
I rapporti controversi fra la sinistra italiana e Israele risalgono all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso. Se è vero che, allo scoppio della prima guerra arabo-israeliana del 1948, la sinistra era stata compatta nel sostenere Israele, già alla fine degli anni Quaranta, con il venir meno dell’appoggio dell’Urss al nuovo Stato, cambiò posizione. Durante la guerra di Suez del 1956, socialisti e comunisti avevano ormai maturato un’avversione profonda nei confronti della politica di Tel Aviv.
Come ha sottolineato Alessandra Tarquini, il conflitto dei Sei giorni esasperò questa ostilità. Dal 1967 cambiò la percezione dell’opinione pubblica internazionale: per la prima volta Israele passò, nell’immaginario diffuso, da piccolo Paese in guerra per difendere la propria esistenza a Stato aggressore nel cuore del Mediterraneo (“La sinistra italiana e gli ebrei. Socialismo, sionismo e antisemitismo dal 1892 al 1992”, il Mulino, 2020).
Alla fine della guerra gli israeliani occupavano l’intero Sinai, la Striscia di Gaza, le alture del Golan e la Cisgiordania con Gerusalemme Est. Avevano sconfitto le forze armate di Egitto, Giordania e Siria e, in soli sei giorni, modificato l’equilibrio geopolitico della regione, in attesa di scambiare terra con pace. Avevano inoltre conquistato un’area tre volte e mezzo più grande di Israele, abitata da oltre un milione di palestinesi.
Nel 1967 a sostenere le ragioni dello Stato ebraico vi erano il Partito socialdemocratico, il Partito repubblicano e il Partito socialista di Nenni, che dall’inizio degli anni Sessanta aveva mutato il proprio atteggiamento, abbandonando l’antisionismo del decennio precedente. Il Partito comunista, invece, si attestò su una posizione di dura critica che non avrebbe più abbandonato.
Dopo la tragedia di Sabra e Chatila si diffusero due immagini potenti e tossiche: quella degli ebrei come nuovi nazisti e quella del popolo biblico, protagonista di una storia di sopraffazione e violenza, seguace di un Dio terribile e violento. Arturo Marzano e Guri Schwarz hanno ricostruito la reazione dell’opinione pubblica di fronte alla guerra del Libano e all’attentato alla Sinagoga di Roma dell’ottobre 1982.
Si trattò di un evento rivelatore. Nella narrazione della questione mediorientale i palestinesi divennero un simbolo della lotta anti-imperialista e furono accomunati ai Vietcong, quando non ai partigiani antifascisti del 1943. A questo proposito, i due storici ricordano che “il movimento studentesco aveva la chiara convinzione che esistesse un legame unico tra le forze che nei vari contesti sostenevano l’imperialismo americano” (“Attentato alla Sinagoga. Roma, 9 ottobre 1982. Il conflitto israelo-palestinese e l’Italia”, Viella, 2013).
In effetti, la difesa della causa palestinese non rimase confinata a un problema di politica internazionale. Per tutti gli anni Settanta, e poi in modo ancora più evidente dopo l’invasione del Libano, molti protagonisti del dibattito pubblico e moltissimi esponenti della sinistra extraparlamentare diffusero un’immagine destinata ad avere grande successo: quella degli israeliani come nuovi nazisti. Da Servire il popolo a Lotta continua, fino ad alcune firme della stampa vicina al Pci, intellettuali e politici sostennero che gli ebrei imponessero ai palestinesi le stesse sofferenze subite sotto il regime nazista.
Studiosi del calibro di Edmund Silberner, George Mosse ed Enzo Traverso hanno documentato come la strada dei rapporti tra sinistra ed ebrei sia sempre stata accidentata, da Marx ai nostri giorni. Fin da quando, in nome dell’internazionalismo proletario, i fondatori del movimento operaio negarono la specificità della “questione ebraica”, immaginando di risolverla all’interno di un più generale progetto di liberazione degli oppressi dallo sfruttamento capitalistico, indipendentemente dall’identità culturale, religiosa, linguistica e nazionale del popolo di Abramo.
Oggi, dunque, niente di nuovo sotto il sole. Se non la miseria morale e politica di una sinistra italiana che non sa, o non vuole, fare i conti con il proprio passato, impegnata com’è solo nella caccia a qualche voto in più.
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