5 pensieri su “La techno e la fine della solitudine musicale: il rito orizzontale della Generazione Z

  1. Anno scorso a Reggio Fotografia c’era un’autrice UK che raccontava con le sue immagini la comunità dei RAVE. Per più di un aspetto documentava una dimensione appunto tribale, nelle acconciature, nei tatuaggi, nei piercing. La musica era una componente che accompagnava il rituale della tribù. Parte dell’impasto come scrivevo prima, non protagonista. Nel punk era ancora al centro, qui diventa altro.

  2. Sì, ma nell’evento orizzontale collassa anche la musica, cosa che non accadeva nella fruizione verticale. Alla fine il dj crea un flusso semianonimo di suoni, anonimo perché l’autore sostanzialmente si eclissa, che sono un unico suono per un’oretta e mezza o due, un pulsare più o meno indistinto. Il dj diventa spesso anche il creatore dei suoni che propone, ma malgrado questo assistiamo ad una delocazione dell’umano, è un officiante, non un autore. AI, campionatori e macchine varie fanno sempre più le veci dei musicisti nella composizione e il rito taglia la fruizione della musica ormai essenzialmente strumento per la trance (unitamente a luci, sudore, sostanze, danza) e l’ascolto si allontana. È un orizzonte in cui la musica si fa ingrediente dell’impasto, cosa tra altre cose, e perde molto del suo senso fuori dal rituale e dalla tribù che lo abita.

    1. Se ti scrivo che il dj è “semplicemente l’algoritmo che fa funzionare la rete” Non dico tutto questo? ??

      1. C’è una cosa che infatti mi disturba: tutto ciò avviene con una adesione amorfa, alla cerimonia collettiva o una sintonizzazione consapevole? In una interpretazione sociologica l’evento techno funziona come un’architettura temporanea di libertà. Ci si unisce alla massa non per scomparire, ma per trovarsi in una dimensione in cui l’unica cosa che conta è il presente condiviso. È un concetto se vuoi opposto al punk ed è proprio frutto dei tempi: lì c’era contrapposizione, attrito, proprio come avviene con il linguaggio (Wittgeinstein), con la techno tutto è flusso e osmosi. Nel punk c’era lo scontro, sua verbale che fisico. La techno invece lavora sulla destrutturazione del pensiero attraverso la ripetizione algoritmica del ritmo. Non c’è un testo da seguire (o è ridotto al minimo), la mente si svuota per saturazione sensoriale, non per esplosione verbale. La techno risponde a ferite sociali creando una realtà parallela dove ke regole della realtà esterna cessano di esistere.
        Anni fa, tanti, capitai a Londra in una festa in squat: puoi immaginare la fauna e i loro alimenti… Tra concertini gothic punk eccessivi e musica drum’n’bass e mdma, ero totalmente sconvolto ma comprendevo come quei ragazzi volessero fuggire da una realtà durissima attraverso qualcosa che li connetteva senza nessun impegno cognitivo. Lì capii qualcosa che stava iniziando a cambiare, che forse già era iniziato a Detroit e che ora vedo forse più chiaramente.

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