

La proroga unilaterale della tregua decisa da Trump sposta il baricentro del confronto dall’esterno all’interno della struttura del potere iraniano. Tre scenari si delineano per il futuro dell’Iran: la concentrazione totale del potere nelle mani dei radicali, una svolta verso il compromesso guidata dai pragmatici, o la presa diretta del potere da parte dell’apparato militare. Sullo sfondo, l’illusione dell’opposizione in esilio e una guerra di narrazioni tra Teheran e Washington. La vera domanda resta una: esiste, nel regime islamico, una reale volontà di cambiamento?
Qualunque sia la motivazione dietro la decisione di Donald Trump di prorogare unilateralmente la scadenza e rinviare un confronto diretto con il regime islamico, per il popolo iraniano una realtà appare chiara: almeno nell’attuale fase, questa scelta è stata preferibile alla ripresa di una guerra e i bombardamenti che avrebbe potuto devastare infrastrutture, far collassare un’economia già esausta e trascinare l’Iran in una nuova stagione di caos e instabilità.
Una società che da anni vive sotto il peso dell’inflazione, delle sanzioni, della cattiva gestione e dell’erosione del tessuto sociale non ha più la capacità di sopportare un altro conflitto. Per l’Iran di oggi, la guerra non rappresenterebbe una soluzione, bensì l’inizio di una crisi fuori controllo, il cui esito potrebbe sfuggire a chiunque.
Il rinvio dello scontro, anche se temporaneo, ha spostato il baricentro del confronto dall’esterno dei confini all’interno della struttura del potere, là dove oggi si prendono le decisioni decisive.
Il vero centro di gravità del potere a Teheran
Nel regime islamico molte istituzioni possiedono un nome politico, ma il peso reale del potere si trova altrove. Negli ultimi anni i Pasdaran non sono più soltanto una forza militare: si sono trasformati nell’attore dominante nei settori della sicurezza, dell’economia e della politica.
Per questa ragione, ogni trasformazione significativa del futuro iraniano passerà, direttamente o indirettamente, attraverso questo apparato.
Nella fase attuale si possono immaginare tre scenari principali.
Primo scenario: la completa omogeneizzazione del potere
La prima ipotesi è che le componenti più radicali del sistema, contando sul sostegno dei Pasdaran, eliminino anche gli ultimi residui di moderatismo e riformismo dall’architettura istituzionale.
In tal caso, il Paese entrerebbe in una nuova fase di concentrazione totale del potere: un modello già sperimentato in passato, i cui risultati sono stati l’aumento della frattura sociale e un maggiore isolamento internazionale.
Nel breve periodo, una simile struttura potrebbe offrire l’immagine di uno Stato più compatto e disciplinato. Nel medio-lungo termine, tuttavia, aggraverebbe la pressione economica, il malcontento popolare, la crisi di legittimità e il ricorso alla repressione.
Secondo scenario: la svolta verso il compromesso
La seconda possibilità è che i settori pragmatici del sistema giungano alla conclusione che la prosecuzione dello status quo sia ormai più costosa di un cambiamento di rotta.
In questo scenario, i Pasdaran verrebbero spinti verso una forma di intesa con gli Stati Uniti, le tensioni regionali si ridurrebbero e le correnti ideologiche più estreme verrebbero marginalizzate.
Se ciò dovesse accadere, l’economia potrebbe ottenere un parziale sollievo e il Paese allontanarsi dal rischio di uno scontro diretto. Tuttavia, questa traiettoria incontrerebbe forti resistenze sia all’interno, da parte delle fazioni ideologiche, sia all’esterno, in particolare da parte di quegli attori regionali che considerano la crisi permanente una condizione funzionale ai propri interessi strategici.
Terzo scenario: il sorpasso dei militari su tutte le fazioni
La terza ipotesi è la presa diretta del potere da parte dell’apparato militare o colpo di stato militare, con l’emarginazione delle correnti politiche esistenti e la gestione dello Stato affidata, di fatto, a una struttura securitaria-militare.
Un simile assetto potrebbe produrre, almeno in apparenza, una maggiore stabilità. Ma senza una reale base sociale, finirebbe solo per cambiare la forma della crisi, non la sua sostanza.
L’esperienza di diversi Paesi della regione dimostra che i regimi fondati esclusivamente sulla sicurezza, privi di legittimazione popolare, si trovano prima o poi davanti a crisi interne ancora più profonde. Se però adottassero una condotta pragmatica sul piano internazionale, potrebbero persino beneficiare, nel breve termine, di una certa tolleranza da parte di un’amministrazione Trump.
L’illusione costruita all’estero
Parallelamente, una parte dell’opposizione in esilio continua a confidare in un altro scenario: una mobilitazione di massa lanciata dal principe Reza Pahlavi, il crollo immediato dell’apparato militare e una rapida transizione di potere sostenuta dall’esterno con i costi sociali e umani immensi.
Si tratta di una narrazione politicamente seducente per i suoi sostenitori, ma distante dalla complessità reale della struttura del potere iraniano. Le grandi trasformazioni politiche, soprattutto nei sistemi securitari, raramente nascono da un singolo appello improvviso, più spesso emergono dall’intreccio di fratture interne, pressione sociale e mutamenti graduali.
Guerra di narrazioni tra Teheran e Washington
Al momento, le autorità iraniane sostengono che Trump abbia fatto marcia indietro e insistono sul fatto che, finché l’assedio economico e marittimo non verrà alleggerito, Teheran non tornerà al tavolo negoziale di Islamabad.
Washington, al contrario, cerca di dimostrare di poter imporre costi elevati al regime islamico anche senza entrare in guerra e senza rompere formalmente la tregua.
Ciò che si osserva è soprattutto una guerra psicologica e politica: una competizione per massimizzare il vantaggio negoziale senza essere costretti allo scontro diretto.
L’Iran davanti alla decisione cruciale
La realtà è che il Paese si trova in un passaggio estremamente delicato. Né l’economia può sopportare ancora a lungo l’attuale impasse, né la società appare pronta ad assorbire una nuova crisi.
Allo stesso tempo, il potere sa bene che le decisioni dei prossimi giorni potrebbero determinare la traiettoria dell’Iran per gli anni a venire.
La proroga unilaterale concessa da Trump, al di là delle motivazioni di fondo, ha almeno comprato tempo. Tempo che potrebbe essere utilizzato per una scelta razionale oppure, come già accaduto in passato, dissipato.
La vera questione non è più guerra o negoziato. La domanda decisiva è un’altra: esiste davvero, a Teheran, una volontà di cambiamento?
Dalla risposta a questo interrogativo dipenderà il destino immediato dell’Iran.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
