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II PARTE (Qui la prima parte)
Il razzismo arabo
Alla fine del XVI secolo il traffico di esseri umani si contamina di un incrocio di interessi tra Occidente e Medio Oriente che porterà a uno scontro commerciale, prima ancora che etico, tra le due culture. L’impero islamico espande la sua influenza verso tutto il continente africano e il flusso di schiavi della tratta arabo-islamica dal nord Africa aumenta drasticamente, e contestualmente la tratta atlantica si organizza ancora meglio, usando anche i mercati monopolizzati dai procacciatori arabi. Ma come abbiamo visto (nella I PARTE ndr) gli Occidentali si fermano ai 10 ml di schiavi nel XIX secolo. A questo punto è però necessario fare una sgradevole parentesi:
Il “razzismo” verso i neri è oggi decisamente più vivo nei paesi arabi di quanto lo sia da noi, è assoluto e lo è sempre stato. Scrive il grande intellettuale tunisino del XIII secolo Ibn Khaldun10: “I Negri sono adatti a essere ridotti in schiavitù, perché le loro capacità sono abbastanza simili a quella degli animali stupidi”. Un altro storico arabo, al Maqdisi11, nato a Gerusalemme e vissuto nel X secolo, afferma che “non esiste fra loro il matrimonio, il bambino non conosce il padre e si cibano di carne umana”. E ancora: “La loro natura è quella degli animali selvatici”.
Il geografo viaggiatore al Idrisi12, nato in Spagna e vissuto in Sicilia, ricorda che differiscono dagli animali “solo perché le due mani sono sollevate dal terreno” mentre “la scimmia antropoide ha più capacità di apprendimento di loro”.
Queste affermazioni ci fanno capire come sia diffuso tra le popolazioni arabe l’uso del termine “Abeed” per indicare i popoli sub-sahariani: “abd”, il termine nella versione al singolare significa “schiavo”, “servo” – da evidenziare che il diritto musulmano classico si articola sulla base di tre fondamentali relazioni di diseguaglianza che vengono espresse sul piano giuridico: la diseguaglianza tra uomo e donna, tra musulmano e non musulmano, tra libero e schiavo13.
Si comprende quindi come le vittime africane dello schiavismo arabo non abbiano lasciato orme della loro millenaria permanenza nei luoghi della deportazione, mentre i discendenti degli schiavi traghettati in America, oggi circa 70 milioni, si sono sedimentati in quei Paesi, integrandosi, emancipandosi e segnando significativamente le arti, lo sport, lo spettacolo finanche la politica e la cultura intera dell’Occidente.
Un po’ di bianco e nero per concludere
Dal VII al XX secolo gli arabi prelevano dal solo continente africano circa 20 milioni di schiavi. Se ipotizziamo un numero più o meno pari all’80% di perdite nei tragitti che vanno dalla zona del prelievo ai mercati degli schiavi (dagli attuali Kenya, Mozambico, Tanzania, Sud Sudan, Eritrea, Etiopia, agli attuali Iraq, Iran, Kuwait, Oman, Turchia, in altre parti del Medio Oriente e in Asia), arriviamo a 100 milioni complessivi. Si aggiungano milioni di persone massacrate per le razzie e decessi per malattie e complicazioni varie: una cifra superiore ai 150 milioni di persone in 13 secoli non è affatto esagerata.
La storia dimentica anche gli “schiavi bianchi”. Il “politicamente corretto” sbuffa e nega questa storia certificata. L’Europa del sud e quella orientale diventa un importante serbatoio di schiavi bianchi sin dal VIII secolo. Inizia con quella citata delle 30.000 donne trascinate dalla Spagna, una frazione del traffico generato nei primi secoli dell’Islam. Possiamo stimare che, dal 650 al 1500, gli Arabi riducono in schiavitù più di 5 milioni di “bianchi” (latini, goti, slavi). E all’inizio del XVI secolo una nuova minaccia si affaccia sull’Europa: i Corsari Barbareschi14. Le loro razzie, contrastate dai Cavalieri di Malta15, producono la schiavitù di oltre 1 milione di europei fra il 1530 e 1780. I più temibili tra loro sono i Corsari algerini16 che, interessati alle donne bianche, si spingono fino alla Groenlandia. Ma la loro meta preferita rimane l’Irlanda che viene praticamente decimata.

