

Dall’ascolto solitario dei vinili alla dimensione collettiva dei festival: la techno riflette il modo in cui la Generazione Z vive la musica, trasformando il pubblico da semplice spettatore in parte integrante dell’evento.
Esiste un punto di osservazione privilegiato per comprendere le nuove dinamiche relazionali della Generazione Z, ed è l’attuale cuore pulsante di Malta. L’isola, al di là delle sue cartoline storiche, si è trasformata in un magnete turistico di proporzioni enormi, espandendo a dismisura la propria “quota giovane” grazie a un elemento determinante: la proliferazione di festival ed eventi musicali techno.
Questa marea di eventi e la massiccia partecipazione impongono una riflessione sociologica e una domanda ineludibile: perché proprio la techno? E in cosa differisce radicalmente questo rito collettivo dall’esperienza di chi, solo qualche decennio fa, attendeva con ansia l’arrivo in negozio del nuovo vinile per scoprire cosa avesse tirato fuori, stavolta, David Byrne?
La risposta risiede in un ribaltamento totale del paradigma di fruizione, che da verticale si è fatto strutturalmente orizzontale.
La generazione analogica aveva un approccio alla musica lento e stratificato. La scoperta partiva dal basso, richiedeva tempo e un’elaborazione articolata: si nutriva di fonti scritte, del passaparola, di ostinate ricerche individuali e di fitti scambi di opinioni.
Era un percorso iniziatico che trovava il suo esito naturale e intimo nell’ascolto solitario, chiusi nella propria cameretta, con la puntina che scendeva sui solchi del disco. Il concerto dal vivo era l’eccezione, il traguardo remoto e straordinario di un lungo viaggio individuale.
Per la Generazione Z, questo tragitto preparatorio semplicemente non esiste. Oggi il consumo della musica si materializza esclusivamente nell’atto finale della sua messa in scena collettiva.
L’esigenza fisiologica di partecipare agli eventi dal vivo rappresenta l’unico vero momento in cui si vive e si consuma la scoperta musicale. E questa condivisione è, fin dal primo istante, puramente comunitaria.
In questo scenario, la musica techno smette di essere solo un genere e diventa la perfetta sublimazione acustica del concetto di “peer-to-peer”.
All’interno dell’infosfera, la tradizionale forma-concerto mantiene una struttura gerarchica, quasi di tipo “client-server”: c’è un palco illuminato dal quale l’idolo distribuisce l’arte verso il basso, a un pubblico che la riceve in modo tendenzialmente passivo.
La techno disintegra questa verticalità. Il dj è spesso al buio, defilato o addirittura fisicamente immerso tra la gente che invade la consolle in una Boiler Room. Non è il feticcio da venerare con lo sguardo, ma semplicemente l’algoritmo che fa funzionare la rete.
L’energia, lo spettacolo e la fruizione non piovono dall’alto, ma si generano e si scambiano orizzontalmente sul dancefloor, nodo dopo nodo, da persona a persona. In questa architettura paritetica, il pubblico non assiste all’evento: il pubblico è l’evento.
È la colonna sonora di una connessione costante, fluida, priva di quelle barriere spaziali e temporali che internet ha definitivamente abbattuto.
La techno rappresenta la catarsi del concetto di relazione del “tutto e tutti”: la necessaria manifestazione fisica, corporea e tribale di quell’iperconnessione digitale costante nella quale i ragazzi vivono immersi.
Un ecosistema sonoro in cui l’individualità cessa di essere un rifugio isolato per trasformarsi in un semplice punto di connessione all’interno di una rete più vasta.
La struttura ritmica e ripetitiva della techno salta a piè pari quell’elaborazione lenta che un tempo iniziava da zero per culminare, un giorno lontano, nell’evento eccezionale del live.
Nella nuova liturgia orizzontale non c’è più attesa solitaria. Il festival e il dj set collassano il tempo e lo spazio, diventando, nello stesso esatto istante, il climax, la rivelazione, la genesi e il parto.
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Anno scorso a Reggio Fotografia c’era un’autrice UK che raccontava con le sue immagini la comunità dei RAVE. Per più di un aspetto documentava una dimensione appunto tribale, nelle acconciature, nei tatuaggi, nei piercing. La musica era una componente che accompagnava il rituale della tribù. Parte dell’impasto come scrivevo prima, non protagonista. Nel punk era ancora al centro, qui diventa altro.
Sì, ma nell’evento orizzontale collassa anche la musica, cosa che non accadeva nella fruizione verticale. Alla fine il dj crea un flusso semianonimo di suoni, anonimo perché l’autore sostanzialmente si eclissa, che sono un unico suono per un’oretta e mezza o due, un pulsare più o meno indistinto. Il dj diventa spesso anche il creatore dei suoni che propone, ma malgrado questo assistiamo ad una delocazione dell’umano, è un officiante, non un autore. AI, campionatori e macchine varie fanno sempre più le veci dei musicisti nella composizione e il rito taglia la fruizione della musica ormai essenzialmente strumento per la trance (unitamente a luci, sudore, sostanze, danza) e l’ascolto si allontana. È un orizzonte in cui la musica si fa ingrediente dell’impasto, cosa tra altre cose, e perde molto del suo senso fuori dal rituale e dalla tribù che lo abita.
Se ti scrivo che il dj è “semplicemente l’algoritmo che fa funzionare la rete” Non dico tutto questo? ??
Sì, concordo con la tua osservazione e credo possa essere sostituito da una robot nel giro di pochi anni.
C’è una cosa che infatti mi disturba: tutto ciò avviene con una adesione amorfa, alla cerimonia collettiva o una sintonizzazione consapevole? In una interpretazione sociologica l’evento techno funziona come un’architettura temporanea di libertà. Ci si unisce alla massa non per scomparire, ma per trovarsi in una dimensione in cui l’unica cosa che conta è il presente condiviso. È un concetto se vuoi opposto al punk ed è proprio frutto dei tempi: lì c’era contrapposizione, attrito, proprio come avviene con il linguaggio (Wittgeinstein), con la techno tutto è flusso e osmosi. Nel punk c’era lo scontro, sua verbale che fisico. La techno invece lavora sulla destrutturazione del pensiero attraverso la ripetizione algoritmica del ritmo. Non c’è un testo da seguire (o è ridotto al minimo), la mente si svuota per saturazione sensoriale, non per esplosione verbale. La techno risponde a ferite sociali creando una realtà parallela dove ke regole della realtà esterna cessano di esistere.
Anni fa, tanti, capitai a Londra in una festa in squat: puoi immaginare la fauna e i loro alimenti… Tra concertini gothic punk eccessivi e musica drum’n’bass e mdma, ero totalmente sconvolto ma comprendevo come quei ragazzi volessero fuggire da una realtà durissima attraverso qualcosa che li connetteva senza nessun impegno cognitivo. Lì capii qualcosa che stava iniziando a cambiare, che forse già era iniziato a Detroit e che ora vedo forse più chiaramente.