
Con questo articolo comincia la collaborazione di Paolo Pirani con InOltre. Nato nel 1990 a Roma ha studiato antropologia, fotografia e giornalismo. Benvenuto Paolo.
Ho conosciuto la pittrice Olga Silivanchyk grazie all’associazione Bielorussi in Italia – Supolka. Esponente particolarmente attiva della comunità, la sua storia personale aiuta a farsi un’idea di cosa significhi vivere nella Bielorussia di Lukashenko.
(Nella foto di copertina: Nella sua casa, che usa anche come studio, Olga realizza i suoi dipinti. Da quando sono scoppiate le proteste nel suo paese ha utilizzato la sua produzione artistica per sostenere l’opposizione al regime di Lukashenko.)
Il suo lavoro, le sue idee e l’attività politica che svolge dall’Italia per sostenere l’opposizione nel suo Paese rappresentano il fermento contro il regime di quello che molti definiscono “l’ultimo dittatore d’Europa” e che Olga chiama ironicamente “Agro-Fuhrer”.
La famiglia di Olga e l’infanzia in Unione Sovietica
Olga è nata nel 1980 a Minsk, in quella che allora era l’Unione Sovietica, da una famiglia di artisti e scienziati. La sua storia familiare rispecchia gli sconvolgimenti del ’900 in quella parte del mondo. Ciò che racconta delle sue due nonne è particolarmente significativo:
“Sono due donne nate entrambe in tempi duri, una che ha dovuto abbandonare il proprio Paese a causa della guerra e l’altra che ha perso il padre durante le repressioni staliniste.
La mia nonna materna era nata nel 1926 a Baku, in Azerbaigian, figlia di un rinomato ingegnere locale. Nel 1943, con l’offensiva nazista nel Caucaso, dovette abbandonare il Paese per rifugiarsi prima in Kazakistan e poi, a guerra finita, in Bielorussia. Fu lì che conobbe il suo futuro marito, un soldato bielorusso di ritorno da Berlino. Dai suoi racconti ho familiarizzato con la durezza della guerra, con il dolore di chi è costretto ad abbandonare la propria casa. Mia nonna è stata una rifugiata di guerra: ha dovuto lasciare tutto con una valigia in mano, attraversando il Mar Caspio su un’imbarcazione di fortuna”, ricorda Olga.
La nonna paterna era originaria della Bielorussia e nacque nel 1923, poco dopo lo scioglimento definitivo della neonata Repubblica Popolare Bielorussa sotto l’avanzata dell’Armata Rossa, che istituì la Repubblica Socialista Sovietica Bielorussa. Gli anni dal ’22 all’inizio della Seconda guerra mondiale coincisero con il processo di collettivizzazione forzata prima e con le grandi purghe staliniane poi. Sono tempi di dure repressioni, e in queste cadde anche il bisnonno di Olga, un pittore come lei:
“Mia nonna mi ha raccontato che una notte vennero a prendere suo padre e lo spedirono in un gulag. Da quel momento è letteralmente sparito, finché quindici anni dopo arrivò una lettera che comunicava che era morto.
Ricordo ancora che, quando salì al potere Lukashenko, nonna esclamò che ogni speranza era da considerarsi perduta. Parole ancora più pesanti considerando che le diceva proprio lei, una donna che, dopo aver perso il padre in quel modo, a 18 anni andò volontaria a combattere i nazisti.”
Olga scherza sul fatto che, più che un patriarcato, la sua famiglia fosse un matriarcato. In questa realtà, durante l’ultimo decennio di vita dell’URSS, nasce Olga. Di quegli anni conserva un ricordo sincero:
“Quella in Unione Sovietica è stata la mia infanzia, ed ognuno ha la propria. Io venivo da una famiglia perbene e di quegli anni ho dei ricordi bellissimi. Non ho visto la guerra, non ho conosciuto la fame. Quando è caduta l’URSS negli anni ’90 tutti abbiamo vissuto un periodo più difficile, con i negozi chiusi e le file ai supermercati. Per mesi a tavola non c’era carne. Ma non mi è mai pesato particolarmente, perché per me i valori erano diversi ed ero stata educata in un certo modo.”