Il colonialismo europeo in Africa decide la fine dello schiavismo islamico principalmente per interessi delle due potenze europee Francia e Gran Bretagna che si dibattono in una furiosa lotta coloniale per ottenere il controllo dell’area. In special modo la Gran Bretagna era altamente protettiva nei confronti dell’area che abbraccia il Golfo Arabico, il Mar Arabico e l’Oceano Indiano, in quanto accesso strategico verso l’India. Il professor Jasim Mohammed Shatab dell’University of Kufa di An Najaf (Iraq) sostiene che “la Gran Bretagna era, quindi, irremovibile nel combattere qualsiasi altra influenza straniera nell’area. Mascherò questa sua presenza con il pretesto di limitare la tratta degli schiavi di cui gli arabi erano diventati fornitori locali per i mercanti francesi”.
Da questo ostracismo britannico scaturisce però la gestazione delle discussioni sui diritti umanitari nel cuore dell’Europa coloniale e che genera poi le prime misure contro il commercio degli schiavi (citiamo l’associazione African Institution, dal 1807 al 1827 attiva per l’abolizione completa dello schiavismo del Regno Unito; lo Slave Trade Act, che rende il traffico di schiavi illegale in tutto l’Impero Inglese; lo Slavery Abolition Act del 1833). Il primo atto ufficiale del governo britannico è nel 1812 che notifica al sultano di Muscat (Oman) e Zanzibar , le nuove leggi anti-schiavitù; nel 1814 il divieto entra in vigore a Mauritius. Successivamente, nel 1839, la schiavitù è ufficialmente abolita in tutte le colonie britanniche. L’isola di Zanzibar, colonizzata come il resto delle coste e delle isole dell’Africa orientale dagli arabi a partire dalla fine del primo millennio, e parte del sultanato di Oman, è stata per secoli il principale mercato di schiavi dell’Africa orientale. Nell’anno 1896 gli inglesi impongono al sultanato la fine della schiavitù in Zanzibar – evento legato alla Guerra anglo-zanzibariana, famosa per essere stata la più breve nella storia dell’umanità: durata 38 minuti. Le ultime attività del sultanato di Oman vengono interrotte soltanto nel 1922. Il primo Stato arabo-musulmano ad abolire la tratta degli schiavi è la Tunisia nel 1846, ma di fatto solo nel 1881 con la colonizzazione francese, così anche il Marocco. La nascita delle colonie europee nella seconda metà del XIX secolo mette fine alla tratta transatlantica.
Negli anni successivi la maggior parte dei territori orientali e della Penisola Arabica si rifiutano di cedere alle richieste di abolizione dello schiavismo nate in USA e in Europa. Solo nel 1962 l’Arabia Saudita, dopo pressioni internazionali, rende illegale la schiavitù. Viene abolita anche in Qatar, Yemen, Emirati Arabi e Oman nel 1970. Ancora oggi però esiste una forma più moderna e sottile di schiavitù: la “kafala”17, un sistema di regolamentazione del lavoro dei migranti che li espone a sfruttamento e abusi, divenendo spesso veri e propri schiavi di ricchi imprenditori o comuni cittadini, una “schiavitù legalizzata”. Un interessante film bolllywoddiano disponibile su Netflix che parla della storia vera di un indiano vittima della kafala è “The Goat Life” (Una vita da capra).

Concludo
Ora mi chiedo perché quanto sta succedendo in questi ultimi anni in Africa, dai genocidi agli eccidi alle torture a cui i migranti sono sottoposti dall’odierna tratta araba (e di cui si sollevano solo le responsabilità dell’Europa), non sia oggetto di attenzioni del giornalismo internazionale, di quello italiano, del mondo culturale, dello spettacolo, dei think tank italiani, europei, internazionali, dei singoli intellettuali e giornalisti e conduttori radiofonici e televisivi italiani e europei, internazionali, dei geopolotici, pensatori, tanto quanto ciò che sta succedendo in Medio Oriente.
La cintura subsahariana stretta da Russia e Iran che va dal Sudan, attraversa il Niger, il Burkina Faso con guerre stragiste, devastazioni e genocidi di cristiani e minoranze etniche, fino al Mali e prossimamente Gambia e Senegal. L’ONU tace.
