

Una sparatoria ha colpito ieri la comunità ebraica di Sydney, nel quartiere di Bondi, durante una celebrazione pubblica di Hanukkah. L’attacco è avvenuto in una spiaggia affollata, alla presenza di famiglie e bambini. Il bilancio è ancora provvisorio; uno degli assalitori è stato ucciso dalla polizia, un altro arrestato. Le autorità australiane hanno parlato fin da subito di terrorismo antisemita e di un’azione mirata contro un evento ebraico.
La notizia è arrivata rapidamente anche in Europa ed è stata trattata per quello che è: un grave episodio di violenza antiebraica. Un fatto che colpisce una comunità diasporica, lontano dal teatro di guerra mediorientale, in un Paese che non è parte del conflitto.
InOltre ha scritto più volte che il modo in cui una parte del dibattito pubblico internazionale stava raccontando la guerra in Medio Oriente non era neutro, né innocuo. Che l’uso disinvolto di parole assolute, l’accumulo di accuse indimostrate, la trasformazione di un conflitto in una narrazione morale a senso unico stavano creando un clima. E che quel clima, prima o poi, avrebbe prodotto conseguenze anche lontano da Gaza.
La sparatoria di Sydney non arriva dal nulla. Non è un corto circuito improvviso, né una devianza incomprensibile. È uno degli effetti possibili — e purtroppo prevedibili — di mesi di benzina versata sul fuoco dell’odio.
Il 7 ottobre 2023, 1.200 ebrei israeliani sono stati massacrati. Trucidati nelle case, nei kibbutz, durante un festival. Non in una base militare, non in uno scontro armato: civili, famiglie, bambini. Da lì in poi, una parte consistente dell’opinione pubblica mondiale ha compiuto un salto logico e morale notevole. Prima ha definito la risposta israeliana “sproporzionata”. Poi ha fatto di più: ha costruito una parola-totem, il genocidio dei palestinesi. Una parola enorme, definitiva, infamante.
Nella storia bimillenaria delle persecuzioni contro gli ebrei, il copione è sempre stato lo stesso. S’inventano storie, si costruiscono narrazioni, si diffondono leggende utili a rendere la violenza comprensibile, se non addirittura necessaria. Gli ebrei avvelenano i pozzi, sacrificano bambini, controllano il denaro, complottano nell’ombra. Nel Novecento questa tradizione ha trovato la sua forma più razionale e industriale: lo sterminio sistematico di un popolo. Quello sì, un genocidio vero. Programmato, dichiarato, realizzato.
Oggi il meccanismo si è solo adeguato ai tempi. L’ebreo non è più l’usuraio o il deicida: è il colonizzatore, il nazista rovesciato, il genocida. Il risultato, però, non cambia. Se l’ebreo è colpevole per definizione, allora ogni violenza contro di lui diventa spiegabile. Talvolta persino giustificabile.
Da qui discendono due idee tossiche, sempre più diffuse e sempre meno contestate. La prima: Israele non ha diritto di difendersi. Lo Stato degli ebrei, nella rappresentazione corrente, non può sottrarsi alla sua funzione storica assegnata: quella della vittima inerme. Se reagisce, rompe la narrazione. Se combatte, tradisce il ruolo. Se vince, diventa mostruoso. È come se agli ebrei fosse concesso solo di morire bene, mai di difendersi efficacemente.
La seconda idea è ancora più pericolosa: il genocidio dei palestinesi come balla funzionale. Una costruzione ideologica che serve a trasformare l’odio in reazione morale, l’aggressione in resistenza, il terrorismo in risposta comprensibile. È una parola che non nasce per descrivere ciò che accade a Gaza, ma per autorizzare ciò che accade altrove. Anche a Sydney. Anche nelle università, nelle piazze, nelle sinagoghe sorvegliate dall’esercito.
Quando un ebreo viene ucciso oggi, non è mai solo un ebreo. È sempre “un ebreo ma”. Ma Israele. Ma Gaza. Ma il colonialismo. Ma il contesto. È l’unica vittima al mondo a cui viene chiesto il curriculum geopolitico prima del cordoglio.
La sparatoria di Sydney non è un raptus isolato. È il prodotto di un clima. Di un linguaggio che disumanizza. Di un’abitudine morale che ha deciso che l’odio antisemita, purché ben motivato, è una forma accettabile di militanza. Non tutti quelli che gridano al genocidio sparano. Ma chi spara, oggi, sa perfettamente quali parole usare per sentirsi nel giusto.
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Per le forze che hanno l’obiettivo di destabilizzare il cosiddetto occidente facendo leva sulla polarizzazione dell’opinione pubblica, gli ebrei sono il bersaglio ideale. A fronte del loro status oggettivo di minoranza al di fuori di Israele—e quindi del loro ridotto peso elettorale—mantengono uno sproporzionato status soggettivo nella percezione di troppi, il che li rende facile bersaglio di stravaganti teorie cospirative—in relazione al controllo della finanza e della politica mondiale—da parte di gente al contempo ignorante e frustrata.