La presa del potere di Lukashenko e l’inizio della dittatura
Membro del Partito Comunista sovietico, Lukashenko si era fatto un nome come direttore di un kolchoz (le fattorie statali dell’URSS) di provincia. Nel 1994, alle prime e uniche consultazioni riconosciute come libere in Bielorussia, viene eletto presidente e da allora non ha più lasciato il potere, governando il Paese con il pugno di ferro.
Il Lukashismo, come molti dell’opposizione definiscono il modello imposto dal presidente, è un insieme di nostalgia sovietica, controllo totale dello Stato sull’economia, retorica machista, culto della personalità e uso sistematico della violenza politica.
“In quel momento di instabilità è riuscito ad offrire un senso di sicurezza e continuità. A molti è apparso come la risposta al caos che seguì il crollo dell’URSS, ma il prezzo è stato l’aver perso l’occasione di costruire una Bielorussia democratica. Il Paese con lui è ripiombato nella dittatura”, riflette Olga.
Quando Lukashenko prende il potere, Olga ha 14 anni. È un’adolescente con la passione per la cinofilia e a 19 anni ottiene il certificato da addestratrice. Si mette subito alla ricerca di un lavoro e trova un’occasione in un centro militare come insegnante. Supera la prova, ma le viene comunicato che sarebbe stata assunta solo a condizione che sul libretto di lavoro risultasse assunta come aiuto cuoco. Olga racconta:
“Il sistema creato da Lukashenko si fonda su una retorica conservatrice e misogina che, tra le altre cose, vieta alle donne di lavorare in determinati settori. Questo atteggiamento maschilista fa leva sulla parte più ignorante del Paese. Lukashenko viene da una famiglia contadina, non ha una vera istruzione, e ha portato con sé questa mentalità arcaica al potere.
Mi sono vista costretta a rifiutare questa prima occasione di lavoro. Era una proposta inaccettabile perché avrebbe interrotto la mia carriera sul nascere. In Bielorussia non si può essere assunti senza il libretto di lavoro e ciò che vi è scritto all’interno è l’unica dimostrazione della propria professionalità. Sono stati questi i miei primi incontri con il sistema Lukashenko.”
Olga ancora non è particolarmente attiva politicamente e segue solo da lontano le elezioni e le proteste, che osserva con timore. Lukashenko soffoca sul nascere il percorso democratico iniziato con la caduta dell’URSS.
Nel 1996, con un referendum truccato, riesce a prolungare il proprio mandato e ad accentrare su di sé il potere, epurando gran parte dei deputati dell’opposizione democratica. Da quel momento nasce un teatrino orwelliano della vita politica, fatta di elezioni farsa vinte regolarmente grazie a brogli, intimidazioni e rapimenti. Dei Paesi dell’ex URSS, la Bielorussia è l’unico in cui la polizia segreta conserva tuttora il nome di KGB – e i metodi sono quelli.
Nel 2001 nasce Eugenio, il figlio di Olga. Anche la gioia di quel momento è rovinata dall’ombra del regime:
“Quando ho scoperto che era maschio ho pianto. E non erano lacrime di gioia. Già pensavo che a 18 anni lo avrei dovuto proteggere dalla leva obbligatoria. Ripensandoci oggi, trovo emblematica l’incapacità di immaginare che, per quando mio figlio sarebbe stato maggiorenne, il regime potesse crollare. All’interno del Paese si vive in una bolla, non si vede la via d’uscita e si perde la speranza. Si è convinti che la dittatura sia eterna.”

L’arte, l’insegnamento e il regime
A 24 anni Olga vive quello che definisce “una sorta di incontro miracoloso con l’arte”. In un periodo molto difficile della sua vita inizia a disegnare, un po’ per gioco e un po’ per gestire lo stress. Un giorno porta i suoi lavori a casa di due amici pittori, che ne restano sbalorditi e le consigliano di studiare arte. Dopo otto mesi di intensa preparazione entra all’Accademia di Belle Arti di Minsk.