Il genocidio tentato in Marocco verso il popolo sharawi: un muro lungo più di 2000 km nel Sahara. Una guerra di 15 anni, un conflitto senza fine. Richieste all’Onu mai considerate. Un popolo che vive da più di 40 anni nei campi profughi.
L’apartheid in Tunisia verso gli immigrati africani istituito dal Presidente Kais Saied che non si risparmia parole di odio, razziste e xenofobe contro i sub-sahariani18.
Le famose prigioni libiche, definite “lager”, dimenticate dai funzionari ONU che per anni sono stati comodi osservatori dalla Tunisia in hotel 5 stelle e ignorati dalle ONG internazionali, che non hanno mai voluto sporcarsi le mani con una politica preventiva e sempre preferito operare al colmo delle tragedie.

Detto questo, auspico che un giorno il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres, ritenga, alla luce di questi fatti sistematicamente omessi, di prendere atto che rappresenterebbe le Nazioni Unite di cui fanno parte 193 nazioni e la cui missione costitutiva è di peacekeeping e peacebuilding e non di tribunale del BRICS.
Sarà possibile quindi che l’ONU un giorno si occupi della storia dimenticata della tratta arabo-islamica, dei milioni di morti causati dal razzismo arabo nei confronti dei neri africani ieri e oggi? Sarà possibile che finalmente l’ONU possa dedicare attenzione alle persecuzioni dei cristiani nel mondo, ai genocidi “minori” che il mondo arabo perpetra nei confronti di etnie e minoranze religiose come quella yazida19 e magari per questa popolazione che si sta estinguendo istituire un organismo come l’UNRWA che possa aiutare queste vittime dell’odio, del fanatismo religioso? Sarà mai possibile che l’ONU ricordi i 500 milioni di morti dell’olocausto dei neri e che ne riconosca le responsabilità del mondo arabo oltre quelle dell’Occidente?
E per ultimo, sarà un giorno possibile che quel mondo arabo, quello più progressista, quello più vicino e attento al nostro Occidente faccia – come fanno, e hanno fatto quei tanti intellettuali musulmani perseguitati e vittime del fondamentalismo e dell’islam politico – un mea culpa dei suoi crimini contro l’umanità nella storia? Oppure, anche solo, semplicemente, riconoscere che oltre la vita del suo Profeta Maometto, esiste la storia.
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NOTE (II PARTE):
NB: il disegno di copertina e l’ultimo sono stati realizzati dal mio allievo ganese Osama Layte per il mio libro “Il viaggio di Mouktar” dove racconto nel dettaglio le esperienze vissute dai miei allievi nel viaggio per la Libia e l’Europa. Osama nel primo disegno rappresenta le prigioni in cui i trafficanti arabi li tengono rinchiusi e vengono torturati in attesa di venderli o ottenere un riscatto dalle famiglie nel secondo il viaggio in pickup attraverso Sahara.
10 Ibn Khaldun:(Tunisi 1332-Il Cairo 1406) è riconosciuto fondatore della disciplina storica e uno dei primi sociologi. Scrisse “Muqaddima” che contiene la nozione di “storia ciclica”. La sua rivoluzione epistemica stava nel leggere la storia in un’ottica il più possibile scevra dal mito, dalla celebrazione eroica della propria origine collettiva, un tentativo quasi di “realismo politico”
11 Maqdisi: fu un geografo arabo e grande viaggiatore. Autore della colossale opera A?san al-taq?s?m f? ma?rifat al-aq?l?m (“La migliore divisione per la conoscenza delle regioni”). Scrisse la sua opera nel 985 all’età di quarant’anni dopo aver durevolmente viaggiato in diversi paesi. Poi, nel suo testo, al-Maqdisi non descrisse soltanto Gerusalemme e altre località del Medio Oriente del X secolo, ma anche ebbe un grande interesse verso la Sicilia del suo tempo.
12 Al Idrisi: nato a Ceuta intorno al 1100, fu uno dei più importanti geografi del medioevo. Fece i suoi primi studi a Cordova e successivamente viaggiò moltissimo. Oltre a visitare l’Africa settentrionale, si recò in viaggio in Asia minore, percorse la Spagna e la Francia. Il geografo arabo ebbe modo di visitare anche la Sicilia, a Palermo fu ospite di re Ruggero II.
