell’interrogare criticamente le idee in cui crediamo.

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