Il suo percorso universitario è eccellente, ma anche lì trova tracce della dittatura. Olga ricorda un episodio in particolare:
“Nel 2006, durante le manifestazioni contro gli ennesimi brogli, molti studenti dell’Accademia vennero arrestati. Una volta schiacciata la rivolta, il regime si mise a epurare tutte le strutture dove c’era dissenso. Il direttore dell’Istituto fu espulso e sostituito con un uomo del regime. Subito dopo toccò al mio anziano professore di disegno, un uomo intelligente, preciso, uno spirito libero che tutti stimavamo. Le angherie contro di lui continuarono finché un giorno non venne a lezione, cosa stranissima vista la sua puntualità. Poco dopo ci dissero che era stato trovato impiccato in casa. Lasciò una lettera in cui diceva di non riuscire più a sopportare gli abusi a cui era sottoposto. Si era tolto la vita piuttosto che continuare a vivere quell’orrore.”
Nell’ultimo anno di corso Olga viene convocata dalla direzione per rinnovare l’iscrizione al partito giovanile di Stato e pagare la quota annuale. Lei però non si era mai iscritta, quindi qualcuno deve aver firmato per lei negli anni precedenti. Le dissero chiaramente che, se non avesse obbedito, non avrebbe potuto sostenere gli esami finali.
“Mi sono ritrovata davanti a una scelta: andare contro il sistema o ottenere il diploma per cui avevo tanto faticato. Ho firmato e mi sono sentita subito male. Il giorno del rilascio del diploma non mi sono nemmeno presentata. Non era una festa per me, perché avevo percepito la mia vita stretta tra le mani della dittatura.”
Dopo gli studi Olga diventa insegnante in una scuola d’arte per bambini. Ama quel lavoro, ma presto capisce che le scuole sono per Lukashenko uno strumento chiave per mantenere il controllo sulla società.
“In realtà, come insegnante si lavora più per il regime che per i ragazzi. Almeno un quadro realizzato dagli alunni doveva essere a tema propagandistico. Io, poiché disobbedivo, avevo lo stipendio ridotto. All’inizio dell’anno ogni insegnante era tenuto a fare un lavoro quasi poliziesco: ci davano nomi di famiglie da controllare. Con l’avvicinarsi delle elezioni del 2010 ho scoperto che gli insegnanti sono anche responsabili di tutto il processo elettorale, dalla registrazione dei votanti allo spoglio delle schede. È il regime a rubare le elezioni, ma lo fa con le mani degli insegnanti. Se fossi rimasta nell’istruzione, sarei stata parte della macchina dei brogli. Ho capito di non voler far parte di questa messinscena.”
La decisione di lasciare la Bielorussia
Le elezioni ci saranno comunque, anche senza Olga, e saranno vinte ancora una volta da Lukashenko. Le proteste pacifiche verranno represse nel sangue e sette candidati dell’opposizione saranno arrestati. Il Paese è in piena crisi economica e politica. Ad aprile, un attentato nella metro di Minsk aggiunge ulteriore terrore.
Olga avrebbe dovuto essere su quella metro, ma si trattiene a chiacchierare con un’amica e si salva. In quel periodo scopre l’Italia grazie ad alcuni amici e se ne innamora. Dopo un paio d’anni si trasferisce per convivere con un uomo italiano con cui pensa di sposarsi. La relazione però finisce, ma non la sua nuova vita in Italia.
“Io e mio figlio siamo rimasti qui. Ero partita per creare una nuova famiglia, per motivi personali, ma con gli anni la situazione in Bielorussia è peggiorata così tanto che abbiamo scelto di restare per motivi politici. In Italia ho passato momenti molto duri. Ho pensato più volte alla possibilità di tornare… ma con un figlio ormai integrato qui, e che era letteralmente terrorizzato solo all’idea di rientrare in Bielorussia, non potevo fare altro che restare.”

La pandemia, le proteste del 2020 e l’impegno politico
La pandemia mondiale ha avuto un ruolo fondamentale nel mostrare tutti i punti deboli del regime. Mentre il virus imperversava, Lukashenko ne negava l’esistenza, definendolo una “psicosi mondiale” o una malattia guaribile con vodka e sauna.