13 La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 ha suscitato un ampio dibattito nel mondo islamico circa i diritti fondamentali garantiti dalla legge religiosa islamica.
Già nell’ambito dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ci fu una contrapposizione netta tra il rappresentante del Regno dell’Arabia Saudita e il rappresentante del Pakistan, di cultura, formazione ed esperienze diverse. Il primo partiva dal concetto che l’islam si identifica in qualche modo con la sua legge religiosa, il secondo poneva di più l’accento sull’aspetto della fede. Il contrasto verteva soprattutto sull’art. 18 della Dichiarazione.
Il rappresentante del Regno dell’Arabia Saudita sosteneva che i diritti dell’uomo sono già stati regolamentati nella legge divina che, in quanto tale, è superiore ad un atto puramente umano, riflettente i valori della cultura liberale, quale è la Dichiarazione delle Nazioni Unite. Nella formulazione di questa Dichiarazione si era tenuto conto solo del modello occidentale, omettendo qualsiasi considerazione della tradizione islamica
14 Corsari Barbareschi: il nome “barberesco” sarebbe l’evoluzione dell’esonimo “berbero”, o “berebbero”, l’etnia che costituisce una parte della popolazione di provenienza, ma autori pensano che questo termine possa avere origini greche, utilizzato per indicare gli stranieri, e infine riservato solo a coloro che erano selvaggi od ostili, e condiviso come denominazione locale per gli stati della costa settentrionale dell’Africa. Relativamente al territorio in oggetto, all’inizio del XVI secolo si individuano cinque diverse entità politiche o stati: Marocco, Algeri, Tunisi, Tripoli e Barca (quest’ultimo, di poca importanza, viene spesso incluso in Tripoli. Questi territori, insieme, costituiscono ciò che erano gli Stati Barbareschi.
15 Cavalier idi Malta: nel corso dell’XI secolo a Gerusalemme nacque un ordine religioso cavalleresco cristiano, i Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme. Inizialmente si trattava solamente di frati benedettini che davano assistenza ed ospitalità ai bisognosi, ma ben presto durante le crociate imbracciarono anch’essi le armi a difesa del loro hospitale. L’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme divenne quindi ufficialmente l’organo di difesa dei pellegrini diretti in Terra Santa. Man mano che le crociate si conclusero in favore di arabi e turchi, l’ordine fu costretto a stabilirsi prima a Cipro, poi a Rodi, e infine a Malta nel 1530, venendo così soprannominato ordine dei “Cavalieri di Malta”. Spinti dalla fede e stimolati dalla possibilità di arricchirsi, i corsari di Malta capeggiarono la lotta contro i barbareschi, dalla loro piccola isola e con la protezione dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni (o di Malta), intrapresero una campagna contro gli infedeli dell’Islam, e svolsero un’attività di pattugliamento e repressione in mare .
16 Algeri considerata la più temibile degli Stati Barbareschi, il centro principale della Schiavitù Bianca, definita da un cronista del periodo “la roccaforte del mondo barbarico”, dalla sua conquista da parte dei fratelli Barbarossa nel 1516, era diventata un’enclave marittima corsara di prim’ordine.
Nel XVI secolo i corsari barbareschi insediati ad Algeri seminarono il terrore nel Mediterraneo, dove ridussero in schiavitù migliaia di persone. Il loro potere militare si basava sui rinnegati, cristiani forzatamente convertiti all’Islam, e le tecniche navali importate dai corsari olandesi e inglesi.
Si ricorda Il sacco di Baltimore del 20 giugno 1631, quando il villaggio di Baltimore nella Contea di Cork, in Irlanda subì il raid che ne decimò la popolazione. L’incursione della flotta dell’Algeria ottomana composta da olandesi, algerini e turchi ottomani fu il più grande dei pirati barbareschi contro l’Irlanda.
17 Kafala: è pratica comune in Bahrein, Iraq, Giordania, Kuwait, Oman, Arabia Saudita e Emirati e soprattutto in Libano. È equiparato a un istituto della giurisdizione islamica, il “fiqh”,l’evoluzione odierna della shar??a, e che in lingua araba significa “fideiussione”. In sostanza attraverso questo istituto giuridico l’immigrato lavoratore deve essere sponsorizzato da un datore di lavoro locale, chiamato “kaf?l”, che ne diventa tutore legale e di cui diventa schiavo.