“Il popolo fu completamente abbandonato. I medici erano senza mascherine, senza nulla. Per la prima volta le persone si sono unite e hanno cominciato ad affrontare il problema da sole, ad esempio comprando il gel disinfettante per donarlo agli ospedali. Tutto fu organizzato dal basso. La pandemia è stata un punto di non ritorno nella mentalità delle persone. Uniti potevamo colmare le mancanze dello Stato.”
Nell’agosto 2020 sono previste nuove elezioni presidenziali. Lukashenko, per garantirsi il sesto mandato, utilizza gli stessi metodi di sempre:
“La campagna elettorale si è svolta nel solito clima di terrore, aggravato dalla pandemia. Tre dei principali candidati dell’opposizione – Tsepkalo, Babaryko e Tikhanovskij – non sono arrivati nemmeno al giorno del voto: il primo costretto a fuggire, gli altri due arrestati con accuse pretestuose poco dopo aver presentato la candidatura. Nacque così un nuovo movimento tutto al femminile, formato dalle mogli di Tsepkalo e Tikhanovskij e dalla manager della campagna di Babaryko. Finalmente l’opposizione fu unita, con Svetlana Tikhanovskaya candidata.”
Dopo la chiusura dei seggi, con Lukashenko dichiarato vincitore con un improbabile 80% dei voti, migliaia di manifestanti pacifici invasero le strade. Le proteste, le più estese della storia del Paese, proseguirono per mesi.
“In quell’occasione ho deciso di fare la mia parte mettendo l’arte al servizio della causa, realizzando quadri, poster e disegni a sostegno dell’opposizione. Uno dei miei lavori a cui sono più legata è un ritratto di Nina Bahinskaja, un’anziana simbolo delle proteste. Per quel dipinto, in Bielorussia, rischio fino a tre anni e mezzo di carcere!”, dice Olga.
La sua attività l’ha resa un bersaglio del regime e ha eliminato ogni possibilità di rientrare in patria finché Lukashenko resterà al potere. Per questo Olga ha richiesto e ottenuto l’asilo politico in Italia.
Guerra in Ucraina, la Bielorussia e l’Europa
“Se ripenso al 24 febbraio 2022 mi vengono ancora i brividi. Ricordo la paura e il pensiero che nulla sarebbe stato più come prima. È stato come un déjà vu di quello che raccontavano i miei nonni. Quella notte il telefono non smetteva di suonare, arrivavano infinite notifiche dai gruppi Telegram. Quando ho capito cosa stava succedendo, ho pensato subito agli amici, non solo ucraini ma anche bielorussi e russi. La vita per tutti loro, da quel momento, è diventata un orrore.”
Olga si offre subito come volontaria nei gruppi che sostengono l’Ucraina dall’Italia. Grazie alla sua formazione entra in un liceo come assistente socioculturale e segue due ragazzi fuggiti nei primi mesi di guerra:
“Andavo da loro a scuola quasi tutti i giorni. Oltre alla lingua sentivo che condividevamo qualcosa di più profondo: stando insieme ho in parte rivissuto la mia storia. Tra le nostre due comunità ci sono da sempre legami molto forti e non riusciranno a dividerci. Soprattutto durante il primo anno, ognuno di noi si è dato da fare e ha aiutato come poteva. Noi bielorussi sappiamo cosa stanno vivendo, e gli ucraini capiscono la situazione nel nostro Paese.”
Il legame tra Lukashenko e Putin ha reso l’invasione dell’Ucraina l’ennesima occasione per intensificare la repressione a Minsk.

“C’è sempre meno speranza nel Paese. Subito dopo lo scoppio della guerra, la società bielorussa è stata travolta da un nuovo clima di terrore. Il 26 gennaio ci sono state le elezioni, vinte ancora una volta da Lukashenko con il solito 87% dei voti. Ma questa volta non ci sono state proteste: il movimento di massa nato cinque anni fa è stato schiacciato, la gente ha paura. Ancora oggi arrestano chi manifestava nel 2020, e a Minsk ogni 20 metri ci sono telecamere. È un mondo distopico che sottomette con il terrore.
Qui siamo fortunati. Spero che l’Europa resti unita e continui a tenere lontano quell’incubo.”
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