18 Il 21 febbraio 2023 il presidente Kais Saied in occasione della riunione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale dice: “orde di migranti irregolari provenienti dall’Africa subsahariana” sono arrivati in Tunisia, “con la violenza, i crimini e i comportamenti inaccettabili che ne sono derivati”: una situazione “innaturale”, parte di un disegno criminale per “cambiare la composizione demografica” e fare della Tunisia “un altro stato africano che non appartiene più al mondo arabo e islamico”.
19 Yazidi: diffusi fra Iraq, Siria, Iran, Turchia, Armenia e Georgia, con una parte crescente di loro in diaspora fra Europa, Australia e Nord America, gli yazidi sono una piccola popolazione che, seppur facente parte per lingua e tradizione della storia e del mondo curdo, ha alcuni tratti specifici che la distinguono. Lo yazidismo è, ancora oggi, una delle comunità religiose meno conosciute e studiate del Medio Oriente, segnata da forti tratti di sincretismo. Il 3 agosto 2014 i combattenti dello Stato Islamico dell’Iraq occupano il Sinjar, regione nel Nord dell’Iraq a meno di 15 chilometri dal confine con la Siria. Inizia così il genocidio yazida: Il’ISIS ha ucciso, catturato e trasferito con la forza tutti i 400.000 yazidi che vivevano a Sinjarper, per gli uomini la scelta è fra la morte e la conversione, mentre per le donne non esiste scelta: violentate, ridotte in schiavitù e vendute. Ad oggi secondo un rapporto di ricercatori pubblicato sulla rivista PLoS Medicine, più di 10.000 yazidi sono stati uccisi o rapiti e metà di quelli giustiziati erano minori. 2000 sono i bambini dispersi.
FONTI:
Pubblicazioni
Marimba Ani, Yurugu: An Afrikan-centered Critique of European Cultural Thought and Behavior, 1994; G. Campagnano, Zhistorica; G. Bonaffini, La Sicilia e i Barbareschi; Ibn Battuta, I Viaggi, 2018; F. Gabrieli, Gli Arabi, 1966; JR Smith, Breve storia delle crociate, 1997; D. Lo Surdo, il Revisionismo storico, 2015; J. Ziegler, Le Mani sull’Africa, 1979; A. Pacini, L’islam e il dibattito sui diritti dell’uomo, 1998; M. Campanini, Il pensiero islamico contemporaneo, 2005; M. Campanini, Storia del Medio Oriente Contemporaneo, 2017; M. Campanini, Il Corano e la sua interpretazione, 2013; M. Minniti, Sicurezza è libertà. Terrorismo e immigrazione: contro la fabbrica della paura, 2018; Sayyid Qutb, Le pietre miliari sulla strada all’Islam, 1977; G. Kepel, Jihad. Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, 2004; Carole Hillenbrand, Islam. Una nuova introduzione storica, 2016; Silvia Causa, Rivista Cammino Diritto UniPa, 2021
Internet
Rivista Cammino Diritto UniPa link https://rivista.camminodiritto.it
Centro Diritti Umani UniPD link https://unipd-centrodirittiumani.it/it/news/Lega-degli-Stati-Arabi-entra-in-vigore-la-Carta-Araba-dei-diritti-umani/946
ISPI, LIMES, Repubblica, Treccani, il Manifesto
AfricaExpress https://www.africa-express.info,
Storiachepassione.it https://www.storiachepassione.it/zanzibar-il-piu-importante-mercato-di-schiavi-dellafrica-orientale/
Fondazione Oasis https://www.oasiscenter.eu
University of Kufa – An Najaf, IRAQ. https://journal.uokufa.edu.iq
InvictaPalestina https://www.invictapalestina.org/archives/41434
MondoInternazionale https://mondointernazionale.org/post/la-schiavitù-moderna-in-arabia-saudita
Zhistorica https://zweilawyer.com
BussolaQuotidiana https://lanuovabq.it/it/tratta-degli-schiavi-amnesia-per-i-crimini-degli-arabi
PlosMedicine https://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371/journal.pmed.1002297
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